mercoledì 6 luglio 2011

So' tutti bravi co' i figli dell'artri

Ieri in metro c'era questa coppia di indiani/pakistani/"scusate ma non so riconoscere a vista la vostra nazionalità".
Sono saliti con me a Termini: la donna portava in braccio una bambina di - boh? - 3 anni, il marito invece si occupava del valigione alto quasi quanto lui e di un enorme zaino dove la figlioletta si sarebbe potuta perfino perdere. Naturalmente c'era anche un passeggino, con loro, così che l'uomo cercava di trasformarsi nella dea Kalì per avere abbastanza braccia e mani da occuparsi di tutto.

La metro è partita e una signora seduta si è alzata per lasciare il posto alla donna indiana/etc. Il marito si è spostato portato davanti al suo sedile con tutto l'ambaradam che aveva dietro. Ha fatto appena in tempo prima di finire, come tutti, schiacciato e immobilizzato dalla troppa gente.
A un certo punto la bambina ha iniziato a piangere e a gridare. Non lo faceva come un'ossessa, ma insomma riusciva da sola a dare filo da torcere ai timpani di  tutte le seimilaquattrocentottantatre persone pressate nel vagone come fossero una balla di bottiglie di plastica pronte al riciclo. Ed è stato il pianto di quell'innocente a dar luogo a uno dei momenti più tragici della giornata.
Sulla stessa fila di sedili della "donna ormai sapete quale", alcuni tanto illustri quanto insospettabili esperti di "Crecita di infanti" specializzati in "Interpretazioni delle differenti sfaccettature tonali della voce di una bimba indiana o altro, in metro" hanno cominciato a fornire pareri. Non che nessuno glieli avesse chiesti.

È durato dieci minuti (il servizio era rallentato), per un totale di tre fermate. Dopo sono sceso.

Una valanga di osservazioni e consigli (più osservazioni che consigli) si è riversata sulla coppia di "indiani o come volete", soprattutto sulla donna. Una signora vestita di bianco, che non si era sognata di alzarsi per far posto alla "donna d'oriente" e che appena seduta si era copiosamente cosparsa le mani con almeno mezzo litro di amuchina, le ha osservato che la bambina "aveva sete".
Ora, anche se questa donna di bianco vestita era davvero una grande esperta di bambini, come dicevo poc'anzi, la realtà dei fatti è che la sete di quella bambina era palese già per sua madre, per me, insomma per tutti.
Non solo. Eravamo tutti terribilmente assetati, in quel vagone del cazzo con seimilaquattrocentottantatre persone schiacciate tra loro a una temperatura di circa un miliardo di gradi fahrenheit. Io ad esempio avevo una sete della madonna, roba che se solo avessi potuto muovermi in quel rovo di esseri umani e raggiungere la donna di bianco vestita, le avrei strappato la "borraccia" di amuchina e me la sarei scolata tutta d'un fiato di fronte ai suoi occhi, lasciandola preda di letali microbi sparsi un po' ovunque per la restante parte della giornata.

La pensavamo tutti, la storia della sete, ma lei, bianca e immune ai germi della terra come una creatura celeste, ha vinto la nostra omertà e ha dichiarato la sua deduzione. Parlava alla coppia con la candidezza e la freddezza di un angelo, ma loro erano comuni mortali - nonché davvero molto probabilmente stranieri - e non capivano le sue sante parole. Lei però ha insistito finché l'uomo non aperto lo zaino e ha tirato fuori una specie di biberon con dell'acqua dentro. In realtà ci sono rimasto un po' male, perché speravo estraesse un mitra e riempisse di piombo la donna-angelo, in barba alle dinamiche dell'amor cortese.

Così la mamma ha voltato la bambina sulla sua spalla e le ha messo il biberon in bocca, sotto lo sguardo empio e soddisfatto della donna angelo e di molti altri viaggiatori dei cui consigli si era fatta portavoce. Ma la bambina non voleva saperne di quel biberon, tantomeno dell'acqua, e così nonostante gli sforzi della madre è tornata a lagnarsi con la gola secca, non riuscendo tuttavia a spiazzare gli altri del vagone, che scuotevano la testa come a dire "no, non va". E per due fermate hanno continuato tutti a guardare e compatire la madre, tutti con la voglia di dire ancora qualcosa, di fare pressioni per un altro rimedio. Tutti che ognuno sapeva in realtà cosa fare.
Tutti, mentre io guardavo la bambina che a un certo punto ha incrociato il mio sguardo. La sua faccia ha perso ogni lamento, mi ha regalato un'espressione furbetta e ha smesso di piangere.

E per fortuna è arrivata anche la mia fermata e sono potuto scendere, aprendomi a spintoni la strada verso le porte. Mentre varcavo la soglia l'ho sentita riprendere a urlare, ma le porte si sono richiuse e sul mio viso sentivo già un'aria più fresca.

2 commenti:

GianKa ha detto...

grande! :D

clelia ha detto...

grande scena Edo...grande! :)