mercoledì 23 dicembre 2015

Mamma li turchi

Scendo dal jet della Pegasus Airline e un bus ci porta all'entrata dell’aeroporto di Fiumicino, dove un gruppo di guardie di finanza con alcuni cani al guinzaglio ci accolgono con un calore assai poco romano. Perlustrano i nostri bagagli prima di poter accedere al controllo passaporti. Guardo l’orologio e mi accorgo che è passata mezz'ora. Mi volto alla mia destra e dalla vetrata scorgo uno splendido tramonto rosso-fuoco, una delle innumerevoli peculiarità che chi viene in Italia per la prima volta apprezza con piacevole stupore. Questo cielo azzurro non è da tutti.
Sono appena tornata dalla Turchia e ripenso alla pelle olivastra tipica dei mediorientali; quella pelle matura capace di rendere lo sguardo o il sorriso di un giovane più adulto del previsto. Ali a venticinque anni pare dimostrarne dieci di più. Ed ecco, se sei un uomo nessun problema, anzi, ma se non lo sei il fatto di avere trent'anni diventa una questione piuttosto imbarazzante, perché qualsiasi occidentale ti potrebbe considerare già vecchia. Penso anche alla mia di pelle che pure è olivastra ed emetto un sospiro di sollievo perché, sebbene i primi segni del tempo si vedano, posso ritenermi ancora decisamente fortunata. Penso anche al fatto che una volta presero mio padre per un iraniano; devo dire che l’idea che le mie origini possano essere ottomane non mi dispiace affatto.
Ripensando alla Turchia, inoltre, mi rendo conto di quanto bere decine di tè al giorno faccia bene allo spirito, così ora nella mia casa italianissima mi accenderò un narghilè e sorseggerò a piccoli sorsi un tè orientale. Quantomeno distenderò i nervi tesi e chiudendo gli occhi potrò immaginare di ritrovarmi nella terra dei melograni e dei noccioli, dove la gente va fiera delle acciughe del proprio mare, quello Nero che si mostra sempre quieto e assai più dolce del mare che conosciamo.
Ripenso alla Turchia e rifletto sul concetto di libertà come a una questione politica più che morale. In Turchia ho scoperto che nei Paesi laici, in cui l’islam non è religione di stato, non esistono donne che devono portare il velo, non esistono uomini che non possono bere alcolici, come siamo soliti pensare. Scopro che la religione può essere concepita davvero come l’oppio di un popolo solo nel momento in cui diventa un’imposizione statale. Solo così infatti limita il progresso e la creatività di una comunità.
Ripenso alla Turchia, ma anche all'Azerbaijan, Paesi dove la mentalità degli islamici sembra più aperta di quella dei cattolici. Mi hanno detto che le paure sono armi politiche; che le scelte personali sono sempre condizionate dagli obiettivi macroscopici di un Paese; che siamo soliti seguire le strade che sono già state asfaltate perché le altre ci hanno insegnato a guardarle con diffidenza.

Prima di avere al controllo passaporti elettronico, due uomini mi osservano il passaporto e ricevo il primo sorriso romano dall'atterraggio. Eccola qua la strada asfaltata, quella di casa. 

martedì 8 dicembre 2015

Lo schermo andava (racconto)


Lo schermo andava, come sempre. Acceso, giorno e notte, che pareva che nessuno si prendesse mai la briga di spegnerlo. Non sempre c’era qualcuno a guardarlo, ma questo era normale. Voleva dire che in casa c’era mio nonno. Ogni tanto aveva anche lui le sue botte di risparmio, quindi girava di stanza in stanza per spegnere luci, televisori, elettrodomestici –non importava che servissero o meno, bisognava risparmiare. Poi gli girava il boccino, e allora era capace di accendere e sintonizzare ogni apparecchio della casa su un unico canale, quello che guardava lui, in un estasi quasi artistica, dicendo «Guardate, guardate qua!», e sicuramente non si faceva fermare dai vaffanculo in coro di tutto il resto della famiglia, che non aveva voglia di stare dietro alle sue passioni del momento –molteplici e sempre in contraddizione con quelle degli altri.
Lo schermo andava e stavolta però lui era lì –stranamente, o forse no. Mio nonno. Una volta aveva imboccato l’autostrada, mentre andava al lavoro, in una bella giornata di primavera, finchè non aveva trovato una piazzola di sosta. Allora, cavalcando l’ispirazione come sempre, vi era entrato con la macchina, aveva parcheggiato e si era messo a dormire, col sole in faccia e il mare sotto di lui. Era stato svegliato più tardi da una pattuglia dei carabinieri, insospettiti da quella macchina ferma con quella persona a bordo con gli occhi chiusi. Mio nonno aveva risposto che si stava riposando. Lo faceva spesso, anche quando portava noi in campagna e si sdraiava sotto un ulivo di quelli belli grossi, accarezzato da tutte le brezze della zona, mentre noi ci cacciavamo in tutti i casini possibili –liberi finalmente da tutto. Di alcune cose non informavamo mai i nostri genitori. Come di quella volta che, in pieno inverno, acconsentì a farmi fare il bagno in mare. Morivo dalla voglia, e allora lui disse sì. Gli spiriti liberi adorano quelle strane, indecifrabili vibrazioni che vengono dai loro simili. O come quella volta che mi permise di farmi viaggiare nel bagagliaio della sua auto per un breve tragitto. Un delitto perfetto, se non fosse per la macchina che avevamo dietro, che era proprio quella dei miei, che si sbracciavano e urlavano e io proprio non capivo, visto che stavo da dio e che stavo eseguendo alla perfezione una delle lezioni preferite di mio nonno: fai quel cazzo che ti va di fare.
Ma non credete che lui fosse tipo da dare grandi insegnamenti sulla vita, o da dire grandi frasi storiche, di quelle che si sentono nei film. Non disse mai un cazzo di che, se proprio volete saperlo. Sarebbe stato artificioso, e di sicuro non rientrava nel suo personaggio.
È sempre stato un tipo di quelli che ti fa star bene stargli accanto, perché sai, da bambino, che anche quando cerca di sgridarti in realtà non gli riesce bene perché non vuole, perché non ha regole da farti seguire, perché le regole sono mancate anche a lui, uno che gira sempre senza orologi perché non glien’è mai fregato un cazzo di che ora fosse, anche quando doveva essere puntuale al lavoro, uno che non voleva foto perché aveva paura che gli catturassero quella sua animaccia libera, uno che rompeva le palle con la sua musica classica che nessuno voleva sentirla, e invece lui la mandava sul piatto, ancora e ancora.
Sempre allegro, lui, sempre, anche quando c’era ben poco da stare allegri. Le sere che, più grande ormai, tornavo a casa e lo sentivo ridere a qualche film in notturna di Totò, e le sue risate che si libravano leggere al di sopra di tutto, di quella cucinetta piccola con lo schermo che andava, dei miei piccoli enormi problemi d’adolescente, al di sopra di stelle che non si spiegavano quel casino che c’era di sotto. Una risata piena, cristallina, senza ripensamenti, senza mediazioni, di quelle che svegliano tutti ma non per cattiveria, ma per amore. Per troppo amore della vita in ogni sua piccola piega.
Nei miei ricordi di ragazzo, lui è sempre così, sorridente, pazzo, artista della vita. Due occhi liquidi meravigliosi, che ti mettevano subito a tuo agio nel mondo, che rendevano il mondo stesso un posto migliore in cui stare, anche quando da ridere restava ben poco.
Lo schermo andava, quel giorno di luglio, e lui non sorrideva però. Era raro vederlo così, molto raro. Straniva. Stranì perfino me che in quella cucinetta ero solo di passaggio, perché era estate e avevo da giocare con i miei amici. Ero un ragazzino, allora, e forse lo sono ancora adesso. Forse lo è ancora anche lui, ma non quel giorno, non davanti a quello schermo. Era seduto lì, con la sua canottierina improponibile, ma non c’era la sua risata. Era il 1992, era estate, era una giornata di sole, era la vita. Lo schermo però diceva il contrario, con quelle sue immagini di palazzi diroccati, macchine esplose, antifurti che andavano all’impazzata e facevano da sottofondo a quelle scene da disastro che non arrivavo a capire. Era successo qualcosa da qualche parte, questo lo sapevo, ma non capivo cosa. Avevo troppa voglia di rituffarmi in quello splendido giorno di sole. Eppure mio nonno aveva la faccia seria. Continuava a borbottare «Schifosi…schifosi…» con una voca che non era la sua, una voce che sempre, quando sentivo, mi spingeva ad andare da qualche altra parte, perché non capivo dove fosse finita quella sua risata eterna, chi l’avesse nascosta. Non avevo voglia di pensare, allora. Non ne ho molta neanche adesso, a dire il vero, adesso che so molte cose, e molte non le vorrei sapere. Forse, inconsciamente, avrei preferito che quel giorno di luglio mio nonno guardasse un altro dei suoi film su Totò –ce n’erano sempre cazzo, possibile che non ne mandassero proprio quel giorno? Ma allora non sapevo tante cose, e non m’importava di non saperle, e allora corsi fuori verso quel magnifico sole che sembrava non dovesse smettere mai, mentre mio nonno era lì, nella sua cucinetta, che sapeva bene, nonostante la sua anima folle e beata, che il sole a volte non è per tutti, anche per chi amava tanto, troppo, quella terra in cui ora sedeva lui, quella terra così crudele a volte da diventare spietata, che gl’aveva dato poco e con fatica, ma quel poco, cazzo, se lo godeva quanto poteva, e l’amava quella terra, la ama ancora adesso, e sapeva che, da quel giorno di luglio, c’era qualcuno in meno ad amarla con lui. A me quel nome, Borsellino, non diceva niente, ma mentre correvo libero come m’aveva insegnato proprio mio nonno, ripensavo al suo viso serio, al suo viso sconfitto, a quella gioia negata per mano di qualcun altro, qualcuno a cui non importa di risate felici in notti stanche. Odiavo chi lo faceva sentire così. Lo odio ancora adesso.
È passato del tempo, da quel caldo giorno estivo quando lo schermo andava come sempre, ma diversamente dal solito, da quando un’altra ferita era stata aperta nella terra dove mio nonno era cresciuto meglio che poteva, ed era arrivato a diventare quella creatura matta e meravigliosa che amavo. Uno di quei giorni crudeli, troppo crudeli, quando sembra che la fine sia vicina per tutti e che non ci sia altro da fare che andare a letto presto, la sera, e lasciar perdere risate e piccole magie che non ritornano.
Tante cose sono successe da quel giorno lontano, così lontano da diventare irreale nei miei sconnessi ricordi di bambino, e ne so quanto quel giorno. So che la terra, mia e di mio nonno, è ancora lì, in un modo o nell’altro. So che non è facile, e non lo è mai stato, ma almeno non tutto è finito quel giorno di luglio dove il sole giocava a nascondersi in quella terra così vasta. C’è chi è andato avanti e ha fatto molto. Altri sono andati avanti e hanno fatto quello che hanno potuto per la loro terra, senza finire sui giornali, arricchendola senza chiedere niente in cambio. Mio nonno è andato avanti anche quando, anni dopo, l’Alzhaimer ha reso ancora più incomprensibile agli occhi degli sprovveduti quella sua risata di cielo. Ha reso quella terra un posto degno di sé stesso, un posto migliore, un posto dove gli sprovveduti di prima non arrivano a capire che non basta mettere una bomba per far smettere la gente di vivere e di ridere come vuole. Un posto dove la vita è più forte di qualsiasi cosa.
È passato molto tempo da allora, e nonostante questo seguo ancora quegli insegnamenti che non erano dei veri insegnamenti, ma molto, molto di più. Ora sono qui a cercare di vivere quanto più possibile, senza pensare alla durata, ma penso alla mia terra, a mio nonno lontano e alla sua anima pulita e forte, penso a me bambino, alle bombe che non servono a niente, e penso a quel giorno quando lo schermo andava.
Lo schermo andava.
Forse, nonostante tutto, ci sarebbe ancora stato un altro film di Totò.
Mio nonno era già pronto a vederlo.




A Giovanni.



Marco Zangari © 2005

martedì 1 dicembre 2015

"The Cartel", Don Winslow


“Maybe money can’t buy happiness, but it can rent it for a long time”

Non sono così sicuro che “Il potere del cane” –il potente drammone sul narcotraffico messicano (e mondiale)- necessitasse di un seguito, ma sono davvero contento che Don Winslow l’abbia scritto.
Del “Potere” ho già scritto lungamente sul Morgana (potete leggere la recensione qui), e il discorso resta valido per “The Cartel”, nuova opera dello scrittore americano che fa tornare in scena (in maniera forse un po’ troppo “hollywoodiana”) i due protagonisti della scorsa avventura: l’agente della DEA Art Keller, e il patron Adan Barrera, sopravvissuto alla scorsa vicenda e che, all’inizio di questo secondo capitolo, si ritrova in carcere, dopo essere stato catturato dallo stesso Keller.
Inutile dire che in quella cella non ci resterà a lungo, e che Art Keller sarà chiamato alla resa dei conti –compresi quelli lasciati in sospeso nel primo libro.
Keller e Barrera sono, tra l’altro, gli unici personaggi “superstiti” del precedente libro. In “The Cartel” troviamo tutta una serie di nuovi personaggi, dall’istrionico spacciatore Eddie al giornalista Pablo, protagonista della storia più toccante e “dura” del libro, e che contribuisce a fare di questo romanzo un’opera di denuncia.
Rispetto a “Il potere del cane”, infatti, la storia di “The Cartel” si concentra negli ultimi anni, e contribuisce a far vedere come i narcos continuino a spadroneggiare al di sopra di qualunque legge, anche adesso che siamo ben lontani dai tempi del famoso “capo dei capi” Pablo Escobar.
La storia, meno varia di quella del “Potere” e forse con personaggi meno efficaci del primo capitolo, ha il merito di portare sotto gli occhi il Messico dei giorni nostri, e cosa davvero comporta la guerra alla droga in quella parte di mondo. Winslow, come sempre, si è lungamente documentato prima di scrivere, e molte parti del libro, per quanto difficili da digerire, sono sempre fondate su fatti realmente accaduti. Ed è questa la forza che tiene incollati alle pagine di “The Cartel”: mentre leggiamo di come la guerra tra i ferocissimi “Zetas” e il cartello del patron Barrera svuota le città e le devasta come solo una vera guerra potrebbe fare, ci chiediamo come sia possibile una cosa del genere oggi, e come mai ne sappiamo così poco. La vicenda di Pablo, e dei giornalisti che vengono piegati al volere dei narcos, ne dà una possibile spiegazione.
Per quanto meno avvincente del “Potere”, “The Cartel” si lascia leggere facilmente, e fa restare in attesa del tanto atteso scontro finale. Non ha l’ampio respiro del primo, e alcune parti sono un po’ statiche, col body count che sale e finisce con l’anestetizzare l’interesse per la storia. Se siete pigri, Winslow ha da poco dichiarato che sia il “Potere” che “The Cartel” verranno trasposti in film.
E’ comunque una lettura godibilissima, che vi terrà attaccati alle pagine, ed è sicuramente da non perdere se avete già letto “Il potere del cane”.

lunedì 23 novembre 2015

"Furore" (The Grapes of Wrath), John Steinbeck


“Calma”, disse Ma’. “Devi avere pazienza. Vedi, Tom… noi ci saremo pure quando loro non ci saranno più. Tom, noi siamo quelli che restano. Non riusciranno a spazzarci via. Noi siamo tosti, noi andiamo avanti”.
“E ci pigliamo un sacco di bastonate.”
“Lo so.” Ma’ ridacchiò. “Magari è quello a farci forti. I ricchi germogliano e muoiono, e hanno figli che non valgono niente, sono piante che appassiscono. Ma noi no, Tom: noi non possiamo finire. Sta’ tranquillo, Tom. Ora le cose cambiano”
“Come fai a saperlo?”
“Come non lo so, ma lo so”



Non credo che esista, nella critica letteraria (ma nella critica tutta, direi) una parola più sputtanata di capolavoro. Non vuol dire niente, fa pensare solo a fenomeni di mode e di consenso temporaneo di massa (più che al valore intrinseco del libro), e incastra l’opera una volta per tutte, estremizzando i giudizi tra chi la odia e chi la ama, ingombrando il campo di troppi pregiudizi che distorcono il giudizio.
Una volta mi tenevo bene alla larga da tutto ciò che fosse “capolavoro”. Adesso ho semplicemente imparato a fregarmene: dicano quel che vogliono, saprò poi io se mi è piaciuto o meno.
Anche per questo “Furore”, la parola “capolavoro” si è sprecata. Io non la userò, ma una cosa la posso dire: questo libro ci va maledettamente vicino (quantomeno al senso che do io a quella parola).
Sicuramente, questo libro ha qualcosa in comune con i classici: la capacità di restare attuale e vibrante anche a più di 80 anni dalla sua uscita.
L’ho cominciato a leggere senza sapere cosa aspettarmi, e mi sono stupito di quanto un’opera degli anni ’30, così “politica” nel senso più largo del termine, potesse essere ancora così attuale.
Se questo non è saperci fare con le parole, allora davvero non so cosa lo è.
“Furore” racconta del viaggio della famiglia Joad, costretta ad abbondare la propria terra in seguito alle tempeste di polvere che l’hanno resa incoltivabile, e andare con mezzi di fortuna verso l’Ovest, in California, attratta da lavori ben remunerati, pubblicizzati ovunque. Dopo aver familiarizzato con la famiglia Joad, ne seguiamo le vicende su un camion scalcinato che si inerpica per la Route 66, così diversa dalla strada leggendaria che il rock ci ha fatto conoscere.
Per strada insieme ai Joad, si trovano centinaia, migliaia di altri disperati, come loro costretti ad andare avanti, sempre avanti, perché non esiste più niente dietro. Tutta gente sradicata dal proprio posto nel mondo, dalle proprie abitudini, dai propri valori. Le tre generazioni di Joad imbarcate sul camion, oltre a subire le ristrettezze economiche e i disagi legati al lungo e incerto viaggio, vengono sconvolte fin nel loro nucleo da un cambiamento imposto dall’alto, da quelle banche che agiscono senza avere un volto, senza sporcarsi le mani, appropriandosi di terreni che non hanno mai neanche visto. Perché la narrazione di “Furore” segue due prospettive: quella dei Joad, appunto, e delle loro enormi difficoltà; e quello di chi quelle difficoltà le ha create, o ci ha lucrato sopra. Come tanti avvoltoi lanciati su questa gente costretta all’esilio, Steinbeck non risparmia nessuno: da chi ha comprato e venduto materiale scadente a questi disperati ricamandoci sopra delle fortune, alle banche, ai commercianti e ai poliziotti. Tutti si avventano su questa sciagura, riservandosene una fetta. E ai Joad, che devono subire soprusi su soprusi, non resta, appunto, che un furore che monta sempre di più –specie in Tom, che verrà immortalato decenni dopo anche in un famoso disco del “boss” Springsteen.
Steinbeck punta il dito su tutti coloro che hanno le mani sporche in questa vicenda, vuoi per profitto, vuoi per indifferenza, fino ad alimentare una guerra tra poveri, con migliaia di uomini costretti a lavorare per una miseria e la minaccia costante di essere mandati via, mettendo a rischio l’intera famiglia. Gli abitanti dell’Ovest arrivano a definire la gente come i Joad “Okie” in senso spregiativo, a temerli e discriminarli, a odiarli e tenerli alla larga, in una spirale che non fa che inasprire il conflitto e le condizioni già al limite della sopravvivenza.
Vi ricorda niente tutto questo?
Mentre leggevo, mi rendevo conto di quanto, rispetto ad allora, i nomi siano diversi, ma le dinamiche siano le stesse, intatte. Vi invito, a tal proposito, a leggere questo pezzo della mia amica Laura, pubblicato sulla Yellow House, sul parallelo tra gli Okie di allora e i migranti di oggi.
Steinbeck è bravissimo a far calare il lettore nella parte, a portarlo dal punto di vista dei Joad, a far sentire la loro frustrazione e la loro disperazione in un viaggio epico che a tratti assume toni biblici. Continuando nelle pagine di questo melodrammone, ci si sente in trappola come la famiglia Joad, che passa da una sfortuna all’altra, con i soldi che si esauriscono e le speranze che si consumano, fino alla scena finale dell’alluvione che ti fa sentire in trappola, al di là di ogni possibile salvezza.
Mi è anche piaciuto molto il ritratto che Steinbeck da dell’intera famiglia Joad, di come cambiano le dinamiche di potere, di come i ruoli vengono centrifugati e distrutti dalla macchina della Storia che non guarda in faccia nessuno.
“Furore” è un libro incredibile, denso di strati e significati, schierato dalla parte degli ultimi. Se, come sosteneva Calvino, “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”, l’opera di Steinbeck ci rientra assolutamente, con le sue domande che ancora oggi, nel 2015, rimangono senza una risposta decente.


Marco

domenica 8 novembre 2015

I giorni


I giorni ti mettono in trappola
ti convincono che resteranno
giorni per sempre

Invece diventano mesi e anni
e poi ancora aria bianca
che confonde tutto
e mischia lustri e istanti

I giorni ti mettono in trappola
con le loro promesse gentili
in mezzo alle urla dell’attimo
del secondo, dell’istinto

I giorni ti addormentano con la
ragione, prima, e dopo col buonsenso
ti vestono di mode
ti ammazzano i silenzi
ti coprono di domani finchè non dimentichi
com’era
com’è stato
quando eri nudo

I giorni ti mettono in trappola
col loro poco per volta
così poco da essere niente
ma almeno è qualcosa
-o questo è ciò che ti
ripeti

I giorni raccontano bugie di
calendari e specchi
stendono veli di abitudini e speranze
fino a
non farti più vedere
niente

I giorni ti mettono in trappola
e poi rimangono a guardare
mentre sbraiti, ti lamenti, ti dibatti
e vivi ogni giorno
come se fosse uno nel mezzo
perso tra i tanti

I giorni ti mettono in trappola
e continuano a guardare
perchè loro
hanno tutto
il tempo
del mondo.


Marco Zangari © 2015

martedì 3 novembre 2015

Dalla stanza 306 Piazza Sant'Egidio, Roma

S. tutte le mattine alle 10,00 prende l’8 su via Gianicolense per andare a Trastevere. Ci va in completo, camicia e cravatta. Quest’ultima un po’ logorata dal tempo forse ma dignitosissima. Ha i capelli pettinati con la riga da un lato. Mentre attende il tram prova qualche pezzo con il suo violino, tentando di non eccedere con il volume degli accordi. Scende sempre alla fermata del Ministero della Pubblica Istruzione e in dieci minuti a piedi arriva a piazza Sant’Egidio.
Si posiziona su un lato del Museo di Trastevere, non troppo distante da un venditore ambulante che propone collanine e orecchini etnici su un banchetto di legno. S. esegue le sue performance in piedi e con gli occhi chiusi. I passanti distratti, senza nemmeno guardarlo in faccia, accennano a un sorriso. Lui suona ininterrottamente per intervalli di mezz'ora e pause di quindici minuti ciascuna. II suoi tempi sono precisi e ben studiati. Con una media di due euro a performance riesce a guadagnare circa 35 euro in otto ore, il che gli consente di pagarsi la pagnotta quotidianamente e continuare a sostenere le spese di un monolocale seminterrato a Casetta Mattei.
S. non è italiano. È arrivato a Roma quindici anni fa da un freddo paesino dell’Ucraina. Pensava di trovare in Italia il cuore della cultura europea e trovare l’opportunità di insegnare musica. È andata in effetti così i primi anni. Poi però ha perso il lavoro e dopo anni di stenti dando solo lezioni private di violino ha cominciato cinque anni fa a suonare anche per le strade. “Roma ti ha deluso?”, gli chiedo. Mi risponde di no. “Le belle metropoli fortunatamente attirano i turisti. E grazie a questi ultimi, città come Roma hanno continuato a coltivare la realtà degli artisti di strada. Dietro a questa realtà si è sviluppata una filosofia: suonare per farsi spazio in un mondo senza opportunità.”
Mi dice di provare. Capirei cosa significa crearsi una nuova identità. Suscitare sentimenti contrastanti tra le persone che lo riconoscono, che in fondo scaturiscono una grande soddisfazione. Pietà anche sì, ma non solo: curiosità, ammirazione, interesse. Trovare la forza ogni mattina di metterci la faccia per poi acquisire il piacere di mettersi in gioco durante la giornata.

“Ci proverò”, gli dico. In fondo, perchè no...

martedì 20 ottobre 2015

Dalla stanza 304

Di gente in giro ce n’è a tutte le ore ma il traffico sulla rampa del viadotto della Magliana dalle 10.00 di mattina no. Quello no. Ho sempre custodito intimamente il dubbio che quella fosse una di quelle strade di Roma in cui per qualche motivo razionalmente poco spiegabile fosse impossibile non trovare una coda di macchine, se non di notte o nel week-end. A dire il vero nutro ancora il dubbio che sia effettivamente così, se si esclude il fatto che oggi, chissà come, sono stata particolarmente fortunata. Insomma, in pochi minuti mi ritrovo al Morgana Hotel.
Oggi sono nella stanza 304, quella accanto alla room che si affaccia sul Ponte della Scienza. Ovviamente il Morgana, non avendo confini spaziali tridimensionali, consente di accedere, facendo solo pochi passi, a luoghi fisicamente distanti tra loro. Così mi ritrovo affacciata su una piazza romana, anche se non tra le più note della capitale, dove tra gli altri si colloca la sede principale dell’Ente previdenziale sociale italiano.
La stanza è estremamente spaziosa e dall’arredo moderno: un grande monolocale costituito da un salone all’americana soppalcato. Mi tolgo il soprabito e mi butto subito sulla poltrona posizionata di fronte a questa splendida vetrata che occupa l’intera parete che volge a est. Dovrei tornarci e passarci la notte per poterne godere l’alba. Magari con lui. Intanto chiudo gli occhi, respiro e cerco di rilassarmi profondamente. Ho bisogno di distendere completamente i sensi perché potrei fare ancora in tempo a cambiare idea. Potrei decidere che non servirebbe a niente. Che finirei solo per sentirmi in colpa. Che un’azione di tali proporzioni potrebbe risultare agli occhi altrui solo una pazzia. Immorale. Illegale.
In parte mi sembra che questa respirazione regolarizzata stia funzionando; mi sto effettivamente rilassando.
Respiro profondamente ma proprio mentre comincio a sentirmi meglio ripenso a quella lettera. A quei 30 giorni di tempo limite, che suonano come una minaccia. Ho davanti agli occhi l’immagine di altre centinaia di occhi gonfi di lacrime. L’immagine di case vuote, sgombre, deturpate, a causa degli sfratti. L’immagine di capannoni aziendali spogli di personale, per logiche economiche che sono contro qualsiasi matematica e contro qualsiasi fine sociale. Per un sistema finanziario secondo cui il denaro non è pari al denaro, ma pari al denaro più un interesse. Per un sistema previdenziale che chiede cento oggi per dare dieci, forse, domani. Che toglie al futuro per dare in ritardo un presente a chi il futuro non ce l’ha mai avuto.
Potrei pensare che questa azione programmata dal basso sia immorale e illegale ma penso anche che lo sia tanto quanto questa logica che ci sta lentamente annientando, commettendo un genocidio dalle proporzioni incommensurabili.
Nel mio zaino c’è un marchingegno elettronico dall’efficienza rapida e infallibile, che attende solo di essere usato.
Apro il frigo bar e mi apro una Menabrea con l’accendino. Prima di difendersi bisogna bagnarsi le labbra.

"Numero zero", Umberto Eco


Ci sono dei vantaggi nell’avere un blog. Uno è che puoi definirti CEO, SEO, Fondatore e MegaDirettoreGalattico del blog sul tuo profilo Linkedin e sui vari social (come se qualcuno sotto i 55 anni potesse prenderle minimamente sul serio).
Un’altra è che ti puoi inventare delle specie di rubriche, tipo questa delle Recensioni del Morgana, e auto-appuntarti, appunto, recensore, senza averne nessuna qualifica –e forse questo fa di te un recensore abbastanza affidabile.
Puoi fare un sacco di cose da recensore. Per esempio, puoi permetterti, tu, di criticare Umberto Eco e il suo ultimo romanzo “Numero zero”. Nella nostra stanzetta siamo tutti geni, in fondo.
Così, per questa recensione che sono sicuro il buon Umberto valuterà a fondo e di cui farà tesoro, non mi viene nemmeno una citazione d’apertura. Vorrei solo sapere, se possibile, com’è venuto in mente, al buon Eco, di scrivere un romanzo del genere.
E dire che “Il cimitero di Praga” mi era molto piaciuto. Avevo sentito che anche questo era, a suo modo, una sorta di romanzo storico –anche se principalmente incentrato sul mondo della stampa e dell’informazione. In realtà con il “Cimitero” non c’entra assolutamente nulla.
La storia è quella di un giornalista fallito che viene assoldato per partecipare alla stesura di un giornale che non verrà mai pubblicato. Intorno a questo giornale gravitano alcuni personaggi particolari, tra cui il complottista Braggadocio, che introduce delle (lunghissime) digressioni su Mussolini, i servizi segreti, la CIA e tutto quello che di losco e dietrologico esiste nella nostra storia recente.
Sinceramente non me n’è importato molto, né di queste digressioni, né di come viene dipinta la stampa. Dopo essere passati dal ventennio berlusconiano, ormai sappiamo tutti di tutte (o quasi) le manipolazioni di cui l’informazione è soggetta ogni giorno. Quello che scrive Eco, quindi, risulta ridondante.
I riferimenti al berlusconismo (lo stesso Commendatore a capo del giornale è un ovvio rimando all’ex Primo Ministro) suonano di stantio e risaputo.
Le congetture storiche, poi, portano a cose già sentite e risentite, che rinviano allo stesso messaggio di fondo: l’Italia è una Repubblica delle banane e gli italiani sono dei coglioni che non sanno che farsene della democrazia.
Neanche questo è chissà che messaggio rivoluzionario.
Il libro scorre velocemente, lo stile è brillante e leggero (anche se parecchie battute vanno a vuoto), e la nota positiva è che, se vi capitasse mai di iniziarlo, lo finirete presto, e probabilmente non ci penserete più.

(Professore, non se la prenda per questa stroncatura. So quanto ci tiene all’opinione del Morgana, ma oggi è andata così, si faccia coraggio. Ha delle capacità, si impegni, vedrà che la prossima andrà meglio)



giovedì 8 ottobre 2015

Giri larghi

Era stato un viaggio allucinante, sudato e stanco, schiacciato contro una madre con la figlia di 3 anni che non aveva smesso di piangere un secondo da Sydney a Dubai, tanto che mi sembrava di averla ancora nelle orecchie nel secondo volo fino a Roma. Avevo dormito un po’, avevo mangiato. Mi ero ritrovato a camminare con piedi pesanti tra i terminal, a togliermi le scarpe al metal detector fingendo lo stupore della prima volta, a pisciare giusto per abitudine, e per ingannare le enormi attese tra un volo e l’altro. Più che arrivato in Italia, mi sentivo sparato fuori da un inverno troppo lungo e troppo freddo.
Perfetto, allora, il passaggio a Roma al terminal per la Sicilia. Il sole di agosto mi ha sbrinato un po’ ossa e cervello, e la prima cosa che ho pensato è –eccomi in Italia da autore pubblicato. Marco Zangari, autore di Latinoaustraliana.
Mi sono guardato intorno, per capire se la cosa stesse avendo effetto sugli altri. Quando ho constatato che il mondo andava avanti benissimo anche senza quella informazione –il sole a cuocere pelli arrossite, i tassisti a fregare turisti, i turisti a farsi fregare, le coppie a riabbracciarsi sudate- mi sono tranquillizzato.
Ero tornato a casa.

Ognuno reagisce in maniera diversa. Non che capiti tutti i giorni di coronare un sogno inseguito da una vita –o da un arco di tempo che potresti definire considerevole. E chiaramente più tempo passa, più ci fantastichi sopra, aggiungi elementi, ti fai sempre più protagonista di questo film che sai benissimo che non uscirà mai nelle sale, e questo non ti ferma ma anzi ti dà la spregiudicatezza, l’impudenza dei sogni che non si avverano, il coraggio sfrontato di osare, di spingerti verso zone che non confesseresti mai a te stesso da sobrio. In fondo, se devi sognare, perchè non farlo in grande?
Poi certo, vedi gli occhi della gente che va al lavoro alle 8 di mattina, e capisci che non si possono/vogliono/riescono a concedere neanche più quello. Porti a spasso degli organi che si logorano e rompono sempre più finchè di te restano oggetti inutili in stanze affittate e aneddoti noiosi.
Io invece sognavo in grande. Ma forse sbaglio: non sognavo, io. Ci credevo, ecco. Fin da quando ho cominciato a imbrattare fogli, prima con la macchina da scrivere che si rompeva sempre, poi con pc che si impallavano puntualmente prima che potessi salvare, lo sapevo che sarebbe successo. Non fraintendetemi: non credevo certo di essere bravo. Più che altro, era una molla naturale, che mi spingeva a fare quello che stavo facendo –e che in fondo, forse non avrei fatto se non ci avessi creduto fin dalla prima riga che ho buttato giù.
«Se lo vuoi con forza, non è un sogno» diceva Walter nel Grande Lebowski.
E allora direi che no, non è un sogno.

Però –dicevo- ognuno la prende in maniera differente. Io sono stato così abituato a coltivare questa aspirazione dentro di me, nel silenzio, coi tempi e modi miei, così che quando è successo davvero, mi sono sentito spiazzato. Come quando passi una vita a fare air-guitar nella tua stanza davanti allo specchio, e poi all’improvviso ti sbattono su un palco VERO e tu devi farci i conti. Immagino ci sia chi si paralizza e non suona più una nota, e chi si innamora di quella situazione, e da quel palco non vorrebbe scendere più.
Io mi sono trovato forse in qualche punto tra i due, un po’ spaventato e un po’ goduto.
Con un largo sorriso idiota, mi sono guardato intorno, ho fatto finta di accordare la chitarra e ho pensato: e adesso che cazzo faccio?

C’è poi da dire che è una cosa che ha un certo impatto –per una volta positivo!- su di te, e praticamente nullo (o quasi) su chi ti circonda. Serve tanta palestra alle spalle, tante ore passate in una stanzetta a scrivere paragrafi immortali e prose penose. Se eri di quelli che già visualizzava la vetrina della Feltrinelli a Roma con la sua facciona, o magari già si preparava il discorso da leggere a Stoccolma prima del Nobel, la situazione poteva essere complicata.
Invece quello che hai davanti è un palchetto artigianale, col legno che quasi sembra cedere sotto i passi, e davanti hai un pubblico che (almeno all’inizio) è inferiore a quello che avevi per certi cenoni di Natale in casa.
Niente di che, a vederlo da fuori.
Meraviglioso, se lo chiedete a me.

È successo in radio. Un amico aveva organizzato tutto. In un afosissimo pomeriggio di fine agosto, mi ero trovato nella sede di una radio messinese. Facendo radio una volta a settimana qui a Sydney, mi sentivo moderatamente tranquillo.
Almeno finchè la ragazza che conduceva mi ha presentato dicendo il mio nome e aggiungendo SCRITTORE.
Cazzo. Quasi mi giravo per vedere con chi stava parlando.
E no, non è modestia. Conosco bene i miei meriti e le mie tare, e so che, di questo, posso essere orgoglioso. Ma lo stesso, non capivo con chi ce l’avesse la presentatrice. Potevo essere io? Mi ero visto in mille modi, ma quello proprio no.
Ma come, non avevi una visione fin dall’inizio?, direte voi (che proprio non ce la fate a farvi i vostri).
Sì, certo –ma un conto è sapere che prima o poi succederà, e farti guidare da questa forza.
Un conto è quando succede veramente.
Durante l’intervista abbiamo parlato di questo mio romanzetto (che voi del Morgana avete praticamente visto nascere, già nel lontano 2008), e quasi mi veniva voglia di proteggerlo fisicamente. Per la prima volta realizzavo che chiunque poteva avvicinarsi, punzecchiarlo, prenderlo in giro, smontarlo, indicarlo, farlo a pezzi sotto i colpi delle prime impressioni. Per un attimo ho pensato di riportarlo in una delle tante stanzette dove è stato composto, in notti e notti di caffè e dubbi e puro piacere –riportarlo dov’era nato e chiudere il mondo fuori.

Qualche giorno dopo c’è stata la presentazione in anteprima del libro a Messina. In fin dei conti ero felice che fosse lì, e che fosse in quel periodo. Da lì era partito il mio viaggio latinoaustraliano, nel 2007, e da lì adesso stava ripartendo questa nuova avventura, diversa ed eccitante.
Ma queste sono riflessioni successive. La realtà è che quella sera ero nervoso da fare schifo. Il locale dove avevo organizzato la serata si era dimenticato della mia presentazione, e così ci eravamo arrangiati a farla in spiaggia. I miei amici –gloria a loro- mi hanno aiutato a riorganizzare tutto in tempo record, poi mi hanno schiaffato una Tennent’s in mano, mi hanno messo su un trespolo e la serata è iniziata. Ho mandato giù un po’ di birra, mi sono guardato intorno. Era fine agosto e davanti a me avevo alcuni dei miei amici più cari, gente a cui tenevo che era venuta a vedermi. La mia famiglia era lì, in prima fila. Erano tutti seduti su dei teli, in spiaggia. Di fronte avevo lo spettacolo dello Stretto, per l’occasione inondato dalla luce di una luna così piena che sembrava quasi ce l’avessimo messa lì noi per l’occasione.
Inspirai. Avevo fatto un sacco di strada per arrivare lì, sia fisica che dell’altro tipo. Mi ero perso svariate volte. Avevo smesso di sognare, forse anche di crederci.
Adesso invece quel giro largo, larghissimo, mi aveva riportato a casa, tra la mia gente.
Quando la (bravissima) Alessandra, che presentava, mi ha chiamato al microfono definendomi di nuovo SCRITTORE (e aggiungendo un GIOVANE per rendere tutto ancora più surreale), ho fatto il vago –ma quando si è trattato di parlare del libro, non ho esitato. In fondo, era per questo che avevo passato quelle notti insonni –perchè quel mio viaggio potesse diventare anche il viaggio di qualcun altro.
Ero pronto a lasciare che quelle parole si alzassero in piedi e si allontanassero da me, cominciando il loro giro per il mondo.
Ero pronto per far finta di guardare da un’altra parte, seguendo però sempre i suoi primi passi di nascosto.
Ero pronto per un nuovo viaggio latinoaustraliano.
Ero pronto.
Più o meno.


(E stasera si presenta nella mia altra casa, Sydney. Vi farò sapere. Intanto cerco di godermela –almeno quanto se la può godere uno che aveva gli occhi sbarrati già alle sei di mattina.
Ma mi piace l’odore del napalm la mattina presto.
Ci vediamo al prossimo giro largo).


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venerdì 2 ottobre 2015

"L'Italiano", Sebastiano Vassalli


Bisogna dire a chi ancora non se ne fosse accorto che l’Italia è un Paese vecchio, anzi vecchissimo, dove tutto è già accaduto e dove non accade più niente di veramente nuovo e veramente importante da circa cinquecento anni. È un paese vecchio e tendenzialmente immobile. Qui non ci sono la Nuova Frontiera, l’Eldorado e nemmeno il Sogno Americano o l’Oriente Radioso della nuova Cina. Qui il Sole dell’Avvenire è sempre al tramonto. L’unico sogno ricorrente, da più di due secoli, è quello di una rivoluzione che mandi tutto all’aria: ma non ha mai portato a niente di buono.

Ho scoperto Vassalli molto tardi, e devo la scoperta alla mia amica Laura e alle nostre passeggiate per le strade bagnate dalla pioggia di San Lorenzo. In bocca ancora il sapore di birra rossa, quasi rischiavamo di essere messi sotto mentre discutevamo dei nostri eroi letterari. Io in quel periodo facevo una testa così a tutti sui racconti di Carver, mentre Laura parlava, per l’appunto, di Vassalli.
Dovresti provare i suoi racconti, mi diceva sempre.
Così, dopo aver letto allora “La morte di Marx”, eccomi qui a (troppi) anni di distanza con “L’Italiano” (Einaudi), una raccolta di racconti del 2007.
Come suggerisce il titolo, Vassalli ha tentato, in questo libro, di illustrare (ma forse sarebbe più giusto dire: “mettere a nudo”), pregi e (soprattutto) difetti che fanno parte del carattere italiano. Per farlo, compie una carrellata storica di eventi e personaggi solo apparentemente distanti e diversi tra loro, che parte da Ludovico Manin, ultimo doge di Venezia, per arrivare fino a Berlusconi. I racconti sono la scelta giusta, perché, come lo stesso Vassalli ha confermato alla mia amica Laura in una bella intervista avvenuta qualche anno fa (e che potete rileggere qui), la realtà di oggi è così frantumata che la struttura del romanzo non funzionerebbe.
Con un linguaggio sempre limpido, incisivo, Vassalli ci guida attraverso epoche diverse, sottolineando corsi e ricorsi storici, mettendo in evidenza alcune costanti del carattere italiano, che tornano fuori regolarmente. Nei vari racconti, l’Italiano ne viene fuori al peggio e al meglio. Tutti i racconti si fondano su fatti storici reali e personaggi realmente esistiti –talvolta famosi, come Crispi, Craxi, Togliatti e così via- altri meno, come il carabiniere Orazio Petruccelli e il trasformista Saverio Polito. Proprio questi due sembrano essere gli estremi che segnano il carattere italiano: il primo decide infatti di morire eroicamente a Cefalonia per mano dei nazisti, laddove il secondo riesce a reinventarsi a seconda del momento sociale e politico, attraversando con successo la fine del fascismo di cui anche era stato responsabile. Eroi o traditori, solari o bigotti –Vassalli non lascia fuori niente, fino ad arrivare a Berlusconi, definito non a caso “l’Arcitaliano”. Per lo scrittore, infatti, l’allora Primo Ministro sembrava incarnare idealmente tutti i difetti tipici del carattere italiano, presentandone al tempo stesso altri tratti distintivi come la giovalità, l’allegria, la flessibilità.
Fa certo un po’ strano rileggere adesso di quel periodo –più che altro sembra passato molti più tempo di quello che in realtà è trascorso. Ma questo esula dal libro, che si fa leggere bene e ti lascia il desiderio di approfondire la conoscenza di alcuni di questi personaggi, anche quelli che sembravano già noti –e questo è già un gran risultato. Ho un debole per la letteratura storica, e racconti come “I due rivoluzionari”, che parla dello scontro tra Togliatti e Adriano Sofri, incontrano assolutamente il mio gusto.
Non ho apprezzato allo stesso modo tutti i racconti, e ogni tanto sembra quasi che si manchi il punto o ci sia qualche stereotipo di troppo. Ma Vassalli sa fare il suo, e lo sa fare bene. “L’Italiano” è un libro non banale, che va giù molto facilmente –quasi quanto una birra rossa in una fredda sera di gennaio.

lunedì 28 settembre 2015

"Rumore bianco", Don DeLillo

-Ma la rimozione non è innaturale?
-È la paura a esserlo. Lo sono lampi e tuoni. Dolore, morte, realtà, queste sono cose innaturali. Non possiamo sopportarle così come sono. Sappiamo troppo. Quindi ricorriamo alla rimozione, al compromesso, al camuffamento. È così che sopravviviamo nell’universo. È questo il linguaggio naturale della specie.


Rumore bianco” si apre con il protagonista, Jack Gladney, che osserva l’arrivo stagionale dei nuovi studenti del college dove insegna. A bordo di station wagon, con valigie e oggetti inutili, compiono un rito che si perpetua ogni anno allo stesso modo.
Dimenticavo: Jack è il docente della cattedra di Hitlerologia. È stato il fondatore di questo corso di studi, nonostante non parli tedesco. Adesso ci sono corsi di studio su Hitler in tutto il Paese.
La famiglia di Jack è composta dalla moglie, Babette, un donnone rassicurante e un po’ svanito, e vari figli che i due hanno avuto sia da altri matrimoni che dalla loro unione.
La prima parte del libro –che è anche, a mio avviso, quella che funziona di più- descrive questa famiglia, perfettamente funzionale nella sua disfunzionalità, così assurda da sembrare esattamente identica a tutte le famiglie che conosciamo –compresa la nostra. DeLillo è molto bravo a trascinarvi nei meandri del sogno borghese americano degli anni Ottanta (il libro è del 1985), senza calcare troppo la mano, solo lasciando che sia la sua scrittura a disvelare una nevrosi dietro l’altra, in tante scenette apparentemente slegate, che diventano ritratti di qualcosa che conosciamo fin troppo bene.
Nella seconda parte, la famiglia di Jack è impegnata a fronteggiare una fuga tossica che provoca (sembra provocare?) un contagio di massa. Piano piano vengono fuori farmaci sperimentali, scienziati farfalloni, tradimenti, improbabili esami clinici e tanta altra roba, tutta permeata da una paura della morte che sembra paralizzare non solo Jack, ma anche la moglie e probabilmente, in un modo o nell’altro, tutti gli altri personaggi. Come un rumore bianco, appunto, la morte permea ogni cosa, dandole valore o togliendoglielo del tutto, fungendo da molla o da scusa, portando ad uccidere o a restare uccisi, accettando o rimuovendo.
DeLillo mette in scena la paura della morte, e lo fa ovviamente a suo modo. La famiglia stessa sembra un estremo tentativo di combattere questa paura, quasi come un nascondiglio dal mondo, con un effetto anestetico. Gli oggetti inutili di cui ci circondiamo sono come delle barriere temporanee, ganci illusori che utilizziamo per restare ancorati al terreno e non farci trasportare dalla tempesta.
Lo stile di DeLillo è quello che lo ha reso famoso, e che ha portato generazioni di scrittori (il nome di Chuck Palahniuk vi dice niente?) a ispirarsi al suo modo di scrivere. La sua prosa è ricca senza essere opprimente, intelligente senza perdere il gusto del gioco.
Ammetto che “Rumore bianco” non mi è piaciuto tanto quanto “Underworld”, il libro di DeLillo che mi ha colpito come un cazzotto qualche anno fa, e dove la sua scrittura si faceva sontuosa ed avvolgente. Alcune parti del libro possono risultare un po’ lente, o forse troppo “piene”, ma un cavallo buono può permettersi ogni tanto qualche cagatina ai nastri di partenza.
Non lo consiglierei come primo libro di DeLillo (in quel caso “Underworld” è quasi obbligatorio), ma resta un libro solido, ben scritto e da malditesta (nel senso buono).

domenica 13 settembre 2015

Letture d'estate: 4 recensioni al prezzo di una


È un po’ che manco da queste parti. Ho avuto un’estate (italiana) in mezzo all’inverno (australiano), con una confusione di climi, latitudini e destinazioni di cui parlerò nel prossimo post (sempre che non lo rimandi a Natale).
Ho anche una novità importante, che potete vedere nella colonnina qui a destra (se state guardando il Morgana su computer e non su smartphone). Ne avevo già accennato, e ne parlerò bene in seguito.
Ha ragione il mio amico Ettore: quando si arriva alle cose importanti, la mia frase tipica è “poi te ne parlo”.
Mamma mi ha fatto così, e adesso mi dovete piangere voi.
Una cosa che non potevo rimandare era l’appuntamento con le recensioni, che più si accumulano, più diventa complicato parlarne per bene. Ormai è un anno (di già!) che mi sono auto-imposto quest’appuntamento, un po’ per esercizio, un po’ per spingermi ancora di più alla lettura, molto per masochismo (e visto l’effetto su di voi, anche un po’ di sadismo, dai), e tanto per la mia quotidiana, catastrofica guerra contro la pigrizia.
Lotta o meno, devo constatare che resto comunque troppo pigro per scrivere una recensione a parte per ogni libro letto in questa estate invernale. Per questo motivo, ho deciso di accorpare i tre libri (più bonus track) in un unico post.
La pigrizia aguzza l’ingegno, l’ho sempre detto.

Ogni volta, prima di partire per le vacanze estive (quando riesco a farmele), mi chiedo: cosa mi va di leggere?
Mi lambicco per ore, finchè non è troppo tardi e devo scegliere al volo, e quello che mi resta in mano è sempre lo stesso risultato: racconti.
Questo perchè, nonostante ogni volta mi piaccia immaginarmi sdraiato al mare a sorseggiare una birra, in ore lunghe, lente e godute, senza altri pensieri che prendere il sole e tuffarmi al mare quando fa troppo caldo, la parte realistica di me comincia a ricordarmi che è da un pezzo che le mie vacanze hanno smesso di essere questo (semmai lo sono state). La realtà è che devo strappare, al turbine di visite amici famiglia parenti appuntamenti aperitivi cene e burocrazia, un pugno di ore che posso usare per me –e molte di queste provo a dedicarle al sonno, quando mi riesce.
Le restanti le dedico alla lettura che quindi, per forza di cose, dev’essere rapida, dritta al punto, compiuta. I racconti, di conseguenza, sono l’unica opzione.
Non è un caso che tre di questi 4 libri siano delle raccolte di racconti, quindi.

Cominciamo con quella che mi è piaciuta meno, e cioè i “Racconti di Odessa” (Bur) di Isaak Babel’. Può sembrare una bestemmia, visto che Babel’ è ritenuto, da più parti, uno dei maestri del racconto moderno. La sua stessa biografia sembra un romanzo: soldato, traduttore, playboy, amico di personaggi come Gorkij e Majakovskij, fucilato per spionaggio (anche se la verità è venuta a galla solo molti anni dopo). La sua biografia mi è sembrata quasi più interessanti di questi “Racconti”. Intendiamoci: non sono affatto brutti, e Babel’ usa un linguaggio che passa dal brutale al lirico nel giro di un paragrafo. Forse il mio guaio è che ho troppo letto (e troppo amato) i racconti brevi di Cechov, e non potevo fare a meno di paragonare i truffatori, i malviventi e i corrotti dei racconti di Babel’ con quelli, precedenti, di Cechov.
Senza contare un punto molto importante: i racconti di Cechov li ho letti e riletti, fin quasi a memorizzarli. Non rileggerei una seconda volta questi “Racconti di Odessa”. Mi sa che non devo aggiungere altro, giusto?

Era un po’ che sentivo parlare di John Cheever come uno dei maestri del racconto americano (ma tutti maestri, qui? E poi ci chiediamo perchè nessuno impara...). Per questo ho scaricato nel mio Kobo questo “Ballata – Tutti i racconti, volume 1” (Feltrinelli). I racconti non mi sono dispiaciuti, specie “Natale è un periodo triste per i poveri” e “Ballata”. Non ho avuto però mai la sensazione di trovarmi davanti ad un maestro, bensì ad un onesto artigiano, che riusciva a creare storie credibili e personaggi verosimili. Mi è piaciuto anche il tono grigio, metropolitano e disperato di alcune delle storie, che facevano emergere tutta la delusione che risultava dal primo infrangersi del grande Sogno Americano. In un periodo (le storie sono ambientate tra gli anni 30 e 50) in cui tutti sognavano di diventare ricchi, Cheever incentra i suoi racconti su coppie forestiere che vagano per la Grande Città, manovratori di ascensori senza alcun futuro, poveri che si illudono per un attimo prima di ritornare alla loro stanzetta annerita.
I racconti di Cheever non mi sono piaciuti per due motivi: il primo, mi sono sembrati un po’ datati (e ovviamente non mi riferisco solo all’epoca d’ambientazione, ma proprio ad un modo di intendere lo stile e lo scrivere); secondo, mi è sembrato che nelle storie mancasse sempre qualcosa, spesso verso la fine. Si sentiva l’assenza di un’accelerazione, di una pausa, di un simbolo di catastrofe o di salvezza. Senza quel “qualcosa”, i racconti sembrano come un sogno lungo e cupo, senza nessun risveglio. Soprattutto, senza nessuna immagine che resti impressa una volta finito il sogno.

Un giorno all’improvviso diventi uno dei tanti uomini che non hanno una donna. Quel giorno viene di colpo a farti visita senza che tu ne abbia il minimo presentimento, senza il minimo preavviso, senza annunciarsi bussando o schiarendosi la gola. Svolti l’angolo, e ti accorgi che ormai sei arrivato lì. Ma non puoi più tornare indietro. Una volta girato l’angolo, quello diventa il tuo solo, unico mondo. E quel mondo lo chiami “uomini senza donne”. Sì, con un plurale di gelo infinito.

Ancora una volta, arriva per fortuna Murakami a salvarmi il sedere. Ne ho parlato spesso qui al Morgana, quindi già sapete della mia passione per questo simpatico ometto, fanatico di jazz e whisky. Non avevo mai letto dei suoi racconti, e sono rimasto piacevolmente colpito da questo “Uomini senza donne” (Einaudi), che racchiude, appunto, sette storie di uomini che affrontano amori finiti, amori mai nati, amori complicati, amori rimpianti, perfino amori surreali come capita nel kafkiano “Samsa innamorato”. Murakami utilizza il suo solito stile semplice e chiaro per introdurre il lettore nelle sue storie, per farlo appassionare al protagonista, ai suoi sentimenti spesso inespressi, nell’aria, oppure bianchi, in modo che sia chi legge a colmare i vuoti. Di alcuni personaggi sappiamo tutto, di altri cogliamo solo brevi descrizioni e possiamo solo immaginare cosa ci sia stato prima. Ci sono alcuni colpi di scena, che non sono mai grossolani o scontati. C’è molto dolore, tra queste pagine, trattato con tatto, talvolta con ironia. Murakami ci guida attraverso i ricordi di uomini feriti, traditi, confusi, oppure desiderosi di un abbraccio, di una carezza, o anche solo di poter esprimere la propria sofferenza, repressa in fondo al cuore.
“Uomini senza donne” vale ogni centesimo dei vostri soldini, parola di Zango.

Per ultimo ho tenuto la “bonus track” di questa estate. Sapete quelle discussioni fatte in veranda con un vostro amico, birra a fiumi e parole libere, e lui che tira fuori il nome di un libro dicendo, lo devi proprio leggere? Ecco, stavolta l’amico non si è limitato a dirmelo, ma è andato direttamente a prenderlo e a prestarmelo.
Ora non saprei nemmeno di cosa stavamo parlando quella sera. So solo che ho preso la sua copia di “Maus” di Art Spiegelman, e quella notte, una volta tornato a casa, ho cominciato a leggerla.
E lì sono cominciati gli incubi.
Ogni notte tornavo alle 3, alle 4, prendevo il libro di Spiegelman, ne leggevo qualche pagina, poi crollavo addormentato e cominciavo a sognare quello che avevo letto. Anche se sognare non è forse il termine più corretto.
Conoscevo “Maus” solo di fama, e, anche se sono cresciuto con i fumetti e li amo tutt’ora, non ho mai letto molte graphic novel. Qualcuno non le considera nemmeno una forma di letteratura. Beh, quel qualcuno probabilmente non ha mai letto “Maus”.
Nonostante abbia letto tantissimo, e visto tantissimo (molto più di quanto avrei voluto) sull’Olocausto, il libro di Spiegelman mi ha colpito al petto con la forza di un treno. E lo ha fatto in un modo completamente diverso da tutto quello che avevo letto o visto finora. Non meglio o peggio: solo diverso.
Sono uno che ha amato “Se questo è un uomo” di Levi. “Maus” arriva in posti diversi, e parte anche da presupposti diversi. La storia del padre e della madre di Spiegelman, ambientata durante la Guerra, si incrocia con quella del difficile rapporto di Spiegelman col padre ormai anziano. Spiegelman dimostra subito onestà intellettuale, non esitando a mettere in mostra i pesanti difetti del padre, sopravvissuto ad Auschwtz. Il suo intento non è di farne un santino, nè di far finta che vada tutto bene, che tutto possa venir condonato al padre per il solo fatto di aver passato quelle atrocità. Di questo approccio ne guadagna la storia principale, che risulta verissima e impossibile da credere allo stesso tempo, cupa, brutale e poetica. Narrata dal padre, che si esprime in uno yiddish che entra nella testa del lettore, tanto da diventare parte integrante della storia, la vicenda dei genitori di Spiegelman racconta senza mezzi termini, e senza autocompiacimenti, una storia che abbiamo forse sentito tante volte, ma qui è come se fosse la prima. Il fumetto, che sembrerebbe all’inizio sminuire i toni tragici della storia, al contrario finisce per aumentarli, e per raccontarla in una maniera che poteva essere espressa compiutamente solo in questa forma.
“Maus” ci mostra anche il “dietro-le-quinte” del libro. Spiegelman non esita a esporre al lettore i suoi dubbi morali, etici e artistici di fronte all’impresa del descrivere la prigionia nei campi dei suoi genitori. Sa che molti non capiranno, molti lo accuseranno di sfruttare una ferita ancora aperta. Molti gli rimprovereranno di aver ritratto il padre in maniera deprecabile. In una scena vediamo lo stesso autore che, a colloquio con il suo analista (anche lui un sopravvissuto ai campi), parla dell’opportunità o meno di andare avanti con la storia. Da lettore, e anche da scrittore, ho molto apprezzato questi passaggi, tutt’altro che scontati. Nonostante “Maus” sia stato poi un successo mondiale, mi ha fatto sentire l’onestà e il timore dell’autore di accostarsi ad un tema così difficile, e così intimimamente doloroso. Non risparmia nessuno, nemmeno se stesso.
Ed è questo, in fondo, l’unico comandamento di chi crea arte.
“Maus” mi ha causato incubi, mi ha tenuto sveglio, mi ha preso a ceffoni. Ed è per questo che ognuno di voi, appena finito di leggere questo post, dovrebbe ordinarne subito una copia e leggerlo il prima possibile.

La messa è finita, andate in pace. Si ricomincia con le recensioni e tutta l’altra roba in sospeso.
Intanto passatemi quel mojito, che in fondo è sempre bello tornare qui al Morgana, anche dopo una pausa.
Alla prossima,
Marco

Lago

Su una sponda del lago
risate di bambini
gita, voci che si rincorrono
che spingono il cielo
a scoperchiare le
nuvole

Su un’altra sponda
resti di falò, bottiglie vuote
orme e racconti di
una notte
prima di spogliarsi
di tuffarsi fra le
acque

E poi calma, silenzio
erosioni
pazienza
su su
fino alla diga
oltre la quale
il nostro sguardo
non riesce ad
andare

È lì accanto che
ci riposiamo noi
che ci sdraiamo
-accanto al muro
impenetrabile
-sempre domandandoci
cosa ci sia oltre
riflettendo

Forse, riposando.


Lorica, 16/8/2015


©Marco Zangari


Foto di
Michelangelo Restuccia

giovedì 6 agosto 2015

Quando tutto rinuncia a star fermo


La vita non è come i film, diceva il personaggio di un altro film.
Nei film non ci sono tempi morti, nella vita ce ne sono parecchi.
Vero. Passi settimane e mesi a loro modo stancanti, intensi, perfino logoranti, ma se qualcuno pronunciasse la fatidica frase “Che fai per ora?” non sapresti che rispondere. La mente andrebbe a cercare ciò che si nasconde all’altra estremità di questa perdita di ore e minuti, e tornerebbe a mani vuote come un cane da caccia mandato a recuperare una preda mai davvero colpita dal padrone.
Che poi, quando superi una certa, i periodi così si risucchiano la stragrande maggioranza del tempo. Schiacciati dal lavoro, dalle preoccupazioni, dai conti, dalla salute, dalla pura e semplice sopravvivenza, tiriamo avanti in apnea, sperando di trovare presto un’aria più respirabile.
Solo che di solito non arriva.
Ti limiti allora a sognare per induzione (mi dicono che è estate, allora probabilmente mi sto divertendo anche se non lo so), a strappare i fogli del calendario, a stupirti della rapidità del tempo, e a scuotere la testa impotente, come se quel figlio di puttana fosse sempre troppo veloce per te.
E lo è, certo. E in un sistema in cui passiamo più tempo con i nostri colleghi che con le persone che amiamo, che ci costringe a pagare rate infinite di cose che smettono presto di servirci, non è neanche una conseguenza così nuova o imprevedibile.
Se vendi il culo, ci sta che dopo un po’ cominci a farti male.

Va sempre così.
No, non sempre.
Dopo mesi di appiattimento, di casini, di fatiche piccole e grandi, di fortune per caso e grandi attese, sembra che stia succedendo tutto insieme.
Agosto è iniziato con un’ondata di gelo anomala per gli inverni australiani, sì, e anche con la cerimonia per la mia cittadinanza. Da giorno 3 sono ufficialmente un australiano. Sono trascorsi quasi 8 anni esatti dal mio primo arrivo qui a Down Under. Ho vissuto tante e tali di quelle esperienze, e sono cresciuto in una maniera che non riesco proprio a far entrare in questi pur lunghi otto anni.
Ho buttato le mie cose in una sacca, me la sono messa in spalla e ho attraversato il mondo. Poteva andare in molti modi: è andata come mai avrei immaginato, nè nel bene nè nel male. È stato un cammino infinito, durante il quale ho lasciato pezzi di me qui e lì, del vecchio me. Con quello che è rimasto, sono riuscito a mettere su la persona che sono adesso, che mai avrei pensato di diventare.
O forse dovrei dire: che mai avrei sperato.
Perchè tra qualche ora –anzi, ormai tra una manciata di minuti- saranno 36 (ah! Speravate di scamparvela col mio post di compleanno, quest’anno, e invece ho solo giocato d’anticipo), e dovrò come al solito guardarmi a quel famoso specchio, ma so già adesso che quello che vedrò mi starà un po’ sul cazzo, un po’ mi smonterà, ma soprattutto mi farà dire: tutto sommato non male, ragazzo.
Poteva andare molto peggio.
È andata molto meglio.
Sarò io con quel numero di anni che nemmeno so mettere insieme, che non mi fa troppo ansia perchè i 40 sono (sembrano) ancora lontani, perchè sono caduto in tante trappole ma mi sono salvato da molte altre, perchè ho attraversato fiumi di merda escendo pulito come un bambino, perchè so ridere ancora come un coglione di me stesso, di queste mie parole, perchè posso versarmene ancora uno e festeggiare con la gente che viene e che va dal Morgana. Perchè oggi sono (anche) australiano, sono un fottuto 36enne, e soprattutto sono pronto a partire, e questo mi rende invulnerabile ad ansie, paure e anche a periodi di ristagnazione, di quelli che non succede niente.
Perchè di roba ne succede sempre tanta, ma siamo noi che non la vediamo. Io, per la ricorrenza, la vedo, e ho deciso di festeggiarla con un ritorno in Italia per vacanza, per rivedere tutti, proprio nel giorno del compleanno. Andando in direzione contraria per i fusi, allungherò ancora di più una giornata che in passato avrei provato in tutti i modi ad ammazzare sul nascere.
E tutto questo per un semplice motivo: mentre gli anni si accumulano, fino a diventare così tanti che rinunciamo a capirli, mentre i periodi morti continuano a marcire davanti ai nostri occhi distratti, qualcosa succede.
Qualcosa succede sempre.
Basta capire la ragione di ogni stagione.

E diventano molti
quelli che ci sopportano solo per una mezz'ora
a cui hai offerto un bicchiere una volta
per vederli sorridere ancora
o vederli ingrassare d'amore
in un giorno qualunque di ottobre
quando tutto rinuncia a star fermo
un pò come i contorni del mare


Qualcosa succede sempre, sì. E una delle più importanti succederà alla fine di questo mese che si preannuncia sudato e goduto. La trovate qui sotto, molti di voi sapranno già di cosa si tratta, e sapranno anche quanto ci tenga. Ne scriverò meglio più in là, in un periodo più calmo (sempre che ci sia, in questo agosto fuori di testa).
Ci si ritrova per i 37 (oddio), ci si rivede dall’altra parte del mondo, ci si risente per la prossima stagione sbagliata, il prossimo giro, la prossima marea, che sia alta o sia bassa.
Basta rinunciare a star fermi.


mercoledì 5 agosto 2015

"L'avversario", Emanuel Carrère


Ricalcando i suoi passi provavo pietà, una straziante simpatia per quell'uomo che aveva errato senza meta, anno dopo anno, chiuso nel suo assurdo segreto, un segreto che non poteva confidare a nessuno e che nessuno doveva conoscere, pena la morte. Poi pensavo ai bambini, alle fotografie dei loro corpi scattate all'Istituto di medicina legale: orrore allo stato puro, un orrore tale da costringerti a chiudere gli occhi, a scuotere il capo la realtà.

Avevo sentito parlare di Carrère e avevo sentito parlare di questo suo romanzo, “L’avversario” (Adelphi), diventato ormai un best-seller fin dalla sua uscita nel 2000. Quello che non sapevo era che il libro partiva da un fatto di cronaca di cui avevo sentito parlare, tanto tempo fa, e che mi era rimasto impresso per qualche motivo.
Il libro si apre con l’incendio della casa di Jean-Claude Romand. Dall’incendio, i pompieri estraggono le salme della moglie e dei due figli di Jean-Claude, insieme allo stesso Jean-Claude che però respira ancora. Romand viene quindi portato d’urgenza in ospedale.
Sembrerebbe un normale, seppur tragico, incidente, se non fosse che la polizia nota qualcosa di strano nei cadaveri. Viene stabilito, infatti, che moglie e figli di Romand erano già morti prima dell’incendio.
Mentre Romand è ancora incosciente, si cerca di avvisare qualcuno. I genitori non rispondono, allora si pensa di chiamare la sede dell’OMS di Ginevra, dove Jean-Claude lavora da anni ed è stimato e rispettato da tutti.
Peccato che all’OMS nessuno abbia mai sentito parlare di Jean-Claude Romand.
Quando i genitori di Romand vengono ritrovati morti in casa, uccisi da un colpo di fucile, gli inquirenti si trovano a dover cambiare bruscamente sentiero per poter arrivare alla verità.
E sarà una di quelle difficili da accettare.

Carrère, che alla vicenda si era già ispirato per un altro suo best-seller, “La settimana bianca”, comincia ad intrattenere una relazione epistolare con Romand, rinchiuso in carcere. Ricostruendo la storia di Romand, Carrère prende per mano il lettore e lo guida attraverso la ricostruzione della vicenda, a partire da Romand che si risveglia in ospedale, e si trova sbattuta in faccia la verità che aveva provato a seppellire per tutta la vita, e che aveva sostituito con una serie di complesse, colossali, fortunate bugie. Di quelle talmente grosse che non sarebbero assolutamente accettabili, in un noir d’invenzione.
Carrère sceglie apposta di partire descrivendo il punto di vista di Luc, uno degli amici più cari di Romand. Distrutto per le perdite dell’amico, da un giorno all’altro si trova a dover affrontare il fatto che l’amico che conosceva, non era assolutamente chi pensava. Lo stimato dottore, l’uomo con la testa sulle spalle, la persona di successo: niente di tutto questo era reale.
Romand ha mentito a tutti, su tutto, e per un tempo che sembra incredibile da credere. E quando la sua menzogna ha cominciato, inevitabilmente, ad imbarcare acqua, la sua reazione è stata disastrosa.

“L’avversario” è scritto bene, ha un passo rapido ed è ben narrato. Carrère evita ogni sensazionalismo, ogni morbosità. Ha delle ovvie reticenze ad avvicinarsi ad una storia così inquietante, e lotta per decidere che punto di vista adottare: quello di Romand? Quello delle vittime?
Alla fine decide di mantenere la sua prospettiva, che sa bene non essere neutrale, ma è l’unica disponibile, e l’unica onesta.
Non era facile raccontare questa storia, ma Carrère ci riesce, e anche discretamente.
Il romanzo, va detto, è uno di quelli che resterà con voi per molto tempo. Personalmente non sono mai stato un amante della cronaca, ma “L’avversario” va ben al di là della tragedia finale. Racconta di un mondo ovattato e superficiale, che un giorno si ritrova denudato e senza risposte. Racconta di rapporti che diamo per scontati. Racconta di interrogativi che restano sospesi, come quello più importante –dal punto di vista clinico, certo, ma anche più ampio: perché Romand ha iniziato a mentire? Perché ha preso la rincorsa per quella strada senza ritorno?
“L’avversario” mi ha lasciato un senso di gelo di neve, un lieve squallore addosso, ma l’ho trovato anche un libro potente, incredibilmente leggibile, tanto da sembrare quasi un thriller, ma uno di quelli dove vi ponete domande. Domande che potrebbero cambiare il mondo con cui guardate alla realtà che vi circonda.


lunedì 3 agosto 2015

"Il volo delle anatre a rovescio", Alberto Calligaris


La mia vita è questa. Incontro sempre persone straordinarie, e loro incontrano di continuo un deficiente.
Forse dovevo smettere di rincorrere culi rosa e gonfi e fermarmi. Per un momento mi immaginai io e lei stesi a letto, uno accanto all’altro, con le persiane chiuse aspettando di morire, e forse era la cosa più pura che avessi mai pensato, quelle cose per cui soffri assieme all’universo intero, ma avevo già nostalgia delle risse e delle sbronze come se fossero pezzi di carne bruciata dove affondare i denti. Credo che lei se ne accorse. Donne così non capitano per caso.


Nel 2008 un amico mi portò dall’Italia un libro. Era il mio primo periodo in Australia, mi trovavo qui ormai da un anno. Parlavo sognavo respiravo cagavo in inglese, era una full immersion spirituale prima che linguistica, e l’Italia sembrava lontanissima e sospesa. Per questo guardai a quel libriccino come ad un oggetto strano, proveniente da qualche dimensione parallela.
Il libro si chiamava “Poesie d’amore per donne ubriache”. Chi l’aveva scelto, mi conosceva bene.
Poi cominciai a leggere, e pensai che mi conosceva ancora meglio.
Il libro era piccolo, sia di formato che di pagine. Una serie di poesie semplici, quotidiane, ironiche e amare. Bellissime.
Le lessi e rilessi, e poi le feci leggere a chiunque mi capitasse sotto mano. Ricordo che lo leggevamo spesso con Luca e Valeria, i miei compagni di avventura italici di allora (devo avere ancora qualche video dove declamiamo intere poesie con le lingue impastate dallo shiraz sottomarca). Alberto Calligaris, l’autore, divenne il nostro eroe. E come tutti gli eroi, si sapeva pochissimo di lui, e quel poco sembrava inventato, per il gusto di confondere e far sorridere. Ma davvero aveva mollato tutto e adesso faceva il giardiniere in Cornovaglia? Davvero aveva raccolto rifiuti per due anni? E la moglie era scappata e l’aveva lasciato con una figlia? Che cavolo faceva adesso?
Io e Mauro lo inseguimmo per anni, ma Calligaris era sempre più veloce. Mentre facevo fare a “Poesie d’amore” l’avanti e indietro tra Italia e Australia –per poterlo leggere a sempre più persone- le informazioni su di lui erano poche e fuorvianti (anche se adesso è possibile trovare una serie di interviste deliranti in rete).
Da allora ha scritto altri libri, persino romanzi. Ha aperto e chiuso blog, che sparivano da un giorno all’altro dopo aver disseminato qui e lì pezzi brillanti e folli. Non sapevi mai se lo faceva per fastidio, per noia, per inclinazione intellettuale o solo perché sì. Aveva anche un profilo Facebook e uno Twitter, che ha ovviamente chiuso da parecchio, ma Mauro ed io eravamo riusciti lo stesso a contattarlo. Era la prima volta che parlavo con uno scrittore pubblicato che ammiravo (ne conosco per fortuna altri bravissimi che sono solo in attesa di pubblicazione), e volevo evitare di fare il groupie cazzone che si lancia in complimenti urlati, però insomma, “Poesie” mi era piaciuto e ho provato a dirglielo nella maniera più tranquilla e cazzeggiante possibile. Lui ha apprezzato. Ci aveva persino detto che sarebbe venuto in Australia da lì a qualche mese, forse per viverci (e l’elenco delle sue stranezze biografiche si allungava). Io e Mauro, tutti contenti, gli dicemmo che ovviamente poteva chiedere a noi per qualunque cosa, che sarebbe stato un piacere poterlo aiutare, magari anche ospitare (e in quel momento eravamo disoccupati e in bolletta, ma era un dettaglio secondario).
Purtroppo Calligaris uscì dai radar dei social media qualche tempo dopo, e non sapemmo mai se effettivamente era poi venuto in Australia, se se n’era andato, o se ancora continuava a potare siepi in Cornovaglia.
Con questa premessa, potete immaginare il mio faccione quando sono riuscito, finalmente, a trovare sullo store Kobo il suo “Il volo delle anatre a rovescio” (Newton and Compton). Per me è stato come ritrovare un amico mai incontrato.
Non ci provo nemmeno a descrivervi la trama de “Il volo”, perché non avrebbe senso. Sì, c’è una storia fatta di santoni terroristi, poliziotti incazzosi, donne poppute, scene di sesso rimandate e grottesche, inseguimenti e così via, ma definirla trama sarebbe riduttivo. Calligaris, che nelle poesie riusciva sempre a mettere insieme quelle due frasi che ti fanno ridere, immedesimare e intenerire mentre ti danno una stoccata sotto la cintura, riprende il suo stile anche nella forma romanzo. Il libro stesso sembra un insieme di frasi ad effetto, che vanno dalla battuta sarcastica alla riflessione intima, con una serie di paradossi, di contrasti, di massime e aforismi che vorticano e risucchiano il lettore. Sì, probabilmente il libro parla anche del rapporto uomo-donna, di Occidente, di amicizia e soprattutto di comportamento umano, visto con la prospettiva dell’osservatore-scienziato che paragona i nostri gesti a quelli del mondo animale, ricordandoci che in fondo siamo quello (non per niente, il protagonista è nientemeno che Konrad Lorenz, fondatore dell’etologia).
Però “Il volo” è questo e altro. Forse lo stile di Calligaris raggiunge la sua collocazione perfetta nelle poesie (o forse io ormai sono abituato a vederlo lì), ma comunque questo romanzo resta godibile, divertente, intelligente.
Chissà, magari se nei nostri giri mi capiterà alla fine di beccarlo, glielo dirò. Nel frattempo, posso dire che è stato un piacere reincontrarsi così.

mercoledì 29 luglio 2015

"L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio", Haruki Murakami


Nel più profondo del suo spirito, Tazaki Tsukuru capì. A unire il cuore delle persone non è soltanto la sintonia dei sentimenti. I cuori delle persone vengono uniti ancora più intimamente dalle ferite. Sofferenza con sofferenza. Fragilità con fragilità. Non c’è pace esente da grida di dolore, non c’è perdono senza sangue sparso sul terreno, non c’è accettazione che non nasca da una perdita. Perché alla radice della vera armonia ci sono dolore, sangue e perdite.

Dopo le notti insonni passate sul “Potere del cane” di Winslow, cercavo qualcosa che potesse mantenere un buon livello, così ho deciso di provare con Murakami, che di solito non delude mai le aspettative.
L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio” (Einaudi) è stato un altro centro. Con Murakami non si sbaglia mai, anche quando il prodotto finale è magari un po’ oscuro, come capitato con “Kafka sulla spiaggia”.
Questo romanzo invece riporta il miglior Murakami, a suo agio tra queste pagine ben descritte, dosate alla perfezione, estremamente leggibili e cariche di riflessioni accennate, mai appesantite, che lasciano al lettore il compito (la possibilità) di approfondirle o meno.
La storia prende le mosse da un incontro che Tazaki Tsukuru fa a Tokio con una donna, Sara. Questo incontro lo porta a parlare del gruppetto che Tazaki frequentava ai tempi del liceo nella sua città d’origine. Il gruppetto era composto da altri quattro ragazzi, due maschi e due femmine, ognuno con personalità e aspirazioni molto diverse. Il gruppetto, incredibilmente affiatato, aveva resistito anche quando, alla fine del liceo, proprio Tazaki aveva sorpreso tutti ed era andato a studiare all’università di Tokio, lontano da lì.
Tutto sembra andare bene finché un giorno uno degli amici chiama Tazaki al telefono e lo informa che non è più il benvenuto nel gruppo. Senza una spiegazione, senza un motivo.
Il libro ci mostra come Tazaki, molti anni dopo, spinto da Sara, decide di fare luce sul perché il gruppetto aveva deciso che proprio lui –il più tranquillo, il più accomodante di tutti- fosse stato fatto fuori. Investigando –compiendo il suo personale pellegrinaggio- scoprirà la sconvolgente verità dietro quell’abbandono, e questo gli permetterà di capire anche tante cose di se stesso.

Mi sono dilungato un po’ sulla trama (e spero di non aver ceduto alla tentazione dello spoiler) perché la premessa del libro, come spesso in Murakami, è tanto semplice e comune quanto potente. Oltre la storia in sé, si nasconde molto di più.
Non è un caso che l’aggettivo “incolore” si trovi anche nel titolo. Gli altri quattro membri del gruppo del liceo, infatti, possiedono tutti nomi che all’interno hanno anche nomi di colori. Takazi Tsukuru è invece l’unico che non lo ha. Il suo nome significa infatti “costruire”. La mancanza di colori, di contrasto invece a quelli netti, vividi dei suoi ex-amici, lo perseguiterà per tutta la vita.
Perché questo romanzo è un libro di colori, che sono quelli dell’adolescenza, di quando ancora c’è tutto da fare. Murakami parla di linee d’ombra, di quella fase delicata, interessante e disumana che è la fine della fanciullezza e l’inizio dell’età adulta, lì dove i sogni enormi dei ragazzi vengono messi al muro, misurati, e spesso freddati senza pietà.
Murakami ci ricorda quanto splendido e crudele (cit.) possa essere quel periodo della nostra vita, e quanto sia difficile attraversarlo. Non usa l’occhio della nostalgia, ma cerca di far rivivere quei traumi che sono propri di quell’età di passaggio, che ci portano a non sapere più chi siamo, a non riconoscere nemmeno più il corpo che sta cambiando allo specchio ogni giorno.
Il tutto accompagnato dalla colonna sonora (immancabile nei libri di Murakami), che in questo caso è il “Mal du Pays” di Frank Lizst, una melodia bella e malinconica, che parla di cose perdute per sempre, di panorami che ci siamo lasciati indietro, di facce che non rivedremo più.

No, pensò, non sono né tranquillo né cool, e non seguo il mio ritmo. È soltanto una questione di equilibrio. Sono semplicemente abituato a distribuire il peso che mi porto addosso. Può anche darsi che agli altri questo sembri indifferenza. Ma non è un’impresa semplice. Richiede più sforzo di quandto l’apparenza lasci credere. Inoltre, anche se si riesce a raggiungere l’equilibrio, non significa che la massa complessiva che pesa sul fulcro diventi più leggera.

“L’incolore Tazaki Tsukuru” è un libro delicato come quella melodia, fatto di incontri, riflessioni, spazi vuoti, e parole che scivolano leggere.
Alla fine vi troverete come dopo l’ascolto di un pezzo classico carico, breve, che vi piacerà senza che capiate subito perché. Che vi sembrerà familiare, a volte consolante, a volte spiazzante. Che vi rapirà.
E che non vi deluderà.


venerdì 10 luglio 2015

"Il potere del cane", Don Winslow


Deliver my soul from the sword; my love from the power of the dog.

Premetto al volo un paio di cose: intanto, che questo genere (noir o hard-boiled o poliziesco o comunque vogliate chiamarlo, tanto alla fine esula da tutte queste definizioni e poi spiegherò perchè) non è tra i miei favoriti, anzi non lo leggo quasi mai.
Poi, che a questo libro sono arrivato nella maniera forse più improbabile, cioè tramite una citazione in uno dei fumetti del noto disegnatore romano Zerocalcare.
Fine delle premesse, passo subito al punto: “Il potere del cane” è una bomba.
Comunque ci sia arrivato, in qualunque genere vogliate incasellarlo, posso solo dire che è un libro che vi terrà prigionieri fino all’ultima pagina, poi chiederà un riscatto ma nel frattempo avrete sviluppato una tale sindrome di Stoccolma che tutto quello che vi resterà da fare, una volta liberi, sarà aspettare l’uscita del tanto annunciato seguito, “The Cartel” (e sul film di futura uscita).
E a quel punto ricomincerà tutto daccapo.

Il potere del cane” di Don Winslow basa la sua storia sulle vicende del narcotraffico in Sudamerica (in particolare in Messico) che vengono ad intrecciarsi alle vicende sociali e politiche dei vari Paesi, oltre che a quelle dei vicini Yankee.
Tutto qui? Non proprio, visto che Winslow fa sfilare, nella sua storia, la mafia vecchio stile di New York, gli eserciti clandestini comunisti, i servizi segreti deviati, i giochi di potere del Vaticano e tantissimo altro. Non solo: gli snodi importanti della storia si rifanno a fatti realmente accaduti (come la famigerata Operazione Condor, e il terremoto di Città del Messico) e a personaggi reali, come il patron Pablo Escobar.
I personaggi, già: come da copione (specie in questo genere), Winslow ci presenta il buono da una parte –l’agente della DEA Art Keller- e il cattivo dall’altra –il patron Adan Barrera. In più il buono è l’americano, il cattivo è messicano. Tutto nel clichè, sembrerebbe.
Bastano poche pagine per capire che le cose non stanno esattamente così. “Il potere del cane” racconta le vicissitudini di un pugno di personaggi lungo l’arco di oltre vent’anni, e nessuno di essi è dato per scontato. Ognuno di loro, prima o poi, si trova a dover prendere una decisione importante, a doversi sporcare le mani, e, dopo, a fare i conti con le conseguenze. Spesso ad azioni genuinamente ben intenzionate seguono risultati disastrosi ed imprevisti.
Pur distinguendo sempre tra buoni e cattivi, Winslow mischia con mestiere le carte. Nessuno dei suoi personaggi è innocente. In momenti estremi, ci si può perfino trovare a parteggiare per i cattivi. I buoni, dal canto loro, si fanno a volte prendere dal “potere del cane”, quella forza istintiva, irrazionale, che può trasformare il bene in male, fino a cancellare ogni confine.
Per quanto mi riguarda, ho letto “Il potere” in lingua originale, e l’ho trovato incredibilmente scorrevole, con una prosa tagliente, cazzuta, mai stereotipata. Averlo letto in formato ebook mi ha forse salvato dallo shock di vedere le 700 e passa pagine tutte insieme, ma posso assicurare che non sono un problema: una volta iniziato, vorrete sapere come va a finire, e vorrete saperlo in fretta. Alcuni personaggi principali usciranno di scena in maniera imprevista (niente spoiler, tranquilli!), e i colpi di scena non mancano. Da parecchio non mi capitava un libro di quelli che sfrutti qualsiasi momento per macinare altre pagine, o che ti fa mormorare “Cazzo!” nel cuore della notte mentre la tua ragazza ti dorme al fianco.
Il riferimento a fatti storici reali dà una cornice interpretativa importante, e distingue questo libro dal classico noir o thriller, gettando molte ombre non solo sulle vicissitudini sudamericane di quegli anni, ma anche sulla condotta degli Stati Uniti. Come detto, nessuno esce innocente da questo libro.
Niente difetti, stavolta, ma solo applausi per Winslow, che sa creare un mondo credibile e spietato, e una storia che non perde mai colpi.
Leggetelo. Non ve ne pentirete.


domenica 5 luglio 2015

"Sottomissione", Michel Houellebecq


Ma solo la letteratura può dare la sensazione di contatto con un’altra mente umana, con l’integralità di tale mente, le sue debolezze e le sue grandezze, i suoi limiti, le sue meschinità, le sue idee fisse, le sue convinzioni; con tutto ciò che la turba, la interessa, la eccita o le ripugna. Solo la letteratura può permettere di entrare in contatto con la mente di un morto, in modo più diretto, più completo e più profondo di quanto potrebbe fare persino la conversazione con un amico; per quanto profonda e solida possa essere un’amicizia, in una conversazione non ci si abbandona mai così completamente come davanti a una pagina bianca, rivolgendosi a un destinatario sconosciuto.

Di norma, preferisco non farmi mai prestare libri (così come li presto col contagocce, e solo a chi so io). A prescindere dalla qualità del libro, voglio qualcosa da poter riprendere quando voglio, nella mia libreria Billy e (ora) anche in quella virtuale del mio Kobo.
Quando G. è venuta con una copia di “Sottomissione”, però, ho ringraziato e cominciato a leggere nel giro di 12 ore.
Due motivi: il primo, che questo libro, uscito per pura coincidenza dopo gli attentati a Parigi dello scorso gennaio, aveva fatto molto parlare di sè, passando dall’islamofobia all’islamofilia nel corso dello stesso paragrafo. Ero quindi curioso di vedere quanto, ancora una volta, avevano travisato Houellebecq.
Secondo: Houllebecq mi piace, e parecchio. Non sempre sono d’accordo con le sue conclusioni o col suo passo, ma ritengo sia uno dei pochi che, in questo 2015 deumanizzato, logorato, ammosciato e politicamente corretto, riesca ancora a provocare, senza doverlo fare per il puro gusto della provocazione. Leggerlo ti da sempre l’idea di uno con una testa che fuma, ma che allo stesso tempo non vuole farlo pesare, e anzi è per lui stesso un fardello di cui si libererebbe volentieri. A volte ci riesce persino, tramite i suoi protagonisti: quando si ubriacano, quando si imbarcano in improbabili avventure sessuali, quando –come in questo caso- decidono di cedere e, appunto, sottomettersi.
Sottomissione” (Bompiani) segue la storia di Francois, introverso docente ossessionato da Huysmans, che, suo malgrado (ed è proprio il caso di dirlo, visto che tutto è diventato ormai indifferente per Francois) si trova nel bel mezzo di uno storico mutamento politico e sociale in Francia.
Il libro si addentra parecchio nei meccanismi politici francesi ed europei, così come nella visione della società musulmana, in qualcosa che ricorda il romanzo distopico (dove, appunto, si immaginano versioni parallele della nostra storia e realtà). Ciò nonostante –e per fortuna- “Sottomissione” non è un mattone. Tutt’altro. La storia di Francois, della sua solitudine, dei suoi incontri, si fa leggere, in una delle opere più asciutte e scorrevoli di Houellebecq (di cui ancora ignoro la pronuncia, spero un giorno di poterci arrivare).
Inoltrandosi nella lettura, si capisce subito come mai questo libro abbia suscitato tante polemiche (anche a causa della sua sfortunata vicinanza con i fatti di Charlie Hedbo). Come sottolineato dal giornalista dell’Espresso, Gilioli, (che spiega in questo articolo, e molto meglio di come potrei mai fare io, i contenuti politici, sociali ed esistenziali del libro), chiunque abbia letto altre opere di Houellebecq, vedrà tornare qui i suoi temi ricorrenti (che, quindi, non si limitano ad una sterile critica o acclamazione dell’Islam), dalla decadenza sociale e culturale dell’Europa laica al fallimento della società individualistica.
Francois, al pari di altri protagonisti di Houellebecq (leggetevi, se vi va, “Estensione del dominio della lotta” e “Le particelle elementari”), è il frutto di questo individualismo, e ne rappresenta tutto il fallimento: isolato, rinchiuso nelle sue meditazioni infinite, con relazioni sessuali brevi e insoddisfacenti, indifferente a tutto. Solo nel (provocatorio) finale riuscirà a superare questa chiusura, con una scelta di vita radicale.
Di nuovo: se volete farvi un’idea dei contenuti politici e culturali, date un’occhiata all’ottimo articolo di Gilioli. Per quel che mi riguarda, umilmente posso dire che “Sottomissione” è un bel libro, che si fa leggere volentieri –pure a dispetto di parecchi tecnicismi e iperdettagli- e che pochi autori contemporanei riescono a creare protagonisti altrettanto intrisi di solitudine, disperazione e tiepido dolore –alienati nei quali è impossibile che la società di oggi possa non rivedersi.

lunedì 29 giugno 2015

FUNERAL HOME

La casa era tutta dipinta di
giallo
un giallo senza luce e
senza forza
-tutta, anche le grondaie
le finestre e le porte

Il tetto era formato
da tegole un tempo verdi
abbrustolite dal sole
graffiate dal vento

E sotto il tetto
una scritta
“FUNERAL HOME”

Davanti alla casa
un paio di auto parcheggiate
perse sotto un cielo
terribilmente blu

Tutte le altre auto
sfilavano lentamente davanti
bloccate nel traffico
sprecavano carburante, intente
ad avvolgere tutto nel loro fumo
a non riuscire a pensare
oltre l’ora di pranzo
a desiderare solo
che fosse sera
per poter finalmente
tornare a
casa.



Marco Zangari © 2014

venerdì 19 giugno 2015

"Dannazione" e "Sventura", Chuck Palahniuk


What makes earth feel like Hell is our expectation that it should feel like Heaven.

Si dice sempre che un ottimo modo per migliorare la propria scrittura sia quello di leggere tanto. Se ne dicono tante, ma questa mi sembra più sensate di molte altre. Leggere serve, in modi così sottili e inconsci che sarebbe davvero impossibile descrivere.
A volte la lettura si insinua nella scrittura. Capita con certi scrittori, che ti affascinano e ti portano tra le loro frasi al punto che desideri, coscientemente o meno, di farle tue.
Mi è successo poche volte. Alcuni di questi scrittori sono rimasti con me per breve tempo, altri me li porto ancora dietro.
Uno di questi è stato Chuck Palahniuk. Per un po’ ho scritto come lui. Ne sono venute fuori cose pessime e qualche buon racconto. Alla fine ho capito due cose.
La prima: per quanto apparentemente semplice (e quindi facile da emulare), lo stile di Palahniuk non si può adattare ad altri che a lui. Smisi di scrivere come lui, perché solo Pahlaniuk poteva scrivere come Pahlaniuk.
La seconda: a volte nemmeno Pahalniuk riesce a scrivere come Palahniuk.
Il suo modo di scrivere asciutto, privo di avverbi, scientifico, grottesco e descrittivo fino alla maniacalità, ha prodotto ottime cose nel tempo (senza citare l’onnipresente “Fight Club”, direi “Ninna nanna”, “Survivor”, “Invisible monsters”) e altre meno (“Cavie”, “Diary”, l’illeggibile “Pigmeo”).
Nel caso di questo “Dannazione” (Mondadori) e del suo seguito, “Sventura” (sempre Mondadori), temo che siamo nel secondo caso.
“Dannazione” segue le avventure di Madison, 13enne cicciottella finita all’Inferno per un gioco erotico finito male, e dei suoi compagni di pena. “Sventura” riprende le avventure di Madison, ritornata sulla Terra sotto forma di spirito.
I due libri sono narrati in prima persona dalla stessa Madison. Palahniuk ricrea quindi un linguaggio più giovane, vivace, sebbene con qualche stonatura –è difficile immaginare una tredicenne immersa in alcune considerazioni sul mondo, sull’anima, sul consumismo e così via.
Il tono di entrambi i libri è tutto sommato leggero, anche se più in “Dannazione” rispetto a “Sventura”. La trama è fin troppo lineare nel primo libro, che diventa presto prevedibile, con trovate grottesche che sembrano indirizzate più al pubblico dei teenager che al solito audience dello scrittore. La vita all’Inferno (se così si può chiamare) viene descritta in maniera grottesca, com’è solito all’autore, ma stavolta senza particolari colpi di genio o la giusta cattiveria.
Insomma, dopo un po’ annoia.
Ho comprato e letto il secondo solo per capire se aveva avuto un senso finire il primo libro, ma così non è stato. Non fraintendetemi: penso sempre che Palahniuk sia uno tosto, e uno degli scrittori più brillanti che abbiamo in circolazione al momento.
In questi due libri, però, l’ho visto un po’ annaspare e appoggiarsi troppo allo stile che lo ha reso famoso e che, oltre me, ha influenzato migliaia di giovani scrittori. Come detto, è uno stile semplice da riprodurre, e per questo ancora più rischioso, perché non sempre è adatto, e a volte può essere usato come stampella quando la storia comincia a zoppicare.
Palahniuk non è scrittore facile, ma nel caso di questi due romanzi, non mi è sembrato aver aggiunto niente di nuovo a quello che aveva già scritto altrove. A qualche scena interessante, anche divertente, come quella nel bagno pubblico in “Sventura” (vi dico solo che molti maschietti si toccheranno istintivamente le parti basse, e non per piacere…), si rischia di perdersi nei cataloghi e nei mille dettagli che rendono questo scrittore unico, seppure non sempre di mio gusto.
Detto questo, ritorno umilmente a scrivere come mi viene, e ad aspettare con ansia di avere tra le mani una copia di “Fight Club 2” (ormai di prossima uscita).

Consigliato a:
chi ha meno di 25 anni; i fan di Palahniuk.