lunedì 7 agosto 2017

7 agosto


In una stanza in fondo al mare
lascio che il tempo scorra
che le piaghe diventino ferite
che i guai diventino mesi
e poi anni, che faccio
vagabondare per strade di notte
e da lì verso il deserto
dove aspetto inutilmente
la mano di un dio pietoso

In una stanza in fondo al mare
lascio che le tempeste si scatenino
sopra la mia testa
mentre sto al sicuro
protetto solo dalla mia pelle
e le sue cicatrici

Nella stanza in fondo al mare
resto per tutto il tempo che serve
a volte per tutta la vita
mi affaccio fuori solo alla mezzanotte
per raccogliere auguri vaghi
applausi a metà e pacche sulle spalle
per poi tornare
ai miei anni
alla mia stanza
alle mie tempeste
al mio mare.



Marco Zangari © 2017
www.marcozangari.it

martedì 11 luglio 2017

"Reach for the sun: lettere 1978-1994" - Charles Bukowski


Il pubblico ha questa grassa, moscia, sgradevole idea dell'Arte, la vede come fatta da tizi carini, puliti, intelligenti, con accenti francesi, tedeschi, soprattutto inglesi. Non sanno assolutamente che potrebbe essere fatta da un autista di autobus, da un bracciante o da un cuoco di fast food. Non sanno assolutamente da dove venga l'Arte. Viene dal dolore, dalla dannazione, dall'impossibilità. Dai colpi alle budella dell'anima. Viene dal restare bruciati e cotti e presi a botte. Viene dall'essere troppo vivi in mezzo a tanta morte.

da una lettera di Charles Bukowski, 1991

Di Bukowski Hank per gli amici- si è detto di tutto e di più. Lo hanno accusato di essere misogino, misantropo, razzista, alcolizzato, illetterato, pervertito – e alcune di queste cose potrebbero anche esser vere. Di una sola, però, non lo si sarebbe mai potuto accusare: di essere qualcuno che scriveva poco.
La sua produzione è sempre stata strabordante: decine di romanzi, centinaia di racconti, senza tener conto delle poesie. E poi ci sono le lettere.
Reach for the sun” è la collezione di missive del buon Buk, che copre gli anni tra il 1978 e quello della morte, il 1994. Ancora in attesa di pubblicazione in Italia (per quel che ne so), segue “Urla dal balcone” e “Birra, fagioli, crackers e sigarette”, pubblicate entrambe da Minimum Fax, che raccolgono rispettivamente le lettere degli anni ’60 e ’70.
Le due raccolte di lettere del Vecchio Sporcaccione erano state, per me, un’illuminazione –perché divertenti, interessanti, incredibilmente leggibili e godibili. Non c’era nessuna differenza con la parte “creativa” della sua produzione, e questo voleva dire che Buk viveva intensamente le parole che poi metteva giù, e poco importava se si trattasse di un romanzo o della sua vita di tutti i giorni (e non è un caso che la maggior parte dei suoi scritti abbia ispirazione autobiografica). Le due raccolte mi erano piaciute tanto che me le sono sobbarcate dietro dall’Italia, e adesso riposano pacificamente nella polvere della mia libreria a Sydney.
Per questo, le aspettative per questo “Reach for the sun” erano altissime. Ero curioso di vedere la parte finale della carriera di Buk, quando ormai stava raccogliendo conferme dal mondo letterario e stava conducendo una vita più stabile (per quanto possa esserlo, parlando di un uomo che ha continuato a ubriacarsi e andare alle corse per cavalli fin quasi ai suoi ultimi giorni).
La raccolta, per un fan di Bukowski come me, è indubbiamente una miniera d’oro. Si trovano tanti concetti che Buk aveva più volte ripetuto, sia per lettera che attraverso i suoi libri –ma in più, racconta anche come sono nati alcuni suoi lavori: dal romanzo sull’infanzia “Panino al prosciutto” (che da ragazzo avevo eretto a mia personalissima Bibbia) al film “Barfly”, di cui aveva scritto la sceneggiatura.
“Reach” è una lettura corposa, dal momento che mette insieme 15 anni di lettere (tra l’altro scritte da un uomo che non sapeva star fermo con le mani), e qualche volta può suonare ripetitiva, specie per chi non è un groupie di Bukowski come il sottoscritto. Allo stesso tempo, il tono generale è molto diverso dalle precedenti raccolte, e per ovvi motivi: Buk non doveva più lottare con lavori orribili e case in affitto decadenti come negli anni Sessanta, o con donne furiose, assatanate, gentili o semplicemente pazze come negli anni Settanta. Nello scrivere queste lettere, divide la sua nuova casa di San Pedro, un tranquillo sobborgo di Los Angeles, insieme a Linda, l’ultima compagna (e moglie) della sua lunga carriera di scopatore (vero o presunto). Ormai vive anche di ciò che scrive, e comincia anche ad avere i primi riconoscimenti (non soltanto economici). Di qui, la differenza nelle lettere – non più composte da confidenze con amici e grida d’aiuto sulla sua vita allo sbando, ma più orientata su discussioni letterarie. In “Reach” Bukowski si dilunga in discussioni sulla poesia, sul romanzo, sulla scena letteraria americana e mondiale – ripetendo concetti che sono familiari a chi lo segue con affetto da tempo, e che potrebbe rallentare un po’ la lettura di questo malloppone.
In ogni caso, le lettere di Buk sono sempre piene di ironia, tantissima autoironia (così rara, specie in un autore finalmente apprezzato), di spunti brillanti e di immagini potenti.
Da parte mia, ho trovato interessante soprattutto la parte finale, quando Buk, malato di leucemia, raccontava ad amici e conoscenti l’approssimarsi della sua morte, dopo averla così spesso invocata e sbeffeggiata con i suoi scritti e con i suoi atteggiamenti distruttivi. E’ un Buk spaventato, com’è anche umano pensare, ma che non riesce a non scherzare anche sulle infermiere che in ospedale gli sculettano davanti. Conserva una lucidità e un’ironia incredibile anche quando i medici gli dicono che non c’è più niente da fare. Lo sa che gli dei gli hanno dato tanto, ma anche che sono in debito per essere arrivati così tardi nella sua vita.
Nell’ultima lettera della raccolta, poche righe scritte solo 10 giorni prima della scomparsa, racconta che una volta conosceva un tizio che era finito in carcere. Un giorno quel tizio era stato preso e messo nel “buco”, in isolamento. Quando gli chiesero, alla fine, se voleva essere tirato fuori di là, lui disse di no.
Loro lo tirarono fuori comunque, pensando che fosse pazzo.
Buk pensò che fosse l’uomo più sano che avesse mai incontrato.
Per tutto questo, quando giri l’ultima pagina di questo libro, pur sapendo già che finiva così, non puoi non sentire un senso di perdita, come quando va via un amico.
Perché questo, alla fine, era anche Buk – Hank, per gli amici.
Per questo Hank non smetterà mai di mancarci.


Marco Zangari © 2017
www.marcozangari.it


lunedì 26 giugno 2017

Il matrimonio di M.


Cara M.

come siamo messi a ricordi? Io bene, nel senso che ne ho tanti, fin troppi, ma ormai ho una sorta di filtro che mi permette di lasciar fuori quelli più dolorosi e lasciar passare tutti gli altri. Ogni tanto me ne perdo anche qualcuno buono, lo so, ma è il prezzo da pagare.
Tra quelli che sono rimasti, c’è quel pomeriggio di 6 anni fa. Avevo appena iniziato il mio nuovo lavoro ed ero stato mandato a fare la mia prima intervista radiofonica ufficiale. Per tutta la strada mi chiedevo cosa avrei avuto mai da dire io in una radio.
Queste cose non fanno per me, pensavo.
L’ironia, ecco un’altra cosa che permette ai ricordi di restare lì dove sono.
Comunque, l’unica cosa che mi confortava andando alla radio era che l’avrei fatta con qualcuno che già conoscevo, e che sapevo mi avrebbe messo a mio agio. Al suo posto, invece, venisti tu a prendermi alla reception.
«Ciao, mi chiamo M. Farai l’intervista con me. E’ un problema?»
Deglutii come succede nei cartoni animati, e da uomo navigato (ma ero in realtà l’ultimo dei pischelli) dissi no no, figurati, andiamo pure.
Così mi ritrovai con davanti un microfono, un mixer pieno di tasti di fronte a me, e la mente assolutamente vuota.
Poi fosti tu a parlare. Una domanda che non ricordo, che aveva a che fare con qualcosa che ti avevo detto distrattamente, mentre percorrevamo con calma i corridoi della radio. Avevi registrato, annotato, e adesso sapevi da dove partire.
Sapevi fare già allora il tuo lavoro, e io, l’ultimo dei pischelli, non potevo esserne più grato.
Mi ha sempre fatto sorridere, il contrasto tra il tuo modo di vivere in un costante turbine di ansia, di movimenti a scatti, di secondi che scorrono e frasi consumate velocemente, e poi invece il modo che hai sempre di mettere a loro agio le persone, che siano dei pischelli da intervistare per la prima volta, o degli amici che stanno passando un periodo in alto mare.
E’ capitato, sia a me che a te. Quando ci siamo conosciuti, le nostre vite erano completamente diverse da quelle di adesso. Eravamo ragazzini senza saperlo, giovani a dispetto di qualunque definizione del Dipartimento di Immigrazione australiano. Venivamo dai due estremi della Penisola, e non fosse stato per l’Australia, non ci saremmo probabilmente mai incontrati.
Una cosa ci univa, all’inizio, una cosa importante: l’amore per quella nostra terraccia lontana e maledetta, amata e desiderata, bestemmiata e cercata. Ci dicevamo che saremmo tornati, magari dopo qualche anno, perchè no in fondo? Le cose devono cambiare, giusto?
Cambierà presto, no?
Come esuli che non si rassegnano, ci dicevamo che potevamo ancora dire la nostra nel nostro Paese. Quel detto sui profeti in patria, no, non faceva per noi.
«Marco, c’è tanto da fare lì» mi dicevi, «vorrei poter far qualcosa». Sembrava di stare parlando di uno Stato in guerra, e forse non eravamo lontani dalla verità. Tutti i nostri discorsi restavano parole, nostalgiche e dolorose, che facevano eco nei ricordi delle nostre famiglie lontane. Quel Paese ci aveva mandato via, senza sporcarsi troppo le mani, senza gesta eclatanti – anzi, con quell’aria pacifica e insopportabile di chi dice, fa’ come ti pare.
Ma noi non abbiamo potuto fare come volevamo.
E forse, in qualche modo, lo abbiamo fatto lo stesso.
Tu lo hai fatto di sicuro. Hai capovolto la situazione nella quale ti trovavi quando ti ho conosciuta, hai inseguito progetti e persone diverse, con poco sonno da parte, le energie a puttane e quell’eco lontana di un Paese lontano che, forse, esisteva solo nei nostri discorsi.
Una volta, per il mio compleanno, mi hai regalato il libro sull’Australia “Lucky Country”. Ed era vero. Non lo sentivamo all’inizio, e abbiamo avuto dubbi a lungo e ancora ne avremo, ma di sicuro l’Australia ci ha fornito una piazza sopra la quale potevamo combattere, e far finalmente sentire la nostra cazzo di voce.
E quella voce, gliel’abbiamo ficcata ovunque, finchè qualcuno non ci è stato a sentire.

Sei anni fa non c’era ancora R., e per questo so il miracolo che ha compiuto nella tua vita e sul tuo sorriso. So come stavi prima, e come ti sei sentita dopo. Ho visto perfino, con mio enorme stupore, alcune delle tue insicurezze cedere, mollare sotto il peso dell’allegria disarmante di R., del suo amore totale e intenso come non eri abituata, di una forza che ti ha permesso di realizzare la strada che avevi fatto fin lì, e di quella che ancora avreste percorso insieme.
Ti ho vista crescere insieme a lui, ti ho vista andare avanti in questo Lucky Country che non fa sconti, che non assomiglia alla Parigi dei nostri sogni universitari, o all’Italia che visitiamo quando possiamo, ma che sa regalare le sue giornate di sole a chi ha polmoni buoni per starci dietro.
Non ci vediamo spesso, perchè le distanze di Sydney sanno farsi sentire e l’età fa il resto (la tua, ovviamente, che io sono ancora un giovincello). A volte possiamo anche non sentirci per qualche tempo, ma so sempre, come lo sai tu, che ci siamo sempre. Io so che quel tuo modo di mettermi a mio agio della prima intervista, non è mai andato via, ed è un dono rarissimo. Un dono che mi è tornato utile tante volte, per motivi un po’ più seri di un’intervista.
Il giorno in cui sono stato ricoverato in ospedale, nel 2013, ricordo nitidamente l’immagine di te che ti fiondi dentro l’ospedale, dopo aver mollato tutto, e che ti dirigi verso i piani superiori, passandoci di fronte senza rendertene conto, di fretta e ansiosa come sempre. Ti ho voluta bene in quel momento, perchè ho saputo, una volta di più, che potevo contare su di te. Ti chiamo sorellina, ma in realtà sei stata più simile ad una mamma, specie in quel periodo, quando venivi a farmi visita ogni giorno, quando mi aiutavi col camice (e io facevo sempre i miei scherzi scemi), quando mi facevi una foto prima di ogni test nella paura di non vedermi più (molto rincuorante, davvero), e quando alla fine, quella fatidica giornata dell’operazione, ci siamo abbracciati, io a ridere, tu in lacrime, sorpresi e felici di essere ancora qui, a danzare su questo imprevedibile, folle Lucky Country.

Il gran momento arriverà tra 5 giorni. Sembrerebbe un’ironia il fatto che lo farai proprio lì in Italia, in quel Paese che che ha detto più volte di saper fare senza di noi, ma io credo che abbia un senso. Perchè venendo qui, nel Lucky Country, abbiamo capito una volta per tutte che possiamo e dobbiamo fare tutto quello che ci va di fare. Che il cuore non conosce distanze e confini. Che l’amore per un luogo non dev’essere per forza corrisposto, perchè in quel luogo ci saranno degli affetti che ci ricorderanno sempre chi siamo e cosa stiamo a fare qui, in questo Lucky Country che certi giorni non sembra così Lucky, e altri invece lo è alla grande.
Mi spiace solo che non potrò essere dei vostri, a ubriacarmi al vostro open bar (finalmente ce l’hai fatta?), a cantare i grandi successi italiani anni ’90 a notte fonda con in corpo più grappa che sangue, ad abbracciare te e R. e dirvi, in un sospiro alcolico, che pensare alla vostra coppia mi aiuta a pensar bene di tutte le coppie, e che quello che avete è qualcosa di speciale, che se ne frega di confini e distanze.
A fare un’ultima danza nel Paese prima che venga notte.
Nel bigliettino che mi hai dato insieme a “Lucky Country”, hai scritto, scherzando: un giorno, quando i nostri sforzi saranno riconosciuti, qualcuno scriverà finalmente la nostra storia.
Non c’è bisogno di aspettare, sorellina: la tua te la stai già scrivendo da sola, e da un bel po’. Da sabato, continuerete a scriverla in due, nel modo migliore che sapete.
Buona vita, sorellina, e buon matrimonio.
Ci rivediamo qui nel Lucky Country.

Un abbraccio,
Marco

domenica 18 giugno 2017

Bluff


Un giorno le mie poesie
finiranno in fondo a
ceste delle frutta e chiavi di casa
fogli volanti persi tra i cassetti
nuvole di una tempesta
a cui nessuno fa caso

Versi pessimi e frasi riuscite
andranno tutti nella riciclabile
in bidoni svuotati da uomini
col pensiero del mutuo
e foto di tette nel telefonino
a rischiarargli la giornata

Qualcuno guarderà a quei quaderni
come erezioni insoddisfatte del
sabato sera
a sbadigli del lunedì mattina
dimenticandoli alla prossima
notifica

L’immortalità dell’arte
è come quella della carne
un grande bluff a cui crediamo
finchè ci conviene farlo

Io continuo a bluffare
nelle ore prima dell’alba
piazzando scommesse grandiose e
inutili
con l’aria di chi sa troppo e
troppo poco
nei momenti di assoluto
prima del
mattino.



Marco Zangari © 2017
www.marcozangari.it


Foto di Michelangelo Restuccia

giovedì 15 giugno 2017

Doppia recensione: "Hemingway" & "Leggende Americane" - Fernanda Pivano


Scrivere, nell’ipotesi migliore, è una vita solitaria. Lo scrittore cresce nella sua statura pubblica, mentre nasconde la sua solitudine e spesso la sua opera si deteriora. Perché fa il suo lavoro da solo e se è uno scrittore abbastanza bravo deve affrontare ogni giorno l’eternità o la mancanza di essa. Per un vero scrittore ogni libro è un inizio nuovo in cui tenta di raggiunngere qualcosa che è irraggiungibile. Deve sempre tentare qualcosa che non è mai stato fatto o altri hanno tentato senza riuscire… Ho parlato troppo per uno scrittore. Uno scrittore deve scrivere quello che ha da dire e non parlarne.


Questo sopra è un estratto del discorso che Hemingway preparò e inviò a Stoccolma per l’assegnazione (a distanza) del premio Nobel, assegnatogli quell’anno per il romanzo “Il vecchio e il mare”. Credo che in questo brano ci sia tutto il senso di questo saggio biografico che porta il suo nome, scritto dall’indimenticata Fernanda Pivano. Una persona che per me ha sempre avuto un’aura da leggenda nel panorama italiano, che scrive sul Mito per eccellenza. Cosa ne viene fuori?
Un libro pieno d’amore, soprattutto questo. Nanda ha dedicato la sua vita alla letteratura, e agli uomini e alle donne che l’hanno segnata attraverso tutto il Novecento.

La storia di Nanda e del suo incontro con Hemingway è risaputa: durante la guerra, Nanda aveva tradotto alcuni libri americani che le aveva passato il suo professore (e innamorato che Nanda non corrispose mai) Cesare Pavese, ancora inediti in Italia. Tra questi c’era anche “Addio alle armi”, libro incluso nella censura fascista per il modo in cui tratteggiava, a dire del regime, la disfatta di Caporetto –e anche per il fatto che Hemingway, quando era corrispondente all’estero, aveva definito Mussolini, in tempi non sospetti, “il piu grande bluff d’Europa”. Per questa traduzione, Nanda era stata arrestata dai fascisti.
Anni dopo Hemingway, di passaggio da Venezia, invita la Pivano, ancora appena una ragazza. Nanda, a trovarselo davanti, quasi sviene. I due si abbracciano, Hemingway la fa accomodare, le chiede tutto dei fascisti, e la loro amicizia, durata fino al suicidio dello scrittore, comincia proprio lì.
Si vedranno diverse altre volte negli anni, incontri che la Pivano descrive minuziosamente nel libro. Viene addirittura invitata nella Pilar, la residenza cubana comprata dallo scrittore, dove beveva (parecchio) e scriveva. Hemingway le sottopose perfino la prima stesura di uno suo romanzo, “Di là dal fiume e tra gli alberi”, ambientato proprio in Italia. Restò sveglio tutta la notte, bevendo champagne, mentre Nanda, col cuore in gola, leggeva una pagina dietro l’altra. All’alba guardò Hemingway, e lui capì che non le era piaciuto. Andò finalmente a dormire, e Nanda prese il primo treno per casa (in realtà fu persino troppo generosa, dal momento che “Di là dal fiume” è, a mio giudizio, davvero un libro pessimo).
Di conseguenza “Hemingway” (Bompiani) non può essere un saggio distaccato e imparziale, e nemmeno lo vuole essere. Nel libro ci sono sicuramente i lati negativi di Hemingway (i suoi litigi, le risse, le sbornie colossali, i tradimenti, le sbruffonate), a volte appena sottintesi da Nanda per una sorta di rispetto per l’autore. Quello che però emerge, ad ogni pagina, è l’amore di Nanda per Hemingway, a livello umano prima e professionale subito dopo. Il ritratto che ce ne da è quello di un uomo con un talento innegabile, che ha rappresentato, nel bene e nel male, un cambiamento immenso nella letteratura del secolo scorso. Un uomo che era tormentato, e per fortuna Nanda ci risparmia lo stereotipo del genio sregolato, parlandone invece con affetto, come si farebbe di qualunque uomo perso, che non riesce a trovare l’uscita –finché non se ne creò una radicale, violenta, in una mattina americana, col suo fucile in mano.
Nanda delinea debolezze e dubbi di Hemingway, al di là della figura di super-uomo che ci ha consegnato la storia. Non era un uomo semplice, e nemmeno adesso è un fantasma semplice con cui avere a che fare, per tutti coloro che scrivono. La sua opera e la sua vita erano così profondamente compenetrate l’una nelle altre, che il suo resta un fenomeno unico, irripetibile (e per questo, ancora più ingombrante come eredità per chi è venuto dopo).
Il libro scorre pieno di aneddoti interessanti, di episodi che mai si abbassano al pettegolezzo e permettono, a chi non conosceva l’autore, di restarne incuriositi, e di avere un quadro più completo per coloro che già lo conoscevano.
Personalmente, ho molto amato alcuni libri di Hemingway (Fiesta, Festa mobile, Avere e non avere, soprattutto i racconti) e meno altri (Il vecchio e il mare mi ha fatto bloccare dopo poche pagine), ma so che è una sorta di passaggio obbligato per chi crea, persino 50 anni dopo la sua scomparsa. Nanda rende dolce questo passaggio, guidando neofiti ed esperti alla scoperta di un personaggio e di un mondo letterario ormai scomparsi per sempre.
Quello stesso mondo letterario torna in “Leggende americane” (Bompiani), altro saggio che ho letto subito dopo il primo, trovandolo però meno coinvolgente. In “Leggende” Nanda prende in esame altre figure americane del secolo scorso, oltre Hemingway: Lee Masters, Fitzgerald, Faulkner, Dorothy Parker. Il saggio è una raccolta di articoli, prefazioni e riflessioni che la Pivano fa sui vari autori. Libro interessante, specie per chi ama già questi autori (io non molto, Lee Masters a parte), e sicuramente ne dà una visione più ampia e accurata. La differenza con “Hemingway” sta probabilmente nel soggetto trattato: “Leggende” è, giocoforza, un libro molto letterario. L’altro saggio, basandosi su uno come Hemingway, funziona bene anche come romanzo d’avventura –pieno com’è di donne, viaggi, incidenti, scontri. Perché il mito di Hemingway è interessante da leggere, anche da lontano, a distanza di anni –per capire cosè rimasto, dopo mezzo secolo, dell’uomo che fu lo Scrittore. Un titolo troppo pesante anche per lui, alla fine, ma che ci resta in eredità insieme ad alcune tra le pagine più taglienti, dirette e ben scritte che ci siano mai state in circolazione.
Da leggere.


Marco
www.marcozangari.it

domenica 21 maggio 2017

Io e te, questa sera



Ho una sensazione
-che non dovresti trovarti
stasera
con quest’uomo
troppo folle per
vivere con gli altri

Bevine uno
e anch’io me ne
verserò, non temere
-ecco, brava
bevine uno
per tutte le infinite volte
che questa vita ti pare
sprecata
bevine uno
per ogni volta che sai
che c’è solo questa, e
pazienza
bevine uno
per questa nostra notte
piovosa e senza senso

Non è amore quello che
voglio stasera, lo sai bene
fammi solo riempire il
tuo bicchiere

Bevine uno
per le macchine che
si bagnano fuori
sotto il cielo gelido
fuma pure, se vuoi
e poi bevine uno

Bevine uno
per ciò che ci hanno tolto
e noi sapevamo
bevine uno
per l’ottimo furto
su queste tue labbra così tristi
che non ho voglia di baciare

Bevi, bevine uno
non importa cosa o perchè
buttalo giù
metti un po’ di strada
tra noi e la sfortuna, stanotte
credo che ne berrò
un altro anch’io

Bevine uno
per i maestri sbagliati, gli amici
sbagliati, i programmi sbagliati, i
vicini sbagliati
e poi gli sbagliati eravamo noi
ricordi?
Bevi
non può far male
non più

Non ricambierò il tuo sguardo
quindi smettila di fissarmi
sono troppo stanco per tutto
e quella lucetta mi sembra già più viva

Stai bevendo
per ogni volta
che non hanno capito
perché non potevano seguirci
non dove ci trovavamo
era scomodo, buio
e faceva tanta paura

Bevine uno per me
se puoi
per come mi hanno voluto spegnere
quella cosa dentro
come lava che smette di pulsare
non ho nemmeno voglia di scopare
se ancora non l’hai capito

Bevi
e lasciati andare, per una sola volta
una
dimentica il superfluo
quello che ti hanno detto
quello che ci hanno taciuto
la pioggia là fuori e
bevi
perché io, io non mi lascerò andare
se non molto più tardi
quando sarò solo
coi miei sogni urticanti e
le mie pazzie che girano feroci

Alzati pure, se ti va
puoi anche andartene, in fondo
ma non ti darò un passaggio
non ne ho voglia
bevine uno

Stai lasciando cadere ora
vestiti e inibizioni
e gli orrori che ti hanno cucito addosso
ci voleva poi tanto?
Non dirmi che è il bicchiere, non lo
sopporterei
scommetto che da bambina sapevi ancora
correre

Non dirmi che sono solo arrabbiato
che sono patetico, non rovinare tutto
ho di là uno scrigno
lo aprirò al momento giusto
-quando sarà?-
bevine uno

Ridi, ora
rido anch’io
quanto sono vere queste risate non
me lo chiedo, ne vuoi un altro
ma sì, ma sì, ci andrò piano
quando dici “autodistruzione”
sei quasi buffa

E ora, ora che ho visto i
tuoi seni, e tu hai visto
quanto tempo ho perso? Cosa
succede?
In televisione come fanno
di solito?

Ne bevo uno
perché so che è tutta una ripetizione
un’assurdità
un replay senza inizio e
senza fine
ne bevo uno
lasciamelo fare

Ne bevi uno
e non sai quando i tuoi sogni
sono stati intrappolati
in una rete vicino al cielo
ne beviamo uno
senza sapere se siamo vivi
ancora vivi
non ho proprio voglia di
parlarti, capiscimi
è già stato tutto detto

Provo a berne un altro
sono arrivato
non hai capito
vado a godermi un sonno
ubriaco
anche se sono sobrio
e me lo godo da
solo.



Marco Zangari © 2003
www.marcozangari.it
Pagina Facebook: Marco Zangari

giovedì 18 maggio 2017

Nel sogno - II parte: nato per rubare rose



Nel sogno mi trovavo in giardino. Era quello di casa, ma allo stesso tempo era troppo vasto per esserlo. Più che vasto, sembrava dilatato. Ogni volta che ne fissavo i contorni, parevano essersi spostati rispetto alla volta precedente. Solo le buche nel prato, le imperfezioni della staccionata me lo ricordavano, come se fosse una versione migliorata del mio giardino.
Un cane era legato alla staccionata, vicino al palo dove stendiamo i vestiti. Il palo era vuoto, nudo come un albero in autunno, con braccia metalliche supplicanti sotto un cielo colloso. L’aria era ferma, la luce uguale e senza colore. All’inizio pensai che fosse il mio cane, ma capii quasi subito che mi ero sbagliato, e mi diedi anche dello stupido per averlo anche solo pensato –come quegli abbagli del sogno, di cui quasi non registriamo memoria. Questo cane era molto più grosso del mio, non ne conoscevo la razza ma era massiccio senza essere grasso. Se ne stava tranquillo, a differenza del mio cane che è sempre in movimento. Quando mi vidi, cominciò a venire verso di me, finchè la corda che lo legava alla staccionata non arrivò al massimo. A quel punto ebbe un sussulto, che fu più di sorpresa che di dolore, e ricadde leggermente all’indietro. Era come se, per un attimo, avesse dimenticato della corda, e adesso la stesse ricordando all’improvviso.
Mi avvicinai con cautela, non sapevo come avrebbe reagito. Il cane invece restò lì, fermo. Quel tentativo sembrava aver esaurito ogni sua energia, perfino ogni sua gioia. Se ne restava lì, immobile e infelice. Ora che ero più vicino, potevo studiarlo meglio. Aveva un corpo voluminoso, ma non eccessivamente. Più che altro, pareva capace di scatti possenti a giudicare dai muscoli delle zampe posteriori.
Era un cane nato per correre, e adesso se ne restava mogio alla catena.
Un corpo atletico, scattante, e poi gli occhi più tristi che si potessero immaginare in un cane. Ci fissammo per qualche secondo, l’uno perso nello sguardo dell’altro. Una volta una mia amica mi avevo detto che avevo occhi da cane triste, intendendo farmi un complimento, ma il cane adesso mi batteva. Era come se tutta la sua consapevolezza di sprinter lasciato lì a marcire fosse nel suo sguardo, che non dava tregua. Dovetti spostarmi dal suo sguardo, non riuscivo più a reggerlo.
Fu allora che vidi la corda che lo teneva legato alla staccionata. Notai che il cane l’aveva mordicchiata nella parte vicina al suo collo, che era quella più spessa. La parte restante della corda, più vicina alla staccionata, era molto più sottile. Pensai che, se solo il cane l’avesse capito, avrebbe potuto mordere quella e liberarsi.
Il cane, però, non lo sapeva.
Lo fissai ancora un po’. Il cane restava immobile, come vinto da qualcosa che gli sembrava troppo più forte. Solo una volta camminò un poco, parallelamente alla staccionata. Andò verso alcuni soffioni che spuntavano dal prato, proprio come nel mio giardino. Da piccolo mi piaceva soffiare forte e far volare quelle minuscole stelle bianche nella luce del sole. La corda del cane decapitò alcuni soffioni, e le stelle bianche si sparsero sul terreno. Il cane si fermò di nuovo, e dopo poco cominciò a dormire.
Nel sogno il giorno diventò notte in un battito di ciglia, come spesso accade. Il cane non c’era più e mi trovavo ancora in giardino. Notai che, nell’angolo più lontano, si intravedevano delle forme rosse nell’oscurità. Mi avvicinai e vidi che si trattava delle rose del vicino. Nel sogno mi chiesi come mai non ci avessi mai fatto caso. Erano semplicemente bellissime. Perfino nel buio sembravano avere una loro luce, col rosso che si stagliava perfettamente nella notte. Anche a quella distanza ne potevo sentire il profumo, che era potente e miracoloso come mai avevo sentito prima di allora. Capii che dovevo prenderne una e mi incamminai. Nel farlo, mi sentii molto inquieto. Non solo erano nell’angolo più lontano e più difficile da raggiungere, non solo appartenevano al vicino e non a me; sentivo che, se mi fossi fatto sorprendere a cogliere quelle rose, qualcosa sarebbe successa. Qualcosa per niente piacevole.
Mi bloccai, incerto sul da farsi. Le guardai da lontano, ne ammirai quella bellezza rara, consolante. No, dovevano essere mie.
Mi avvicinai con circospezione. Non c’era anima viva in giardino, ma sentivo lo stesso che potevo mettermi nei guai. Ero costretto a muovermi come un ladro, nascondendomi alla stessa luna che pendeva su di me. Non potevo farne a meno, perchè solo a vedere quelle rose sentivo un pizzico in fondo alla gola, come di eco di un pianto per qualcosa di troppo bello da poter sopportare. Esistevano solo le rose, e solo le rose potevano riportarmi all’esistenza.
Mi avvicinai con calma, mi guardavo sempre attorno, col cuore in gola per paura che qualcuno mi potesse cogliere sul fatto. Sentivo il peso dell’ingiustizia: qualcosa di così bello che mi veniva proibito. Finalmente fui a un passo dal cespuglio. Mi guardai attorno un’ultima volta. Le case erano al buio, ma sapevo che da lì a poco si sarebbero accese tutte le luci, i cani avrebbero cominciato ad ululare, le porte a sbattere. Non m’importava. Con un gesto rapido, vergognoso ma deciso, estrassi la mano dalla tasca e la usai per strappare uno dei fiori, il più vicino. Poi, dopo aver rubato le rose, ritornai nella parte illuminata del giardino.
Nel sogno le rose sparirono, come aveva fatto il cane, e restai da solo di fronte alla casa immersa nel silenzio. No, non era propriamente silenzio: anche se c’ero solo io, sentivo come una presenza densa, tutto intorno a me. Erano vecchi discorsi, vecchie chiacchiere, vecchie parole che io e altri avevamo detto in quel giardino. Erano intorno a me, indistinguibili ma facili da avvertire, come un tonfo sordo. Sembrava il palcoscenico di un teatro alla fine di una rappresentazione, con le luci spente e gli attori e il pubblico ormai a casa. Nell’aria si sentiva ancora la loro presenza.
Mi incamminai verso la casa. Passai accanto al vecchio edificio della lavanderia, con la finestra sfondata come nella realtà. L’interno era immerso nell’oscurità. Dal momento che mangio film horror a colazione, mi aspettavo che da un momento all’altra passasse di tutto da quella finestra –un demone inquieto, un fantasma distratto, uno zombie sperduto, una presenza malvagia. Invece ci fu solo buio di fronte a me.
Ero dentro casa adesso. Le voci di fuori sembravano avermi seguito all’interno. Anche se erano tante, il fatto che fossero lontane, nello spazio e nel tempo, le rendeva astratte, quasi simboliche, e mi faceva pesare ancora di più il silenzio della casa. Proseguii e arrivai al corridoio. Lo fissai per un attimo.
Nel sogno, il corridoio sembrava più lungo e buio del mio. Non solo: mi ricordava, per qualche motivo, la strada che compievo ogni mattina per andare al lavoro. Come nei sogni, che senza un motivo apparente fanno collegamenti tra luoghi distanti e diversi, cominciai a camminare e ad avere la stessa sensazione che avevo andando al lavoro. Voglio dire, era come se stessi andando lì: come se quei pochi passi fossero come quel tragitto fatto di routine, attese al semaforo, panorami presto dimenticati. Mi guardavo intorno ed era sempre il mio corridoio, pur se più lungo e più oscuro, ma era anche qualcos’altro.
Su un mobile sulla destra vidi un telefono. Era un cordless nero, nella sua postazione, e sembrava funzionante. Mi sarei dovuto sorprendere, visto che nella realtà non possiedo un telefono. Invece allungai una mano e feci per prenderlo. Stavo pensando di chiamare qualcuno, ma poi mi chiesi: chi? Sicuramente stanno dormendo tutti adesso, anche quelli dall’altra parte del mondo. Mi sembrava che fosse notte ovunque.
Nel sogno ero l’unico sveglio, e quello che più di tutti avrebbe voluto dormire –bene, profondamente, a lungo. Tornando indietro passai da una stanza chiusa. Era una stanza che non esisteva a casa mia. Sembrava in tutto e per tutto come se fosse stata sempre là, eppure era la prima volta che la vedevo. Poggiai l’orecchio sulla superficie, ma non sentii alcun rumore. Mi spiazzava. Come negli horror, poteva essere un varco verso una dimensione infernale, un vortice nero che mi avrebbe risucchiato in una notte dal quale non sarei più potuto uscire. Poteva essere il rifugio di un assassino o la dimora nascosta di un povero cristo. Poteva essere una soluzione al mistero – o a parte del mistero di quella notte e di quella casa. Poteva anche essere piacevole, come un po’ di colore, un sollievo, una via di fuga. Dietro quella porta poteva esserci di tutto. Poteva essere decisiva.
Andai oltre. I sentimenti, in me, erano stati così forti e contrastanti da essersi annullati a vicenda. Sentivo di aver perso un’ottima occasione –nel bene e nel male- ma non era la prima volta.
Passai davanti ad una stanza che prima non avevo visto. Questa la riconoscevo. C’era una scrivania, e sopra una scrivania c’era una lampada accesa. La lampada era la prima luce che avevo visto quella notte. Mi avvicinai e vidi che, accanto alla lampada, c’era un vaso, e dentro il vaso, un’unica rosa.
Mi sedetti alla scrivania. Di fronte avevo una finestra. La guardai, e mi resi conto che la notte era finita.


Marco Zangari © 2017
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martedì 16 maggio 2017

Notti nel bush



Anni fa ho lavorato in una farm in Queensland, in un posticino scordato da Dio, dalle mappe e dal GPS a tre ore di macchina da Cairns. Io e Valerio, mio amico d’infanzia, raccoglievamo lime e mango e dormivamo in una piccola capanna a ridosso della piantagione. Erano giornate piene, faticose fino allo stremo, sudate da non dire.
Di quelle giornate ho già scritto ampiamente in “Latinoaustraliana”, il mio romanzo. Non penso spesso a quel periodo, ma quando lo faccio, è sempre con piacere –come se dimenticassi la fatica, gli insetti, gli orari massacranti e il caldo omicida, e trattenessi solo i momenti speciali, come quando, alla fine di una lunga giornata, con le braccia graffiate e marchiate dal rash, io e Valerio ci sedevamo sulla piccola veranda della capanna con una birra in mano, luce spenta per evitare gli stormi assassini di zanzare, e restassimo lì a dirci poco o niente sotto quello sperpero di stelle infinito.

Ogni tanto mi capita di ripensarmi su quella veranda nella notte australiana. Provo a rivedermi adesso, con tutti gli anni i chilometri le facce e le corse che sono passati in mezzo, lì seduto su quella veranda con in mano una Carlton o una Cooper’s. Mi chiedo come mi sentirei adesso, a starmene seduto lì. Provo a pensare quei pensieri, a farmi passare addosso quell’aria notturna.
Lo faccio perchè seduto lì, in quelle notti nel bush, mi sembrava di potermi finalmente focalizzare sull’Australia, su quell’enorme massa di terra che in altri momenti mi sembrava impossibile da cogliere tutti insieme, e di riflesso, mi pareva di vedere anche me lì in mezzo. Erano attimi in cui il tempo rallentava e non c’era alcuna distrazione. Nella capanna non esisteva internet, nè tv, nè telefono, niente di niente, solo un letto e un ventilatore a pale sul soffitto che aiutava a combattere l’afa delle notti tropicali così come la solita potato salad in lattina avrebbe potuto placare la nostra gigantesca fame di fine giornata.

Così, ogni tanto mi capita di vedermi lì. Sono gli unici attimi in cui capisco, fino in fondo, che mi trovo in Australia, e in nessun altro posto. Non che sia una cosa universale, intendiamoci: ognuno ha il suo posto speciale, quello è il mio. Sono però convinto che sia complicato coglierlo a Sydney o Melbourne, città che sembrano provinciali venendo da altre capitali europee, e sfavillanti megalopoli una volta usciti dalla zona “rural” dell’Australia. C’era gente, lì in farm, terrorizzata da Sydney. Quella massa di gente, dicevano con occhi sbarrati di terrore come se si trattasse di chissà che girone dantesco. Chiunque abbia dovuto vivere un tot di tempo in una città come Roma, come è capitato a me, sa che Sydney sembra più una placida cittadina di mare che un incubo di grattacieli, ma li capivo.
Lì era diverso.
In quella veranda sull’infinito, potevo sentire i rumori intorno a me. Potevo stupirmi quando c’era luna piena e gli alberi di mango venivano fuori dall’oscurità come se fossero carichi di oro tra i rami. Potevo gustare ogni sorso della birra che stavo bevendo, anche quella merda di Carlton. Potevo sentirmi le mani attaccati ai polsi, sentirmi pensare, ritrovarmi umano in quel susseguirsi di giorni e anni, di lavori e doveri, di relazioni e liti, di distanze e viaggi. Ero lì, presente, in quel momento. Non capita spesso. Sono uno che vive, come tutti, sempre connesso, quindi non posso disprezzare la tecnologia –ma lì era diverso. Le facce della tua vita erano concrete, le vedevi quasi, le potevi osservare da fuori, e quando ti mancavano, lo facevano fino a toglierti il fiato. Non potevi parlarci, ma lo stesso riuscivi a dir loro tutto quello che serviva. Allo stesso modo, ti rendevi conto di quante cazzate ti circondavi, persone e abitudini di cui avresti potuto fare benissimo a meno, zavorra che ti portavi dietro solo perchè è così e basta.

No, non eravamo diventati dei santoni zen su quella veranda. Ci mancavano le ragazze, ci mancava un pasto decente, una birra migliore, una temperatura più umana, cose piccole e grandi. Però ci rendevamo conto di quanto quel momento fosse importante. Lassù alla farm, in quei luoghi isolati, c’era un ritmo fuori dal mondo che conosciamo. Ogni gesto sembrava importante, ogni persona incontrata sembrava dovesse far parte della tua vita per sempre. Era tutto estremo e leggero allo stesso tempo. La gente si fermava, parlava con noi, ci raccontava le sue storie. Se c’è una cosa in cui gli australiani eccellono, è proprio nelle storie che sanno tirar fuori –divertenti, assurde, malinconiche. Di solito lo fanno con un tot di bottiglie vuote davanti, ma conservano sempre un’ironia che li protegge anche quando le storie diventano più grandi di loro. E’ un popolo che sa ridere di se stesso, e forse l’ironia è l’unico approccio possibile per non soccombere a questo Paese così vasto e così imprevedibile.
C’era bellezza, in quelle notti. Certo, venendo dall’Italia ci cresciamo con la bellezza, la vediamo ad ogni angolo di strada finchè non diventa normalità e finiamo per dimenticarcene. Questa era una bellezza diversa, e non solo per quella straordinaria scenografia di stelle e valli. Nemmeno in Italia scherziamo, in quanto a bellezze naturali, e da siciliano ne so qualcosa. Ma lì, in quel momento, era come se la mente provasse a immaginare cosa ci fosse dietro quella scenografia luccicante, cominciando a vagare per le migliaia e migliaia di chilometri che vanno da un oceano all’altro, una massa buia di deserti e spiagge, paesini e città, di vuoto assoluto e foreste inesplorate, finchè la mente stessa non vacillava e si perdeva, perchè era troppo. In quell’oscurità, lo sapevamo, si nascondevano panorami magici e assassini, come il serial killer dei backpackers. C’erano chiari di luna sui canyon e animali capaci di ucciderti in pochi secondi. Era un buio primordiale e primitivo, come non siamo più abituati a pensare, e in quel buio ci sentivamo persi, e forse anche un po’ vivi. Perchè lì, nella veranda, diventavamo coscienti di quant’eravamo piccoli in quella terra enorme, quella terra benedetta e stronza, piena di regole e di angoli selvaggi, di mostri e di sirene, di fortune e maledizioni, quella terra che da lontano si esalta e si odia, con le distanze che separano, che uccidono, e col sole che ogni mattina è lì come se non fosse successo niente, e mentre pensavamo questo, buttavamo giù un sorso di quella pessima birra, e ci sembrava la cosa più buona che avessimo mai bevuto.
Ecco perchè mi mancano, quelle notti nel bush.


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lunedì 8 maggio 2017

Nel sogno - I parte: la festa



Nel sogno c’era tanta gente vestita bene, in una villa sfarzosa ma non eccessiva. Doveva essere una festa, anche se non sapevo in occasione di cosa. L’idea era quella di un after-party dopo una presentazione, una prima, un evento in qualche modo importante. Come nei film , ma non esattamente: la gente non indossava smoking e non camminava con calici di champagne. Anche loro, come la casa, sembravano eleganti senza sforzo, in maniera non ricercata. Mi aggiravo tra un gruppetto e l’altro, riuniti a discutere di diversi argomenti che non sapevo cogliere. Erano discorsi lontani da me, ascoltavo qualche parola e mi sarebbe piaciuto poter capire il senso generale del discorso, ma non ne ero in grado. Mi spiaceva, perchè intuivo che non si trattava delle odiose chiacchiere vuote delle feste, quello “small talk” infarcito di storie avventurose e qualche battuta che fungono da palcoscenico per chi vuole farsi notare. Non importa, pensavo, ho pur sempre la scrittura. Parlare è per gli insicuri, per quelli che hanno un’idea su tutto e poi non ce l’hanno su niente. Scrivere è diverso. Filtri l’universo in un bicchiere e poi butti giù quello che resta.
Così mi consolavo, e scivolavo piano tra i gruppi, senza dolore e senza piacere. Ero fuori da tutto.
Ad un certo punto, qualcuno si rivolse a me.
«Abbiamo saputo...» disse, ma persi il resto della frase.
«Scusa?»
«Si parlava di... Com’è andata?»
Era come una conversazione al telefono con la linea che andava e veniva. Gli altri del gruppo, che adesso avevano puntato gli occhi su di me, sembravano aver ascoltato tutta la frase. Ero l’unico, là in mezzo, che non capiva. Era spiacevole, perchè era chiaro che si trattava di qualcosa che mi coinvolgeva direttamente –addirittura, qualcosa che forse avevo fatto io – quindi dovevo esprimermi. Che fare? Come ti capita quando ti chiedono qualcosa in una lingua straniera e tu non capisci al volo, cominciai a parlare e, contemporaneamente, a mettere insieme i pezzi di frase per estrarne un minimo di senso.
«Mah, sai come vanno queste cose, ci sarebbe stato molto altro da dire e fare, ma come sempre uno poi non riesce, quindi... Però ho fatto quel che potevo, in quella circostanza»
Parlavo velocemente –troppo velocemente, lo sapevo, e mi odiavo un po’ per questo, perchè era la fretta che mi veniva quando ero a disagio, l’imbarazzo del non sapere e di provare a nasconderlo dietro un muro di parole esitanti, masticate male. Era un imbarazzo che veniva da lontano, dai tempi della scuola, delle interrogazioni alla cattedra di cui non mi importava niente, ma mentre ero lì e l’Autorità mi fissava, sapevo che dovevo dire qualcosa, ma non sapevo cosa. L’orologio che ticchettava, il tempo che si faceva sabbia mobile, gli occhi su di me come fucili pronti a fare fuoco sulla mia autostima.
Nel sogno, mi guardai intorno velocemente, per leggere sugli sguardi dei presenti se l’avevano bevuta oppure no. Avevano strani sorrisetti, che non riuscivo a interpretare come intesa e solidarietà. Stavo diventando paranoico, cominciavo a sudare. Rimpiangevo il camminare piano tra i vari gruppi, l’essere fuori da tutto.
«Quindi, che ne pensi alla fine?» mi chiese di nuovo la stessa persona. Era un uomo che non inquadravo bene, sicuramente non lo conoscevo, era solo un collage sfumato di volti conosciuti, altri incrociati per strada e immagazzinati senza saperlo e forse qualche faccia vista in tv –come spesso succede nei sogni.
Non mi andava di essere pressato in quella maniera. Sentivo che le motivazioni di quell’uomo non erano del tutto sincere. Era uomo di mondo e ne sarebbe uscito bene, lui, sia che avessi risposto, sia che avessi fatto scena muta. Era pronto a ridermi dietro, così come ad annuire e approvare quel che avrei detto. Per lui era indifferente, avrebbe vinto comunque. Quel gruppo era il suo gruppo.
«Che sarebbe potuto andare meglio – che può sempre andare meglio»
Una banalità di circostanza, parole svuotate. Mi stavano spingendo verso qualcosa che non faceva parte di me. Li odiavo. No, mi odiavo per averglielo permesso. Non dovevo dar certo conto a queste persone. Eppure, non potevo fare a meno di parlare.
«... nonostante tutto, credo che alla fine sia andata meglio rispetto alle aspettative. Non era semplice, sai, e quindi mi sono dato da fare con quel che avevo in mano...»
Parlavo ancora troppo velocemente, senza staccare gli occhi dal mio interlocutore –era un modo per fargli capire che, se anche le mie parole sembravano sfuggenti, io ero lì e non mi sarei mosso.
Poi, improvvisamente, capii. Si trattava di me, come avevo intuito. L’uomo di mondo mi aveva chiesto di qualcosa che avevo appena fatto –la presentazione di un mio libro, come avevo intuito, o forse una lettura. Non ero sicuro che quella festa fosse collegata direttamente al mio evento, ma ero certo, senza possibilità di smentite, che si trattasse di me. Fu un’illuminazione improvvisa, e una salvezza. Finalmente avevo in pugno la conversazione. Finalmente sapevo cosa dire e come dirlo. Rallentai il ritmo, scelsi bene le parole. Eravamo nel mio terreno adesso, potevo farne quel che volevo.
In quel secondo, però, mi resi conto che una donna, in mezzo a quel gruppo di volti anonimi, mi stava fissando e sorrideva beffarda. Era una chiara presa in giro. Sapevo che non doveva essere dovuta alle mie parole, perchè finalmente avevo trovato le cose da dire. Seguii allora lo sguardo della donna, fino ai miei pantaloni. In quel momento mi resi conto che stavo indossando i vestiti che di solito avevo in casa – il pantalone di una tuta, una felpa. Sentii il sangue che mi arrivava al viso, pronto ad esplodere verso ogni capillare. Una patina di sudore mi rivestì completamente. Cosa ci facevo vestito a quel modo, in mezzo a quella festa? Come avevo potuto non accorgermene fino a quel momento?
Non erano i vestiti in sè. Mi piaceva star comodo a casa e quelli, tra l’altro, erano gli indumenti che indossavo quando scrivevo, alla mia solita scrivania. Non gli davo nessuna importanza, erano simboli privi di valore per me.
Nonostante questo, in quel momento sentivo la disparità tra il mio abito ed il loro. Come andare ad una festa in maschera ed essere l’unico mascherato. O forse era l’esatto contrario.
All’imbarazzo si aggiunse la rabbia. Proprio adesso che mi potevo esprimere come desideravo, venivo colto in fallo, indicato per qualcosa che non aveva nulla a che fare con quello che avevo da dire.
Ricominciai a balbettare, a parlare troppo velocemente – stavolta per sviare l’attenzione da quella mia scoperta vergognosa – finchè non fu un altro uomo del gruppo a metterlo sul tavolo.
«Ma scusa, quei vestiti... ?» fece, con un sorrisetto malizioso.
Eccolo. Aveva nominato l’innominabile, il re era nudo. Adesso non potevo più far finta di niente. Come uscirne?
«Ma sì, sai, volevo star comodo...» buttai lì, nella maniera più rapida possibile. Volevo che venisse fuori come una battuta, ma ero troppo nervoso per suonare divertente. Li investii ancora con le mie parole, come se quello che avevo da dire li potesse distrarre da tutto il resto.
«E quelle scarpe?» disse qualcun altro, con un tono che si spingeva sempre piu fino allo sfottò.
Abbassai lo sguardo, cercando di non essere teatrale. Vidi che indossavo delle ciabatte usurate, con quella destra che aveva una linguetta che pendeva per aria come la molla di un orologio che si sia arreso. La linguetta era mangiucchiata.
«Ah, il mio cane, sapete» dissi, e sorrisi. Dentro di me, lo stupore si univa all’imbarazzo. Ero davvero arrivato fin lì, in quella casa, con quelle scarpe tutte rotte? Com’era possibile? Finsi disinvoltura e tornai a parlare, ma era come se mi avessero visto il bluff ed io ancora cercassi di dimostrare che gran punto avessi. Mi avevano spogliato, loro eleganti, e avevano riso della mia nudità. Non potevano attaccare le mie parole, e quindi avevano usato i miei vestiti. Non capivo se l’argomento non li interessasse (allora perchè chiedermelo?) o se in qualche modo volevano che non ne uscissi bene (per quale motivo?). Fatto sta che ora, soltanto ora, il gruppo era soddisfatto. Minimizzare le scarpe o i vestiti non era servito. Non ne avevano nemmeno riso, perchè quella festa, in fondo, era dannatamente seria e non c’era posto per un sorriso vero.
Non mi vergognavo dei vestiti. Erano quello che sono, facevano parte di me. Mi infastidiva il contrasto con loro, quell’indicare, quel non stare ad ascoltare, quel trovare l’elemento secondario che potesse distrarre.
Non avevo, di nuovo, più cose da dire. Lasciai il gruppo e camminai in mezzo alle altre persone, cosciente di me stesso, cosciente della festa, cosciente di essere, ancora, fuori da tutto.


Marco Zangari © 2017

venerdì 5 maggio 2017

Doppia recensione: "Tony Pagoda e i suoi amici" di Paolo Sorrentino, "La vendetta" di Agota Kristof


I libri si accumulano e il tempo per le recensioni si restringe, quindi ho deciso oggi di mettere insieme due libri che non hanno in comune praticamente nulla, a parte il fatto che sono entrambi una raccolta di storie (non solo di racconti, soprattutto nel caso di Sorrentino). E’ un’accoppiata quantomeno curiosa, ma in fondo si possono anche abbinare, se volete cominciare con qualcosa di più leggero prima di appesantirvi definitivamente.
Il libro di Paolo Sorrentino, “Tony Pagoda e i suoi amici” (Feltrinelli), è infatti una lettura veloce, da tre fermate dell’autobus, da 10 minuti da ammazzare prima di cena. Non per sminuire il libro in sé, che è stato anche una sorpresa. Abituato al passo cinematografico di Sorrentino (che trovo spesso interessante, ma non sempre di mio gusto), sono stato piacevolmente preso dalle storie di questo libro –che sa essere molto divertente (leggere la storia dell’onorevole in Corea, per credere), così come può dar vita a riflessioni amare sull’esistenza, la vecchiaia, l’amicizia, che sembrano richiamare a volte le lunghe scene de “La Grande Bellezza”.
Il libro si divide in (pseudo)interviste a personaggi più o meno famosi, come Carmen Russo e il marito Enzo Paolo, un’affettuosa presa in giro del meglio e del peggio del nazionalpopolare; e poi le riflessioni di Tony Pagoda (che non potrete non leggere con la voce di Servillo, fidatevi), dove il tono si fa più serio, quasi lirico, e sicuramente costituiscono la parte migliore di un libro che si legge velocemente, e potrà intrattenervi quanto basta.
Diametralmente opposto è il registro di “La vendetta” (Einaudi), raccolta di racconti di Agota Kristof. Avevo amato parecchio il suo “Trilogia della città di K.” (finale escluso), ed ero curioso di vedere come se la cavava nel racconto. Le storie sono brevi, a volte brevissime come piccoli abbozzi, schizzi improvvisi, lampi improvvisi che lasciano subito lo spazio alle tenebre che si richiudono su di noi, una volta arrivati all’ultima frase. Più che minimale, una scrittura minima, che non lascia niente al caso, alla descrizione psicologica, agli aggettivi ridondanti (un po’ come asserivano di voler scrivere i due gemelli della prima parte della “Trilogia”). A prescindere dalla lunghezza, le storie della Kristof spiazzano, catturano in poche righe (cosa non semplice), e lasciano sempre qualche strascico una volta arrivati in fondo. Più di tutto, riescono a ricreare quell’atmosfera gotica, disperata, che permeava già la “Trilogia”. In un mondo senza nomi, senza connotazioni geografiche precise, senza tempo, sembra di attraversare, uno dietro l’altro, degli incubi che sul momento non sappiamo (o non vogliamo) interpretare, ma che lasciano una striscia di inquietudine dietro di essi.
Una raccolta che, anche questa, può essere letta in un’unica seduta, preferibilmente al lume di una lampada mentre fuori è notte. Fortemente consigliato ai fan della “Trilogia”.

Di Agota Kristof ho già recensito:
-“Trilogia della città di K.

domenica 30 aprile 2017

Il materassino (racconto)


Parcheggiò la macchina e la sua vita in un luogo in cui non si sarebbe mai voluto trovare, non una domenica mattina di inizio agosto. Simone Paduli scese dall’auto col sudore che scorreva giù dai pochi capelli rimasti. Venticinque minuti –venticinque- solo per trovare un posto –e per tutto quei venticinque minuti Renata Paduli, sua consorte, non aveva smesso di lamentarsi pressapoco di qualunque cosa –il caldo, la folla, le macchine, i pedoni, l’ora, il giorno, il mese, l’anno. Eppure, ricordava Simone, era stata sua l’idea di andare in spiaggia. Lui avrebbe preferito mille volte restare a casa e riposarsi dopo quella settimana di merda. Ogni volta che ci ripensava, riusciva (unico momento) a sorprendersi di se stesso: come era finito a fare quel lavoro del cazzo insieme a quella gente del cazzo? Sembrava troppo persino per Simone Paduli. Ma la risposta in fondo la sapeva già, ed era, banalmente, una promozione a quadro dirigenziale. Così italiano medio, pensò. Ma quei soldi gli avrebbero fatto comodo. Una nuova auto, rinegoziare il mutuo, perfino una settimana bianca con Renata che gli teneva il muso per inverni interi, sperando e maledicendo. E invece...
«Non stai dimenticando niente?» chiese Renata.
«Cosa?»
«IL MATERASSINO, Simone! Il materassino di Federico!»
«Il materassino, sì, ho capito, che bisogno c’è di urlare?»
Federico stava già camminando verso la spiaggia, le piccole spalle volte verso di loro. Lo faceva sempre, si allontanava e poi Renata si sgolava per farlo tornare. Lui tornava, alla fine, con un sorrisetto e nessun senso di colpa.
Simone andò a prendere il materassino nel cofano. Non c’era una parte del suo corpo che non fosse sudata. Si mise sottobraccio il materassino e si avviò alla ricerca di Renata e Federico. La spiaggia era piena zeppa, non ci poteva muovere senza pestare qualcosa o qualcuno. Ovunque puzza di sudore e abbronzante, radio accese e chiacchiere impalpabili. Simone rischiò di bucarsi un occhio con un ombrellone. Alla fine trovò la moglie che stava schiaffeggiando il figlio nella schiena. Il figlio si sforzava di piangere senza riuscirci. Simone sistemò le asciugamano. Appena ebbe finito arrivò Renata.
«Perché le hai messe sulle pietre?» chiese.
«Pensavo…» cominciò, poi rimase zitto mentre lei le spostava un metro più in là, borbottando. Renata era arrabbiata, come sempre più spesso le succedeva. Simone era arrivato al punto che spesso le chiedeva scusa senza sapere bene perché. Lo faceva sentire come se stesse facendo sempre qualcosa di sbagliato. Inutile chiederle anche il motivo del suo umore, il dialogo ormai era ad una via. Persino quando, quella mattina, aveva parlato di andare al mare, non l‘aveva chiesto: l’aveva ordinato.
Il tutto si traduceva nel continuo e inutile tentativo da parte di Simone di fare arrabbiare Renata il meno possibile. Inutile, perchè ormai aveva capito che quello era il suo umore di default. Doveva limitarsi a camminare sulle uova, prevenendo ogni elemento che potesse irritarla ancora di più. Se poi osava dire una parola in sua difesa, chiedere, chiarire, era la fine. Renata si metteva a strillare e rinfacciare qualsiasi cosa, non importava se vera o meno. Non c’era modo di vincere quelle discussioni, quindi Simone preferiva star zitto. Inghiottiva, diceva di sì e abbassava la testa, fino alla sfuriata successiva.
E questo era quello che lo aspettava ogni giorno quando tornava da un lavoro che detestava.
Gli amici avevano anche smesso di chiedergli perché non sorridesse mai.
Si sdraiò sull’asciugamano. Renata indossava occhiali da sole e sentiva qualcosa con le cuffie.
Simone Paduli se ne restò un po’ lì, nel tentativo di riposarsi. Subito pensò: domani sarò di nuovo al lavoro. Questo è il mio giorno libero. Il sole gli dava fastidio, facendolo sudare ancora di più. Desiderò ancora di essere rimasto a casa.
«Pa’, il materassino»
Chiuse gli occhi, sperando servisse a qualcosa.
«Pa’, IL MATERASSINO!»
Dio, pensò.
«Dammi cinque minuti, ok, Federico? Il tempo che mi riposo due secondi», e tornò giù.
«Papi, dài, IL MATERASSINO! VOGLIO FARE IL BAGNO!»
La voce stridula del figlio si unì a quella di tutti gli altri bagnanti. Una sola voce da unghie sulla lavagna, a strappargli via dallo stomaco ogni desiderio di pace.
Simone Paduli sbuffò, riaprì gli occhi e si tirò su.
«Ok, dammi quel cavolo di materassino e la pompa»
«Non ho la pompa» disse Federico.
«Come no? Ti avevo detto di prenderla dalla macchina!»
«Non mi hai detto niente» disse Federico.
Per un secondo Simone guardò suo figlio, i capelli biondi, le lentiggini, le braccia magre, ed ebbe voglia di assestargli un calcio in culo. Non gli restò invece altro che incamminarsi di nuovo verso la macchina, attraversando quella giungla incomprensibile di corpi sudati e ombrelloni. Col figlio non c’era nessun tipo di dialogo. Simone Paduli, in fondo, non aveva mai realmente voluto essere padre, ma quando era successo aveva pensato che avrebbe fatto del suo meglio. Adesso il figlio gli parlava solo per chiedergli qualcosa. Era l’arma in più di Renata, il movente supremo per tutte le sue crisi isteriche. Ancora una volta, Simone preferiva evitare la guerra e dire di sì. Era facile dire di sì.
Forse troppo facile.
Andò alla macchina, prese la pompa, tornò alle asciugamani. Renata ascoltava ancora la musica. Il figlio si era allontanato di nuovo. Simone attaccò la pompa al materassino. Era una di quelle pompe in cui si schiaccia un pedale migliaia di volte e il materassino si gonfia. Simone cominciò a schiacciare il pedale. La sabbia non faceva presa e ogni tanto la pompa gli scappava da sotto i piedi. Il figlio non si vedeva. Continuò a pompare, sentendosi un coglione a farlo lì, sotto il sole, sudando come una fontana.
Ci impiegò dieci minuti. Federico arrivò nell’esatto momento in cui Simone aveva finito.
«Grazie» disse con un angolo della bocca, poi afferrò il materassino ma era troppo pesante per lui. Era un materassino matrimoniale, in tela. Renata l’aveva voluto così. Simone pensava che per Federico bastasse quello piccolo. Non aveva protestato.
Aveva pagato e basta.
«Mi aiuti?» disse il ragazzino.
Simone sbuffò, si chinò a prendere il materassino e lo portò in acqua.
Finalmente riuscì a sdraiarsi per cinque minuti. Era così stanco che si stava quasi per addormentare, ma il sole era troppo caldo. Avrebbe voluto portare un ombrellone, ma Renata aveva detto che avrebbe ingombrato troppo. Non più di un materassino di due metri per tre, aveva pensato Simone senza dirlo.
Continuava a sudare. La gente intorno era impossibile da guardare, sudata e compiaciuta di qualcosa che sembrava terribilmente sbagliato. Contenta senza motivo per esserlo. Si sentiva insofferente. Avrebbe voluto parlare con Renata, magari anche sfogarsi un poco, ma era impossibile. Un tempo facevano delle lunghe chiacchierate a letto. Parlavano di tutto. Adesso ci dormivano e basta.
Renata non era più la stessa nemmeno fisicamente. Non che fosse ingrassata o altro, ma l’eterna incazzatura le aveva fatto perdete quella bellezza naturale che aveva un tempo.
Simone si mise a sedere sull’asciugamano guardandosi in giro. Non riusciva a smettere di pensare al lavoro. Una volta svanita la promozione –che era stata solo un’esca adatta per un allocco del suo calibro, ormai lo sapeva- era rimasto con in mano un lavoro che non voleva e dei colleghi che non sopportava.
E allora? Poteva andarsene, certo. Come no? Il mutuo, le bollette, il dentista per Federico, la palestra per Renata. Aveva convinto Renata, all’ultimo minuto, a non insistere per un viaggio durante le ferie estive, perché aveva paura di non farcela. Lei ne aveva fatto una scenata. Solo un mese prima aveva comprato un divano di pelle da 4.000 euro, senza consultarlo. Se l’avesse fatta lui, una cosa del genere… aveva i brividi solo a pensarci. E intanto però i quattromila doveva trovarli lui.
Così ogni nuovo conto era un chiodo in più, piantato sulla bara di quel che era diventata la sua vita. Si sprofondava un poco ogni giorno –non tanto, quel che bastava perchè, in breve tempo, risalire diventasse prima difficile e poi impossibile.
Simone si guardò intorno. Quanti erano come lui, incastrati e senza possibilità di fuga? Molti, forse tutti. Eppure sorridevano. Qualcuno lo avrebbe chiamato coraggio contro le avversità. Simone li detestava ancora di più.
Sospirò. In momenti come quello si malediceva per aver smesso di fumare.
«Dov’è Federico?» chiese Renata, risvegliandosi dal suo torpore.
«A mare, col materassino»
«Lo stai controllando?»
«Certo»
«Ah, ho parlato con Giorgia ieri. Lei e Enrico vanno in Sardegna, fra un paio di settimane» disse Renata. Si fermò un attimo, poi lo guardò. «Mi ha chiesto se volevamo andare con loro»
«Tesoro, ne abbiamo già parlato. Lo sai che adesso non è il momento migliore…»
«Per te non è mai il momento migliore» disse lei, girandosi su un fianco e rimettendosi le cuffie.
Le gioie del matrimonio, pensò Simone. Queste cose non te le dicono, quando vai all’altare. Colpa di quei maledetti film americani.
Era fatta. Sapeva che lei sarebbe rimasta arrabbiata con lui tutto il giorno. Ancora una volta Simone si sentì colpevole di qualcosa, senza sapere bene cosa.
Tornò al suo sole e ai suoi pensieri da ulcera. Pensò a Iacopo, il tizio che aveva preso quella promozione ed era diventato il suo capo. Mai visto qualcuno così poco qualificato, così pigro, così sprezzante in quel pur ragguardevole panorama umano che era il suo posto di lavoro, ma Iacopo li batteva davvero tutti. Quella promozione, per Simone, sarebbe stata la vacanza, il mutuo, la macchina –tutte cose che in fondo non voleva, ma non era questo l’importante.
Tutte cose che Renata voleva, ed era quello che contava.
Per questo odiava Iacopo.
No. Per questo odiava se stesso.
Federico arrivò bagnato.
«Dov’è il materassino?» gli chiese Renata.
«E’ troppo pesante per me. Fallo portare a papà»
Adesso non mi parlano nemmeno più direttamente, pensò Simone Paduli. Le gioie di avere una famiglia.
«Vai a prendere il materassino, prima che se lo porta via la corrente» disse Renata a Simone, con un tono che lasciava capire che comunque era ancora arrabbiata con lui.
Simone Paduli si alzò senza dire niente e andò verso il mare. Nonostante il caldo, non aveva alcuna intenzione di fare il bagno. Il materassino però si stava allontanando dalla riva. Simone mise un piede nell’acqua. Dio, non gliene fregava niente di quel cazzo di materassino. Federico l’aveva usato per... quanto? Cinque minuti? Ci aveva messo più lui a gonfiarlo. Perché non poteva lasciarlo alla corrente?
Si girò indietro, vide Renata che da lontano lo controllava, quindi mise anche l’altro piede a mollo. L’acqua era fredda. Prese un grande respiro e si tuffò. Era tutto un brivido, ma in qualche modo non era una sensazione troppo spiacevole. Sembrò anzi svegliarlo un poco. Riemerse e vide che il materassino si continuava ad allontanare, così cominciò a nuotare verso di esso. Più nuotava più il materassino schizzava via veloce, spinto da correnti beffarde.
Alla fine lo raggiunse. Stanco, ci si aggrappò con le braccia, appoggiando la testa sulla tela. Era piacevole stare così. Decise di riposarsi un attimo in quel modo. Chiuse gli occhi, co metà corpo sospeso in acqua. Si sentiva meglio, molto meglio. Li riaprì, e capì anche perché: non c’era nessuno intorno, nessuna voce, nessuno. Era un black-out temporaneo che apprezzò molto. Si rese però conto che si era allontanato molto dalla riva.
Ancora aggrappato per metà al materassino, con le sole gambe in acqua, cominciò a nuotare verso la riva. Era molto faticoso perché la corrente era forte, e il materassino pesante. La sensazione piacevole svanì. Ricominciò a sudare.
Mentre sbatteva le gambe in acqua gli venne in mente che Iacopo lo aspettava in ufficio il giorno dopo, con le sue storie stupide e i suoi modi arroganti. Subito dopo pensò a Renata che lo aspettava lì sull’asciugamano, arrabbiata perché non guadagnava abbastanza, perché non era bravo abbastanza. La sua faccia rabbiosa si unì a quelle della gente della spiaggia, volti deformati dalle preoccupazioni, dalle sconfitte, dalle necessità per niente necessarie, vittime pronte a diventare carnefici in un’istante. Mille pensieri vorticavano nella testa di Simone Paduli. Cose da fare, scadenze, pagamenti, rate. Gestire i rapporti all’ufficio, e tornare sano a casa. Gestire i rapporti a casa, e tornare sano all’ufficio.
Si fermò per riposarsi un attimo. Questo materassino è enorme, pensò Simone. Decisamente troppo per Federico. Ah già, anche Federico. Simone salì sul materassino per intero e si sdraiò. La tela era gradevole al tatto, e le onde muovevano piano il materassino in su e in giù. Il sole gli arrivava addosso, senza essere più troppo caldo.
Tornò la sensazione piacevole di prima, stavolta ancora più forte. Sapeva che si stava allontanando velocemente dalla riva, e non gliene importava niente. Mise una mano in acqua. La corrente lo portava via velocemente. Guardò il cielo per un attimo, poi chiuse gli occhi.



Marco Zangari © 2008
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giovedì 20 aprile 2017

"Il mestiere dello scrittore" - Murakami Haruki


Desideravo semplicemente scrivere qualcosa che riflettesse quello che avevo dentro di me. Era una sensazione molto forte che non lasciava spazio ad altro, così mi sono messo seduto al tavolo senza pensare al prima e al dopo, e mi sono messo al lavoro. E mentre scrivevo mi divertivo, provavo una naturale sensazione di libertà.

Ancora una volta in ritardo con le recensioni e con una lunga lista da smaltire, ricomincio da “Il mestiere dello scrittore” di Murakami (Einaudi). Come ben sapete, ho una predilezione per l’autore giapponese, e occupandomi io stesso di scrittura (con risultati decisamente diversi), non potevo farmi scappare questa sorta di manualetto dedicato a tutti gli aspiranti scrittori.
Nonostante si tratti di non-fiction, anche questo libro di Murakami, come gli altri suoi, scorre velocemente e utilizza un linguaggio semplice e diretto, che rende la lettura decisamente piacevole. Nel “Mestiere”, Murakami spiega appunto come e perchè si è accostato alla narrativa –e lo fa con un candore tale che ti fa quasi incazzare. Mentre ogni aspirante romanziere si lambicca il cervello, si prepara alla prima opera talmente tanto che a volte non la completa mai (o nemmeno la comincia, se è per questo) perché non sembra mai il “tentativo buono”, Murakami racconta come, un bel giorno, si è seduto al tavolo della cucina e ha buttato giù il primo romanzo. Non aveva mai sognato di diventare scrittore, non aveva mai fatto alcuno studio in tal senso, era solo un buon lettore e niente di più; poi, un giorno, era arrivata questa spinta, inaspettata quanto naturale, e il primo romanzo era venuto fuori.
Insomma, il buon Haruki la fa così facile che verrebbe voglia di sbatterti la testa al muro, tu che hai bruciato notti e diottrie dietro l’idea giusta. Ma come si fa ad arrabbiarsi con Murakami?
Il libro diventa una sorta di guida per scrittori, ma può essere indiorizzata anche a chi ama i libri di Murakami, perché il volume è pieno di riferimento ai suoi romanzi, a come sono nati, alle circostanze biografiche che li hanno accompagnati. Lo stile semplice e rigoroso dell’autore sembra, appunto, così semplice, che quasi ti stupisci che non lo faccia qualunque scrittore –te compreso.
Poi ti ricordi dei cento demoni e delle mille tentazioni giornaliere che ogni essere umano, scrittore o meno, si porta dietro, e che non c’è niente di semplice. Gli orari fissi di Murakami, le dieci pagina da produrre ogni giorno (e al diavolo l’ispirazione), non sono da dare per scontati. La vita dello scrittore, come ribadito anche qui, è solitaria, faticosa, ripetitiva fino all’autismo. Quando poi si completa il proprio lavoro, si apre la porta di casa e si aspettano le critiche.
Ecco perché la gente preferisce partecipare ai reality show piuttosto che scrivere.
Un consiglio che ho trovato molto interessante, personalmente, è stato quello riguardo l’esercizio fisico: Murakami, infatti, da tanti anni si è imposto di correre almeno un’ora al giorno, con qualunque tempo e umore (sulla corsa ci ha pure scritto un libro). Pur essendo un’aspirante campioni per i mondiali di Pigrizia, ho da poco cominciato anch’io a intervallare le sedute al computer con corsa e pesi, e devo dire che aiuta parecchio –sia perché rappresenta uno sfogo importante, dopo una giornata da monaco benedettino, sia perché aiuta a sentirti meglio –e ne hai bisogno, quando ti immergi in quel mondo di parole che rischiano di travolgerti dietro ogni angolo.
Libro consigliato agli appassionati di Murakami, che troveranno l’ennesima lettura scorrevole, e consigliatissimo agli aspiranti scrittori (ancora meglio se fan dell’autore giapponese).

Dello stesso autore ho recensito:

Uomini senza donne;
L’incolore Tazako Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio;
Kafka sulla spiaggia;
-L'elefante scomparso e altri racconti.

Marco Zangari
www.marcozangari.it

martedì 11 aprile 2017

L'inverno arriva per tutti


Questa mattina sono uscito in giardino ed era lì. Il cielo basso, costretto da nuvole grigie in uno spazio senza respiro, nuvole frustate da un vento adatto a spingere galeoni alla scoperta del mondo e a farci sentire nudi, infreddoliti, nella nostra vita dove tutto ormai è stato scoperto, conquistato e infine rovinato.
L’inverno è arrivato anche qui, in questa parte di mondo al contrario.
Lo aspettavamo, e ne siamo sempre sorpresi. Non io, però, non stavolta. Quando l’inverno te lo porti appresso, in una serie di momenti e umori che non riesci a scrollarti di dosso nemmeno ai tropici, quel cielo è solo una conferma.
Sono rimasto a fissarlo a lungo, mentre il cane cercava il suo angolo per pisciare e poi andava a inseguire foglie e farfalle che erano state ingannate dal calendario. Mi piaceva, quel cielo. I miei ricordi più belli sono legati all’estate, la primavera è sempre stata un’occasione per dare una seconda opportunità ai posti in cui vivevo, degli umori dell’autunno ho già scritto.
L’inverno è onesto. Ti dice le cose come stanno, senza contare sui riflettori del sole per strappare un applauso facile. E’ sconveniente, impopolare, malvoluto –come tutte le verità alla loro prima apparizione. E’ democratico, perchè non guarda in faccia nessuno, e tutti si beccano la loro porzione di gelo, che se la siano meritata oppure no. L’estate ti costringe a uscire, a misurarti col mondo; l’inverno ti riporta al punto di partenza, lì dove hai lasciato tutti i conti in sospeso.
L’estate è una promessa che raramente viene mantenuta.
L’inverno viene a riscuotere le nostre puntate giocate male.
L’estate è per pochi.
L’inverno, invece, arriva per tutti.
Arriva anche qui a Sydney, la città che ha eretto la spensieratezza forzata a legge, ed esclude con violenza tutti coloro che non vogliono o non sanno partecipare al suo eterno trenino. Anche in questa città, dove il sabato sera tutti sembrano vestiti per andare ad una festa in cui tu sei l’unico non invitato. Niente può farti sentire solo come un luogo dove tutti sono amici e non possono fare altro che ridere e godere il momento.
Ti frega, Sydney, perchè ti fa firmare un contratto in un giorno di sole, ti dice che tutto è facile, così facile. E allora perchè a te riesce tutto così dannatamente difficile?

I social media sono diventati il nuovo strumento per livellare l’umore, per indirizzarli tutti verso un ideale, utopico benessere che nessuno, in fondo, raggiunge mai, e tutti soffrono per non riuscire a farcela. E’ uno sgomitare, una corsa l’uno sull’altro per arrivare alla totale piattezza emotiva fatta di sorrisi, mare, amici, feste, luci, vacanze, tramonti. Partecipiamo ad un rito che in realtà ci esclude ogni giorno, e ogni giorno abbiamo bisogno di inventarci delle nuove strade per la Felicità Condivisa.
In tutto questo, non c’è ovviamente spazio per l’inverno. Abbiamo escluso dalla nostra coscienza tutto ciò che è negativo. Essere tristi è un lusso che non ci possiamo piu permettere. Sentirsi giù –ma giù davvero, non la ricerca di attenzione che pure abbonda nella vita e nei social (c’è ancora distinzione?)- è un marchio infamante, un disturbo per pochi, una menomazione da cui ci teniamo alla larga. Non guardandola, eviteremo di esserlo a nostra volta –e forse, piano piano, dimenticheremo che in fondo lo siamo anche noi, in una forma o nell’altra. Perchè non può esistere lo stare bene senza lo stare male, e non è questione di religione, o di scritte ispirazionali sul nostro Facebook. Eppure, quella parte non esiste. Non sappiamo più cosa dire a chi si sente giù, a chi sta vivendo un inverno troppo lungo, e allora non diciamo niente. Smettiamo di comunicare. Tirati su. Sorridi, dai. Ti chiamo, uno di questi giorni.
L’imbarazzo che si prova ad un funerale, ma la persona davanti a te è viva. Non ha bisogno di niente, o almeno, non delle cose che pensi tu. Faresti prima a chiederglielo, ma preferisci immaginare il peggio, e questo ti zittisce ancora prima di cominciare. E poi, c’è la grande Festa alla quale dobbiamo tornare. Il grande progetto al quale stiamo lavorando, non abbiamo tempo, mi spiace, la prossima volta sicuro. Continuiamo a credere che il senso di tutto sia in una spiaggia d’estate, col sole, il mare cristallino e nessun pensiero – eppure quella stessa spiaggia d’inverno, col mare in tempesta e l’orizzonte verde, fuso con il cielo, sarebbe molto più veritiero.
Sarebbe molto più reale.
Per questo apprezzo di più le persone con volti interessanti, uomini e donne che si portano in viso il segno delle guerre che hanno combattuto. Non parlo di quelle barbe del cazzo da hipster, nè di piercing o trucchi. Parlo di gente che si porta impressa nello sguardo ogni battaglia, che ha inciso sulla pelle i mille inverni del cuore, e rughe intorno agli occhi per un sorriso che riscalda dentro. Sono persone con delle storie, persone che hanno abbracciato le loro nuvole, che non si sono lasciate abbattere –o magari l’hanno fatto, ma sono rimaste comunque a vedere come andava a finire.
L’inverno, per loro, è un ritorno a casa, ma non perchè siano persone tristi o negative. Sentono ancora, a volte sentono di più, e non riescono o non vogliono raccontarsi altre bugie. Sanno che il benessere non arriverà da un giorno di sole, e allora ne cercano uno loro, privato, a misura. Non sempre arriva, ma loro ci contano sempre, inverno o non inverno.
Sanno che l’inverno è lungo. Per questo stringono i denti, si coprono, si preparano. Forse passeranno anche questa.
Sono pronti.
Quando torno in giardino, un timido sole si sta affacciando in mezzo alle nuvole, in questo mondo battuto dal vento. Lo guardo per un attimo, poi torno in casa.
Sono pronto.


Marco Zangari © 2017

mercoledì 5 aprile 2017

Destino


destino di gatto
steso al sole
di ossa lasciate
ad asciugare

di calendario
costretto a saltare
i giorni buoni

di furti ai galeoni
sotto stelle vere e finte
con le guardie già pronte
in spiagge notturne

destino di barchetta
carica di tesori nella penombra
e un oscillare
un oscillare tale
che il naufragio sembra
l’unico
destino possibile.


Marco Zangari © 2017
www.marcozangari.it

lunedì 3 aprile 2017

"Non è successo niente" - Tiziano Sclavi


Se dovessi amare il mio prossimo come me stesso, sarei un serial killer.

Partiamo dal presupposto che quando parlo di Tiziano Sclavi, non posso essere imparziale. Ammetto di essere un fan di Dylan Dog della prima ora –quello quando ogni storia era un capolavoro, che già cominciavi a innamorartene dalla copertina appesa all’edicola in quell’appuntamento mensile che era un piacere che non tornerà più. Sclavi non aveva creato solo un personaggio che funzionava o delle atmosfere azzeccate: aveva creato un genere completamente nuovo, qualcosa che non c’era prima in Italia. Prima delle graphic novel e delle nuove ondate di fumettisti, è stato lui a dare una dignità letteraria ai fumetti, con storie ben congegnate, piene di humour (nero o bianco), un intero mondo che respirava e che per noi lettori era diventata una seconda casa.
Poche chiacchiere: non posso non voler bene a Tiziano.
E non si può, di conseguenza, non voler bene anche a questo “Non è successo niente” (Mondadori), romanzo del 1997 che riprende temi, storie e personaggi collegati in qualche modo all’esperienza di Dylan Dog (che nel libro diventa il controverso fumetto “Daryl Zed”).
Il romanzo segue, infatti, alcuni personaggi, con vicende apparentemente slegate all’inizio, e intrecciate con alcune pagine di un possibile seguito di “Dellamorte Dellamore” (best-seller di Sclavi e ispirazione per Dylan Dog, portato anche sul grande schermo in un film che rivedo sempre molto volentieri).
E se i personaggi di Tom l’acolizzato e Cohan il nevrotico sembrano entrambi richiamare a Sclavi stesso, nel libro si possono riconoscere tanti personaggi legati al mondo di Dylan Dog, dall’editore Bonelli a editor, sceneggiatori, fumettisti –tutta gente che i lettori patiti di DYD hanno imparato a conoscere col tempo. Il romanzo, in qualche misura, fornisce una sorta di dietro le quinte del mondo del fumetto, in un momento in cui la Bonelli era sulla cresta dell’onda con vendite incredibili. Sclavi sputtana con affetto i vari addetti ai lavori, in un’operazione che, invece di ridicolizzarli, li fa sentire ancora più umani e di famiglia (e tra l’altro scoprirete anche come nascevano le famigerate battute a raffica di Groucho).
Al di là di questo aspetto, che farà felici i fan di vecchia data, “Non è successo niente” è un romanzo davvero molto piacevole, pieno di riflessioni brillanti, ironia e personaggi ai quali finisci per affezionarti talmente tanto che vorresti poterli incontrare nella realtà. Sclavi rende benissimo i dialoghi, e il tutto è così verosimile dal diventare quasi il racconto che ti fa un amico riguardo alcuna gente che conosce –e un racconto credibile e divertente.
Intendiamoci: Sclavi tratta anche argomenti serissimi in questa storia, affrontando alcuni demoni personali come l’alcolismo. Nel degrado in cui è immerso Tom è facile vedere lo stesso Sclavi ai tempi in cui era schiavo del bere. Cohan, invece, rappresenta la “parte successiva”, lo Sclavi che ha superato la dipendenza e ora si trova a combattere le proprie nevrosi, supportato/sopportato dalla moglie. In generale, i personaggi del romanzo sono talmente imbevuti in un mondo di paranoie, di nevrosi e di depressioni, che leggerlo potrà farvi sentire bene per riflesso. Tom, Cohan e gli altri non capiscono il mondo e non vogliono capirlo (uno dei personaggi ha una filosofia sintetizzabile nella frase: non me ne frega un cazzo), e quando devono averci a che fare, usano l’ironia per restare a galla.
Con mia grande sorpresa, il romanzo non ebbe il successo previsto, portando Sclavi ad allontanarsi ancora una volta dalla parola scritta (prima di abbandonare anche, seppur temporaneamente, il fumetto). Il che è un vero peccato, perché “Non è successo niente” è stato per me uno di quei libri che leggi di slancio, che ti porti dietro anche nei 5 minuti libri che ti riesci a ritagliare qui e lì, non tanto o non solo perché vuoi sapere come va a finire, ma perché è un libro che finisce per tenerti compagnia –il che, credo, sia un risultato eccezionale per un autore.
Se vi piaceva Dylan Dog, vi piacerà anche questo libro. Se non vi piaceva, vi prenderà lo stesso –e lo rileggerete tra qualche tempo, garantito.

Marco
www.marcozangari.it

domenica 26 marzo 2017

Ragazzo che cammina


Ragazzo che cammina
da solo
silenzioso
quasi adulto
passa
e noi lo guardiamo
pensiamo
chissà cosa gli gira
in testa
chissà cosa trama
avrà già capito tutto
avrà capito come va
avrà dovuto
capire
è geniale
è pazzo
è sicuramente pericoloso
ci odia, ci odia tutti
ha qualcosa che non va
dobbiamo lasciarlo stare

Pericoloso, pensiamo,
pazzo
mentre lui è già
passato
senza che nessuno si sia
chiesto
se quello è soltanto un
ragazzo
che cammina da
solo.


Marco Zangari © 2016

martedì 21 marzo 2017

"Zero K" - Don DeLillo


Quel lasciarmi andare alla deriva, da un lavoro all’altro, a volte da una città all’altra, era parte inegrante dell’uomo che ero. Ero quasi sempre fuori contesto, in qualunque contesto. L’idea era quella di mettermi alla prova, sperimentare. Le mie erano sfide mentali senza sottintesi negativi. Niente in gioco.


Jeffrey Lockhart è un uomo di mezza età che, come suggerisce la citazione in alto, vive alla giornata, senza un obbiettivo chiaro nella vita, portandosi dietro il dolore della morte della madre, con cui aveva un rapporto speciale, quasi da amici, e la cui perdita ha costretto Jeffrey a confrontarsi con un nodo di problemi e limiti tutt’ora irrisolti. Il padre di Jeffrey, Ross, è un supermanager ricco e potente, con tutti gli stereotipi del caso, e come da copione ha abbandonato moglie e figlio molti anni prima per risposarsi con l’archeologa Artis.
Adesso che Artis è arrivata agli ultimi giorni di vita, Ross invita il figlio a visitarli –non a casa, bensì in una struttura ultratecnologica situata in una zona deserta. In questa struttura, scoprirà Jeffrey, il corpo di Artis verrà congelato e conservato per decenni, finché lo sviluppo medico e tecnologico non permetterà a lei e altri nella sua situazione di tornare a nuova vita.
Le premesse del nuovo, attesissimo romanzo del maestro DeLillo c’erano tutte. Peccato che “Zero K” (Einaudi) non riesca a tenere il passo con capolavori dell’autore come “Underground”. Confesso di aver fatto una fatica cane a superare la prima parte, quella in cui Jeffrey si aggira per la struttura criogenetica, aprendo porte a caso, facendo riflessioni, aprendo altre porte, parlando con qualche tizio a caso, aprendo altre porte ancora. L’azione si muove a fatica, restando impantanata in un torrente verboso che diventa quasi claustrofobico, quasi come se fossimo pure noi rinchiusi nella struttura. Non sono nemmeno sicuro che il tema sci-fi si addica tanto al maestro, dal momento che per tutto il tempo sembra di avere a che fare con una puntata di “Futurama” –sapendo di già visto, e non aiutando molto la credibilità della storia. Sono rimasto per settimane bloccato in quella maledetta struttura, come mi capitava con le avventure grafiche della Lucas un ventennio fa, ai tempi da smanettone sulla mia Amiga 500.

Oltre ad essere lenta, la parte della struttura sembra artificiosa, e cosa peggiore, poco interessante. Il tema non è nuovissimo, e niente viene aggiunto anche in questo caso. La penna di DeLillo, geniale in libri come il già citato “Underground”, si scalda un po’ nella seconda parte del romanzo, descrivendo una situazione di caos urbano, spirituale ed esistenziale che mescola terrorismo e amori difficili, indifferenza e pensieri sulla morte. I temi degli altri libri di DeLillo vengono ripresi, senza portare però ad un nuovo risultato –sembra più che altro un upgrade, per descrivere questo decennio, ma rispetto alla portata di “Rumore bianco”, ad esempio, non si aggiunge molto.
In tutto, forse la mancanza più grande di “Zero K” è quella del coinvolgimento. Né il protagonista Jeffrey né i suoi vari comprimari –incluso il padre- sembrano persone vive, né riescono a prendere il lettore, nel bene e nel male. Il tono distaccato di DeLillo, che andava benissimo in altri romanzi in cui il “cinismo” di fondo dava un colore particolare, qui produce personaggi freddi su uno sfondo freddo.
Un’uscita molto al di sotto delle aspettative, per quanto mi riguarda. I recensori ufficiali hanno gridato al capolavoro, e probabilmente hanno ragione loro che sono più esperti –o forse, ancora, guardiamo sempre il nome dell’autore prima di dare un giudizio sull’opera.
Per quanto mi riguarda, l’ho finito con grande sforzo, e una volta finito, mi è venuta voglia di rileggermi quel malloppone di “Underground” –tutto, ma non questo.
Sconsigliato (sorry, maestro).

Di questo autore ho recensito anche:
-Rumore Bianco.

giovedì 16 marzo 2017

In marcia (racconto)


Il cielo era sempre di un grigio malato, irreale, tanto da sembrare una cupola, o una di quelle bocce con dentro case disegnate e neve finta.
Invece delle case disegnate, la colonna si muoveva in un panorama spoglio, brullo. Pochi alberi si frapponevano tra il gruppo che avanzava e l’orizzonte, che andava a perdersi dove l’occhio non poteva arrivare. L’aria stessa sembrava in attesa, come se dovesse piovere da un secondo all’altro ma poi non pioveva mai –e di quella pioggia tutti, per qualche motivo, sembravano aver bisogno.
Bill Myer si muoveva in un punto qualunque di quella colonna, circondato da altre persone. Molti tenevano lo sguardo basso, senza parlare. Non si poteva vedere la fine di quella colonna, nè in un senso nè nell’altro. Per quanto affollata fosse, la gente stava a debita distanza l’uno dall’altra, senza sfiorarsi mai, mantenendo un passo costante che col tempo diventava quasi ipnotico.
Bill si sentiva confuso. Non sapeva da quanto si trovava in marcia. Vedeva le teste chine intorno a lui, tutte dirette verso una meta che ignorava, e gli sembrava di essere stato scaraventato lì all’improvviso, mentre era impegnato in qualcos’altro. Allo stesso tempo, per quanto dalle cause ignote, quella marcia gli sembrava l’unica attività possibile. Se gli avessero detto che aveva trascorso tutta la sua vita in marcia, Bill Myer avrebbe finito per crederci.
Accanto a lui camminava un uomo tra i cinquanta e i sessanta. Aveva uno sguardo pensieroso, come perso altrove mentre continuava a marciare senza fermarsi. Indossava quella che ad una prima occhiata sembrava un uniforme –non era così anche per gli altri?- ma guardando da vicino, risultavano essere comunissimi vestiti da tutti i giorni. Nel caso dell’Uomo Pensieroso, era un vestito comodo e un po’ datato, con cravatta a tinta unita. Anche l’Uomo, come Bill, aveva scarpe inadeguate per quelle strade fangose e dissestate, eppure nessuno rallentava mai il passo.
Bill pensò di chiedere qualcosa all’Uomo, ma si trattenne. Intorno c’era troppo silenzio. Si sentivano solo i passi di migliaia di uomini e donne che marciavano. Solo di rado qualcuno parlava, ed erano sussurri che si perdevano nell’aria rarefatta. E poi, chiedere cosa? La prima cosa che veniva in mente a Bill era chiedere chi avesse vinto la guerra (che guerra?). Non sapeva nemmeno lui il perchè, ma gli sembrava l’unica domanda plausibile, e anche la più stupida. Il fatto che quella colonna infinita si stesse allontanando da luoghi lontanissimi, dai quali si alzavano dense nuvole nere, faceva già indovinare la risposta. A Bill vennero in mente quei documentari dove si vedeva la popolazione che abbandonava le città dopo che queste erano state sconfitte e conquistate. Di solito in quei documentari (quando li aveva visti?) la gente portava con sè tutto quello che poteva. Qui, invece, le persone non avevano niente se non i vestiti che indossavano.
Bill guardò ancora le persone intorno a sè: per la maggior parte sembravano molto anziani (alcuni, a dire il vero, non apparivano in grado di continuare quella marcia ancora a lungo; eppure non rallentavano mai il passo). Guardando meglio, però, Bill distinse persone di tutte le età e razze. C’erano molti giovani, persino dei bambini. Quelli troppo piccoli venivano portati in braccio dagli adulti –non era chiaro se fossero loro parenti o meno.
Non sapendo cosa fare, Bill continuò a marciare in silenzio insieme agli altri. Spirali dense di fumo si alzavano lontane all’orizzonte. Ogni tanto sembrava di scorgere qualche aereo nel cielo, ma gli sfollati non alzavano neanche la testa. Bill pensò che avrebbe dovuto avere fame o sete, o anche solo essere stanco per tutto quel camminare. Non provava niente di tutto questo. Fu allora che si decise a parlare con l’Uomo Pensieroso.
“Salve” disse semplicemente.
L’Uomo si girò lentamente –senza mai perdere il passo- e fissò Bill, il quale notò che quegli occhi avevano assunta un tinta incolore come quella del cielo e della cravatta. Senza particolari intonazione, l’Uomo disse con lentezza: “Salve”.
“Mi chiamo Bill. Piacere” e allungò una mano.
“Albert” disse l’uomo, senza badare alla mano di Bill. Dopo quello che sembrò uno sforzo immane, l’uomo tornò a guardare fisso davanti a sè.
Bill restò un po’ confuso, non sapendo se continuare la conversazione oppure no.
“Lascialo perdere, ragazzo” disse una voce all’improvviso. Bill si girò di scatto e vide un uomo di poco più grande di lui –metà 40- vestito con una giacchetta semplice sopra una camicia. “Non ti risponderà”
“E come mai?” chiese Bill.
“Perchè sta pensando. Se si distrae, deve ricominciare tutto da capo. Comunque, io mi chiamo Henry”
“Piacere, io sono Bill”
“Ciao Bill. Non è che hai da fumare?”
Bill ci pensò un attimo –ma io fumo?– e si tastò la giacca per un pezzo prima di scuotere la testa.
“Non preoccuparti, ragazzo, è uno scherzo. Qui nessuno fuma” disse Henry.
“É vero, non ci avevo fatto caso. Sai il perchè?”
“La gente qui non fuma per lo stesso motivo per cui non ride, non si bacia, non si getta in una rissa e tutto il resto. Qui si pensa e basta”
“Pensare?” chiese Bill. “A cosa?”
“Non mi dire che sei nuovo” fece Henry, con un sorrisetto serio in volto.
“Non so nemmeno cosa voglia dire”
“Vuol dire che fai parte di questa colonna di sfollati da poco tempo. E questo può voler dire solo una cosa”
“Cosa?” chiese Bill. Henry però non rispose. Guardò per un attimo dritto davanti a sè, poi passò in rassegna le colonne di fumo sulla destra, come se la risposta stesse lì e Bill non la vedesse.
-(continua a leggere)-