mercoledì 13 luglio 2011

No comment, ma post

Stamattina ho letto l'ultimo post delle Zango Notes e ho cominciato a scrivere un commento. Be' il fatto è stato che scrivendo il commento mi sono ritrovato a chiamare in causa tante di quelle cose, molte delle quali personali, che alla fine il commento era forse troppo lungo per essere solo un commento.

E allora è diventato un post. Un post di risposta, se così vogliamo dire.
--------------------------------------------------

Due vestiti, e tanti altri nel mezzo che però non interessano la discussione.
Nell'ultimo paragrafo, mi ha fatto riflettere la sovrapposizione tra "quello che è un posto dove in sé mi ci trovo bene" e "quello che è un vestito che metti tutto l'anno".

Per conto mio sono d'accordo, ma devo anche ammettere che è - in parte - questo mio trovarmici bene, che mi spinge a mettere quel vestito tutto l'anno o comunque il più delle volte.
Come se la felicità fosse un vestito in giacca e cravatta, roba scomoda che non ho intenzione di mettere addosso per partito preso. La ritengo falsa, fasulla, o meglio più superficiale del dolore. Ma forse confondo la felicità col divertimento. Perché pensare di poter essere felice più di quelle tre-quattro volte l'anno mi fa paura, perché quando hai addosso il dolore puoi sempre dire che ci stai bene - versione eorica - e che tanto peggio di così non può andare - versione in fondo scaramantica e inutile: può sempre andare peggio. Se però ti azzardi a dire che sei felice, BLAM!  Ecco che ti casca addosso qualcosa che ti rovina tutto.
Da piccolo volevo dirlo anch'io, di essere felice, ma puntualmente bastava pensarci e accadeva qualcosa che mi costringeva a disilludermi. Così ho pensato - poi me ne sono anche convinto del tutto - che questa della felicità fosse una gran fregatura, che non ne valesse la pena.
Ma negli anni - soprattutto l'ultimo - mi sto in parte ricredendo. Ora, benché il dolore resti uno dei miei compagni di viaggio preferiti (è quande come un spillo, ultra tascabile, e anche se piccolo può sempre fare male tantissimo), sto capendo che la felicità va cercata. Che bisogna trovare il coraggio di rimettere fuori il muso e chiedere di lei, tornando all'ultima volta che si credeva di averla vista, o vagando a cazzo nel mondo, ma sempre con l'intento di braccarla. Questa felicità che non può essere assoluta e sempiterna, ma altrettanto - mi pare ovvio - non può essere (e non dovrebbe esserlo) il dolore.

Tutti abbiamo un armadio dove teniamo almeno un altro vestito oltre al dolore. Non è che debba per forza essere questa gran felicità, ma forse è il caso di provarlo, di fargli prendere aria e dargli un colore. Magari la notte, quando si vede meno, quando gli altri dormono e non stanno a guardare. In fondo la felicità, come il dolore, sono cazzi nostri e basta.

1 commenti:

Laila Bloom ha detto...

Secondo me è un po' come dici verso la fine, "Questa felicità non può essere assoluta e semieterna".

E' come se avessimo un'idea sbagliata di felicità, perché la immaginiamo qualcosa che si eleva al di sopra di tutto e una volta entrata nella nostra vita, resta lì.. mentre se ci pensi è impossibile! Più che altro perché è irreale pensare che possa durare.. e questo semplicemente perché il tempo non si ferma, scorre ed è inevitabile che qualcosa succeda! D'altra parte, non solo la felicità non è eterna e per fortuna possiamo inserirci altri stati d'animo poco piacevoli!