domenica 4 dicembre 2016

I culi delle mamme bionde


I culi delle mamme bionde
di fronte all’oceano
sono tutto quello
che ci siamo dimenticati
indietro
-chiare, rotonde
tra la sabbia e l’abbandono
di un giorno qualunque

Come
le scopate all’improvviso
le risate per niente
le chiacchiere tutta la notte
quel certo odore di casa
quel certo amore nella
tempesta

Tutto perso
mentre le mamme bionde
continuano a
prendere il sole
da sole
e il cielo
è solo blu
che scompare.


Marco Zangari © 2012

giovedì 1 dicembre 2016

Pieno giorno - J. R. Moehringer


Il suo corpo sta facendo tutto quello che avrebbe fatto, secondo il dottore, una volta arrivato all’ultimo stadio. In principio avrà difficoltà a camminare, Willie. Poi basta.
Basta con cosa, dottore?
Con tutto, Willie. Sarà la fine. E basta.

Quindi morirà oggi. Entro poche ore, forse prima di mezzogiorno, di sicuro prima che scenda l’oscurità. Lo sa, lo sente come sentiva le cose ai vecchi tempi, quando sapeva subito se uno era a posto o era un verme.


Parlavo di rivoluzionari nel mio ultimo post, e questo libro ne pone un altro alla ribalta. Willie Sutton non aveva combattuto contro un esercito, una fazione politica, un nemico in trincea. Sutton aveva portato avanti la rivoluzione più lunga, più desiderata, più popolare e più trasversale di tutte, tale da farne un eroe, come i vecchi fuorilegge tra il Far West e l’America moderna (che, si sa, di eroi non ha granchè bisogno).
Willie Sutton aveva dichiarato guerra alle banche. Una guerra durata una vita, portata avanti senza violenza, in maniera spregiudicata ma metodica, quasi un “lavoro” che aveva messo in ginocchio decine di filiali, costretto gli istituti a cambiare i sistemi d’allarme, e la gente ad adorarlo. Eroe? Ci mancò poco che Sutton, come Dillinger, non diventasse un santo per il popolo americano. Poi qualcosa accadde ad un ragazzo che lo aveva fatto finire in carcere, e qualcosa si incrinò nell’amore tra Sutton e la sua gente.
Ce n’era abbastanza perché Moehringer gli dedicasse questo nuovo libro, “Pieno giorno” (Piemme), in bilico tra la biografia e il romanzo d’avventura –anche perché con Sutton non è sempre semplice distinguere tra i due.
Nel libro troviamo Sutton appena uscito di prigione, graziato per motivi di età e salute alla vigilia di Natale del 1969. La sua “storia” è stata acquistata da un giornale, e per questo Sutton dovrà passare il suo primo giorno di libertà in anni con un Giornalista e un Fotografo (uso le maiuscole perché saranno i nomi che Sutton gli appiopperà durante la storia). Sutton acconsente di controvoglia, mentre è consapevole che quello potrebbe essere il suo ultimo giorno sulla Terra. La gamba gli fa sempre più male, e spera gli resti abbastanza energia per chiudere i conti con il passato.
“Pieno giorno” si svolge dunque nell’arco di un’intera giornata, durante la quale Sutton si fa scorrazzare da Giornalista e Fotografo per i luoghi di New York che per Sutton hanno significato qualcosa in passato. Durante le varie tappe, rivediamo tutto il suo passato, dalla famiglia disgregata nella zona irlandese di Brooklyn al primo amore che lo convinse (ma andò davvero così?) a compiere il primo furto. Il destino di Sutton sembra di quelli già segnati: niente soldi, nessuna istruzioni, e soprattutto le varie Depressioni che hanno afflitto New York e l’America all’inizio del Novecento, lasciando migliaia di persone senza lavoro e senza fonti di sostentamento. Moehringer ci mostra un Sutton etico, preoccupato sempre di fare qualcosa di sbagliato, che sembra cominciare a rapinare banche quasi per caso –e quando comincia, lo fa maledettamente bene. I suoi metodi sono così semplici da sembrare inventati, eppure riesce lo stesso a mettere in imbarazzo i poliziotti della città, oltre ad accumulare una piccola fortuna. Quello che succede, da lì in poi, è una serie ininterrotta di cadute ed impennate, momenti epici e tradimenti, reclusioni ed evasioni, tale da far capire perché Sutton fosse così conosciuto e così amato dalla gente. A nessuno, mai, in nessun luogo –e in particolar modo adesso, il che rende questo libro anche paradossalmente moderno- piacciono le banche. Qualcuno che riesce finalmente a fregarle, dopo che loro hanno rapinato “legalmente” la gente con le pezze al culo, non può che ispirare simpatia. Moehringer è cosciente che il rischio di trasformare Sutton in un santino è concreto. Per questo, a circa metà del libro, c’è il passaggio per me più riuscito, quello dell’incontro in carcere tra Sutton e lo psichiatra della prigione. I due chiacchierano, e Sutton chiede se sia giusto che uno come lui, che non ha mai ammazzato, che ha compiuto crimini inferiori rispetto a politici e finanzieri che invece sfruttano la gente e vivono di disgrazie, sia in cercare con una condanna così lunga. La risposta dello psichiatra è spiazzante, e oltre a dare un accenno psicologico di Sutton, fornisce anche una lettura diversa di tutta la storia: quella che stiamo sentendo è vera, o forse Sutton la sta modellando per mentire a se stesso e agli altri? Fino a che punto siamo disposti ad assumerci la responsabilità e le conseguenze di quello che facciamo?
“Pieno giorno” è un romanzo che si fa leggere, molto scorrevole, piacevole e pulito come altri libri di Moehringer. Ogni tanto inciampa in qualche clichè e si ha la sensazione di “già visto, già sentito”; i personaggi che circondano Sutton non sono molto approfonditi. Willie Sutton, però, è nato per essere il protagonista di un romanzo, e Moehringer è bravo a farcelo vedere sotto tutti i punti di vista –oltre che a inserirlo in un preciso contesto storico e geografico che aiuta a capire meglio le sue azioni. Non è un libro coinvolgente come “Il bar delle grandi speranze”, che avevo molto apprezzato, ma è una lettura decisamente piacevole e fa scoprire un personaggio che a noi europei forse non dice molto, ma ha vissuto davvero una vita avventurosa e piena.
Consigliato.



Di questo autore ho recensito anche:
-"Il bar delle grandi speranze" (Piemme)

domenica 27 novembre 2016

Contro ogni probabilità


Quando avevo 16 anni, i miei genitori mi fecero per Natale due regali particolarmente azzeccati. Il primo era una giacca di velluto nera molto scicchettosa (negli anni ’90 bastava poco per essere scicchettosi).
Il secondo fu un libro.
Senza perdere la tenerezza”di Paco Ignacio Taibo II era una biografia iperdocumentata ed esaustiva (fin troppo) di Ernesto Guevara, detto il Che. Ogni tanto penso che questo fosse il regalo più sbagliato che potevano farmi, considerata la mia confusione totale di allora (su qualunque argomento, in qualunque direzione), e i rischi legati ad una lettura del genere erano tanti.
Poi invece capisco che era il regalo migliore che potessero farmi. Perchè dimostrava che, al di là dei (tanti) scontri che avevamo in quel periodo, vedevano la mia curiosità, la mia fame di pagine, la voglia di capire. In tempi pre-Google, raccoglievo e custodivo gelosamente gli inserti del “Corriere” sulla storia del Novecento –considerando che il nostro libro di testo finiva a malapena nel secondo Dopoguerra. La storia mi piaceva tantissimo, per qualche motivo. Forse, dal momento che non avevo alcuna idea di cosa mi aspettasse, del che cosa fosse il futuro, cercavo quantomeno di mettere ordine nel passato.
Ancora adesso rimpiango i tempi in cui il passato era solo quello dei libri, e non il mio personale.

Sapevo qualcosa del Che, la sua figura mi affascinava, ma a parte i documentari in seconda serata di Raitre, ne sapevo davvero poco. Cercavo di evitare gli slogan facili come molti miei coetanei, volevo solo capire –sempre se c’era da capire.
I miei devono aver captato questo bisogno, e grazie a loro mi immersi in quelle pagine. Il libro mi prese parecchio tempo. Le mie conoscenze politiche non erano sufficienti, ancora, per la prosa iperdettagliata di Taibo II (una sequela di partiti movimenti decreti alleanze ministeri accordi sotterfugi). Ammetto di aver fatto fatica in quelle parti. Per il resto, il libro fu davvero una rivelazione.
Anche coi miei 16 anni, capivo che il Che aveva tutto per diventare un’icona romantica e nostalgica. Dottore che da ragazzo gira il Sudamerica con mezzi di fortuna, poi una volta laureato molla tutto per andare a combattere le lotte di altri in Paesi di altri –senza mirare al potere, peraltro. A questo aggiungiamo il carisma, l’avvenenza fisica, un cervello che fumava (uno che leggeva i classici della letteratura nella Sierra Madre, tra uno scontro e l’altro), una favella lucida e brillante, un’ ostinazione che superava qualsiasi cosa (compresa l’asma), la fine tragica... insomma, gli ingredienti c’erano tutti. Forse la sua figura ha dettato inconsapevolmente la linea per il profilo dell’eroe moderno –una versione aggiornata di ciò che l’uomo ha sempre cercato, di cui ha sempre avuto bisogno, pur dicendoselo sempre di meno.
Una figura luminosa, rara, che per contrasto copriva anche tutti quegli angoli oscuri della Storia che inevitabilmente esistono. A 16 anni capii una cosa: c’è chi i 16 anni ce li ha una volta sola, e chi se li porta dietro da sempre. A quell’età è facile dire bene e male, bianco e nero, eroe o demone, e in fondo ci sta pure.
Dopo, no.
L’ironia è che fare la fine del santino non sarebbe piaciuto nemmeno al Che –che, come detto, era persona intelligente, e come tale sapeva prendersi anche poco sul serio. In fondo le definizioni servono a noi, che vogliamo ridurre tutto ad un’etichetta frettolosa per passare avanti. Eroi, folli, sognatori, dittatori... Erano uomini, nel bene e nel male.
Spesso nel male, che non riesce ad essere giustificato dal bene.
C’era una lezione preziosa per tutti noi, in ogni caso, in quei barbudos che entravano all’Avana prendendo a calci nel sedere gli yankee: la Storia non è mai una, e nemmeno le persone lo sono. Ho visto i social, ieri, affondare in questo concetto monoblocco. Ho visto tutti tornare ai propri 16 anni.
Il che è figo, se uno pensa alla giacca di velluto. Meno utile sotto altri aspetti, probabilmente.

Il Che è stato così sommerso di aggettivi, encomi, calunnie e definizioni, che sembrava non essere rimasto quasi niente per Fidel. A Cuba lo sapevano meglio di qualunque altro; per tutti gli altri, Fidel era quello che il potere, a differenza del Che, se l’era preso, e l’aveva usato come sappiamo. Era quello che aveva sognato una rivoluzione, e poi l’aveva tradita. Quello che mirava al paradiso, finendo per confonderlo con un altro tipo di inferno.
Per molti, era quello che era arrivato a rinnegare persino il Che –colpevole di essere personaggio troppo popolare, troppo amato dalla gente, identificato come la vera mente della rivoluzione appena conclusa.
Non essendo Saviano, non so cosa c’è di vero o falso in tutto questo –e nemmeno m’importa. Non ho difficoltà a definire dittatore Fidel, perchè ho evitato sempre di costruire santini, di credere che il mondo fosse quello dei miei 16 anni –per quanto affascinante e persino consolatorio. E un dittatore è un dittatore, non ci sono cazzi. Probabilmente la mia vita ha poco o nulla di rivoluzionario al momento, ma amo troppo la libertà –in forme più o meno astratte- per poter giustificare qualcuno che vuole sottrarla, impedirla. Svuotarla.
Quindi sì, alla notizia di Fidel ho avvertito la portata storica, il Nocevento, il comunismo e tutto il resto –ma non mi sono mai dimenticato di chi stavamo parlando.
In fondo fare la Storia vuol dire anche questo: gente che ti ama, altri che in un tweet riescono a buttare merda, e un giudizio che si dividerà in mille fino a perdere di ogni senso.

Quando avevo 16 anni, decisi di averli fino in fondo. Quando lessi quel libro sul Che, feci conto di non sapere come andasse a finire (e in fondo, ne sapevo così poco che era praticamente vero).
Così, quando arrivai allo sbarco della Granma, che portava gli esuli cubani sull’isola pronti a iniziare la rivoluzione, lo lessi come un racconto d’avventura, e pure bello tosto. Sapete già la storia: Fidel aveva organizzato una barca che poteva contenere 22 persone e in realtà ne portava 82. La barca era andata alla deriva, c’erano state tempeste, ma alla fine era arrivata a Cuba. Appena approdata, era stata immediatamente attaccata dall’esercito di Batista. Degli 82 passeggeri, si erano salvati solo in 12. Contro ogni probabilità, Fidel e il Che si trovavano tra quei 12, anche se feriti. Una dozzina di uomini, perlopiù feriti, con poche armi e nessun mezzo di sostentamento, e un esercito alle calcagna.
La Rivoluzione era cominciata così, con ogni sorta di imprevisto e incidente, con tutto contro e solo una flebilissima speranza a favore.
Probabilmente ogni tipo di rivoluzione comincia sempre in condizioni simili.
A 16 anni, inutile dirlo, andavo matto per queste storie. Quelle che non ci scommetteresti un soldo, imprese sostenute solo dai sogni e dagli ideali. Forse, ancora una volta, mi ci stavo identificando.
Fidel non mi stava particolarmente simpatico, ma capivo che solo un pazzo o un genio potevano concepire un’avventura così disperata e difficile, sperando di uscirne vincitore.
Quando, tre anni dopo quello sbarco, i barbudos entravano all’Avana a scacciare gli americani (per i quali nessuno aveva grande simpatia a 16 anni, e molti nemmeno dopo), era il trionfo contro ogni probabilità. Un’isoletta piazzata sotto il Grande Impero del Novecento diventava un’utopia. Qualcosa di imprevedibile, e altamente improbabile –se pensiamo alla longevità del governo di Castro, nonostante embarghi, attentati e falliti colpi di Stato. Se pensiamo agli americani, quelli sempre cazzuti potenti e arroganti dei film (e purtroppo non solo di quelli), la presenza di questa isoletta era uno schiaffo in faccia –e uno di quegli schiaffi che faceva godere buona parte del resto del mondo.
La Storia è stata anche questa.
Purtroppo, non è stata solo questa.
Nei miei 16 anni sognavo, e forse avrei dovuto chiudere quel libro lì, con l’ingresso all’Avana, il mondo che si stupiva per la prima volta dalla Rivoluzione d’Ottobre, il Che ancora vivo, e Fidel solo una testa dura che aveva portato avanti un piano a cui solo lui aveva creduto, e che adesso diventava reale.
Sarebbe stato bello.
Invece continuai a leggere, i miei 16 anni finirono e la giacca di velluto andò fuori moda.
Ma la conservo ancora.
Contro ogni probabilità.

Marco Zangari © 2016

martedì 22 novembre 2016

"Al culmine della disperazione" - E.M. Cioran


Guardatevi dagli esseri incapaci di vizi, poiche' non possono che annoiare con la loro insipida presenza. Di che cosa, infatti, potrebbero parlare se non di morale? E chi non ha superato la morale non ha saputo approfondire alcuna esperienza ne' trasfigurare i suoi crolli. Una grande esistenza inizia la' dove la morale finisce, perche' soltanto a partire da quel punto essa puo' rischiare tutto, tentare tutto.

Ho sempre avuto un debole per la filosofia, pur non capendoci niente. Mi hanno sempre avvicinato quei passi oscuri, complessi, che vanno avanti a lungo scavando pensieri come autopsie dettagliate, inventando un linguaggio nuovo, analizzando ciò che mai avrei pensato si potesse o dovesse analizzare. Mi piaceva quel loro modo di vedere affine ai pazzi, che vedono il mondo in una stanza –e provando in qualche modo a spiegarlo a tutti coloro che si trovano fuori da quella stanza.
Ancora di più, ho avuto un debole per uomini e donne che in quella stanzetta sembrano esserci nati, e credono di doverci morire. Gente rinchiusa in una caverna come quella descritta da Nietzsche, illuminata da una lampada da tavolo magari, e dal loro incessante pensare e ragionare su quello che c’è o ci potrebbe essere fuori –come dei santi che si fanno carico di tutto quello su cui non riflette (o non vuole riflettere) il resto dell’umanità. Più erano perduti e più mi piacevano, questi personaggi simili all’uomo del sottosuolo di Dostoevskij.
E Cioran, a 22 anni, era indubbiamente un uomo del sottosuolo. Bloccato in una cittadina della Transilvania, imbevuto di letture e vessato da un’insonnia che non gli da’ tregua, Cioran non dimostra per niente la sua giovane età. Sembra anzi essersi spinto avanti, troppo avanti, quasi che avesse vissuto già tutta una vita in quella stanza e fosse pronto per l’inevitabile conclusione. Vaga per la città, va a prostitute e medita il suicidio. Insomma, il giovane Cioran fa la rockstar nel suo paesino rumeno, chiuso in se stesso e senza l’amore di una donna (chissà quanti sistemi filosofici sono stati generati dalla mancanza di una donna).
L’unica cosa che lo tiene su è la scrittura. Notte dopo notte, Cioran annota i suoi pensieri, le sue riflessioni. Scrivere gli permette di capire, di spiegare anche a chi si trova fuori da quella stanza, e soprattutto lo aiuta a non farsi saltare la testa.
Il risultato di quelle notti insonni è questo “Al culmine della disperazione” (Adelphi), che già dal titolo non sembra propriamente una lettura da fare sotto l’ombrellone.
E grazie al cielo per questo, tra l’altro.
Pagina dopo pagina, Cioran riflette sul mondo che lo circonda, sul rapporto tra la vita e la morte, tra gli uomini che sentono di più e quelli che sono felici perché riescono a dimenticare (o sono troppo stupidi per pensare). Torna spesso sul concetto di malattia, descritta come un’opportunità che può sovvertire completamente il normale sentire, aprendo ad intuizioni e riflessioni che l’uomo sempre sano incontra raramente. Si sente tutto il dolore dell’uomo del sottosuolo, la ferita che solo lui riesce a vedere, che rende tutto disperatemente chiaro e insopportabile. Come da titolo, il pensiero di Cioran non è esattamente ottimistico. Nonostante creda nelle grandi passioni, nel lirismo che solleva l’uomo, nel dolore che illumina e fa crescere, sa bene che la vita finisce con la morte, e già questo stesso concetto la svuota in partenza di ogni slancio (chiaramente sto semplificando al limite della denuncia da parte degli eredi di Cioran). Quello che ci ho visto io è quel senso di tutto o niente tipico dell’età in cui Cioran l’ha scritto, quando l’inesperienza e la mancanza di compromessi possono innalzare o far sprofondare con la stessa facilità –ed è una testimonianza preziosa anche per questo (lo stesso Cioran dirà in seguito che “Al culmine” conteneva già tutti i temi che avrebbe poi sviluppato nei decenni successivi). Sembra quasi che, al fianco al pessimismo annichilente, la mano che ha scritto questi appunti volesse credere, al di là di ogni logica e di ogni ragionamento, che possa esserci qualcos'altro.
E pur essendo decisamente lontani da un happy ending, verso la fine Cioran scrive:
La sola cosa che possa salvare l’uomo è l’amore. E se molti hanno finito per trasformare in banalità questa asserzione, è perché non hanno mai veramente amato. Aver voglia di piangere quando si pensa agli uomini, di amare tutto in un sentimento di suprema responsabilità, sentirsi invasi dalla melanconia al pensiero delle lacrime che ancora non si sono versate per gli uomini, ecco cosa significa salvarsi attraverso l’amore, la sola fonte di speranza.
“Al culmine della disperazione” fornisce interessanti spunti, in una prosa elaborata e interessante, lontana dal tradizionale (e noiosissimo) linguaggio filosofico. Da scoprire.

domenica 20 novembre 2016

Elefante


Non so se ci avete fatto caso, ma ogni volta che siamo a terra e qualcuno ci chiede come va –qualcuno a cui frega davvero, s’intende- rispondiamo sempre: così. C’è un implicito dietro quella singola parola, unita all’incertezza tra il voler dire e il lasciar perdere e parlare d’altro. E’ strano come riusciamo a definire tutto, ad avere una parola pronta per ogni situazione e stato d’animo, perfino un emoji che possa esprimere al volo o chiarificare il tono, ma quando si tratta di descrivere come ci sentiamo quando ci sentiamo di merda, l’unica soluzione a cui riusciamo a pensare è quella parolina vaga e terribile.
Così.
Non credo sia un caso. In tempi fintamente ottimistici, dove i social sono una passerella dove mostrare il nostro miglior profilo e perfino il dolore sembra solo una strategia di marketing per attirare attenzioni e like, è normale avere difficoltà quando si tratta di parlare del lato oscuro, di quella fetta di sentimenti grigi e spaventosi che assomigliano alla malattia, e come la malattia vengono evitati.
Per questo, quando ce lo chiede un estraneo, diciamo: tutto bene, grazie, anche se di bene non c’è proprio un cazzo.
Per questo, quando ce lo chiede un amico, ci troviamo spiazzati, con troppo da dire e nessuna parola per farlo, e preferiamo solo ammiccare, far intuire: così.
C’è un problema di comunicazione. Abbiamo velocizzato tutto, semplificato tutto, e il pericolo di banalizzare eventi gravi e lieti è reale. Abbiamo lasciato che immagini e frasi fatte parlassero per noi, senza renderci conto che, andando bene per tutti, alla fine non andavano bene per nessuno. Perchè distruggevano l’esperienza personale, intima, in nome di un qualunquismo in cui tutti potessero indentificarsi, creando un senso di finta appartenenza alla Tribù dei Cuori Infranti. Abbiamo aderito ad opinioni brillanti sul fatto del giorno, e ci siamo dimenticati di formarcene una nostra. Abbiamo mostrato ciò che andava mostrato, e non ciò che ci andava di mostrare. Abbiamo mischiato figli e lutti, partite di calcio e guerre, gattini e rivolte, senza un ordine, un codice, una minima priorità. Abbiamo chinato la testa, dimenticandoci di parlare.
Per questo, quando viene il nostro turno, sappiamo dire solo: così.

Ma chiaramente, non si tratta solo di un problema di social o comunicazione. Quando si tratta di parlare del proprio disagio, si tocca una zona pericolosa. E’ facile mostrare le nostre vittorie –un po’ meno le nostre ferite. Non credo sia solo questione di machismo, orgoglio o insicurezza.
Probabilmente, è fottutamente complicato dire che ci si sente persi.
Paradossale, perchè tutti, prima o poi, per poco o troppo a lungo, si sentono così. Come se non trovassero la loro parte scritta in questa grande recita, il ruolo che rivestono in questa tragicommedia. Tutti, prima o poi, si ritrovano con un bicchiere in mano, una notte troppo lunga davanti, e l’assoluta incertezza sul cosa fare della propria vita.
E’ una sensazione così comunque che sarei tentato di sovvertire l’ordine: sono pochissime le persone che sanno sempre, costantemente, cosa fare della loro vita. Tutti gli altri si pongono in uno spettro tra gli idioti (che queste domande non se le pongono mai, dormono bene la notte, sono terrorizzati solo dal lunedì mattina, e ogni venerdì sono felici senza sapere perchè) e le anime perse, quegli essere così sensibili e tormentati che hanno dubitato fin dal primo momento, e che non hanno smesso mai fino alla fine. Tutti gli altri si sono trovati, in vari momenti, tra questi due estremi –ora irragionevolmente felici, ora depressi da far schifo. E’ la vita, baby. Tutto questo saprebbe di scontato, se non fosse che, quando si tratta del nostro culo a stare male, di scontato non c’è proprio nulla.

Come ci si sente, quando ci sente “così”?
Come se le certezze quotidiane diventassero futili. Come se le nostre nozioni –su noi, sul mondo che ci circonda- assolutamente inutili. Come se ci rendessimo conto che stiamo combattendo una guerra esterna di cui non ci frega nulla ma che dobbiamo combattere lo stesso, anche a scapito della nostra, intima, che non ci molla mai. Come se nessuno ci capisse, ma noi dovessimo sempre capire gli altri. Come se tutto fosse troppo, e noi volessimo solo una tregua, un breve attimo di pace da questo turbinìo ora apatico ora frenetico.
Come se alzare bandiera bianca e mandare tutto e tutti affanculo fosse l’ipotesi più affascinante.
Ma poi, in qualche modo, decidiamo di tenere botta (o di “guantare”, come dice G.). Lasciamo da parte la bandiera bianca, buona ormai solo per pulirci il culo. Non sappiamo nemmeno perchè lo facciamo –per masochismo, per inerzia, per abitudine, per i valori in cui crediamo, per l’amore che dobbiamo a chi ci sta intorno, per l’amore che ci da chi ci sta intorno. Non molliamo in barba a calcoli e ragionamenti logici, a facili fughe, a facili morti. Restiamo lì, un po’ eroi e un po’ coglioni, a prenderci tutto quello che le nuvole hanno deciso di rovesciarci addosso.
Ed è bello quando, passata la guerra, possiamo guardarci indietro e dire che l’abbiamo passata, che non abbiamo mai mollato.
E’ bello, ma in certi momenti è dannatamente dura.

L’altro giorno pensavo ad un racconto di Raymond Carver, “Elefante”. E’ la storia di un uomo che prova a vivere in pace la vita non esaltante che gli è capitata. Ci prova ma non ci riesce, perchè arrivano lettere. Gli scrive la figlia, che sceglie un uomo sbagliato dietro l’altro e ha bisogno di un aiuto per mantenere i due figli. Gli scrive il fratello, che si imbarca in diversi progetti finanziari, tutti fallimentari, e ha bisogno di una mano prima che i creditori lo assalgano. Gli scrive la madre, che vive da sola e ogni tanto dà i soldi della propria pensione all’altro figlio (che li investe male), e per caso non avresti qualcosa da mandarmi? Mi sento tanto sola qui. Mi servirebbe una sveglia perchè la mia si è rotta, poi non ti disturberò più.
L’uomo continua a scrivere lettere e a mandare soldi. Quando li finisce, comincia a fare gli straordinari al lavoro. Non spende più niente per sè, manda tutto ai suoi famigliari –così bisognosi, così dipendenti da lui. Ogni volta che pensa di aver finito, di aver pagato tutti i conti, ecco che arriva una nuova lettera, un nuovo imprevisto, altri soldi da rinchiudere in una busta. A volte vorrebbe arrabbiarsi con tutti loro ma non può, perchè subito pensa a quello che stanno affrontando. Ognuno sta passando una guerra. Solo che lui sta pagando i conti per tutti loro. Letteralmente.
L’uomo lavora e lavora per poter pagare i debiti. Non gli resta nemmeno più tempo per dormire a sufficienza. Non gli resta il tempo per la sua, di guerra.
Poi una notte dorme e sogna. Nel sogno, è di nuovo bambino ed è sulle spalle di suo padre. Per quanto sia in una posizione pericolosa, sa che è al sicuro. Qualcun altro si sta occupando di lui, gli sta dicendo di stare tranquillo. Non ha niente da temere. Ci sono qua io. Non pensare più a niente.
In quel sogno, l’uomo è felice.
Così.


Marco Zangari © 2016

martedì 15 novembre 2016

"Sono il guardiano del faro" - Éric Faye


Telefono muto, buca delle lettere vuota, quanto al fax, da tempo non batteva ciglio. Il mondo dispiegava un cordone sanitario attorno a quelli che avevano avuto la forza di volere.

Nel mio consueto, annuale pomeriggio di follia (soprattutto finanziaria) alla Feltrinelli di via del Corso a Roma, investo sempre qualche sudato euro in nuove uscite e nuovi autori, ai quali arrivo per sentito dire, perché hanno copertine o titoli intriganti (sì, a volte sono anch’io un prodotto del becero marketing), o per ispirazione divina (se il libro è bello) o puro cazzeggio (se non lo è).
Nel caso di “Sono il guardiano del faro” di Eric Faye, ho deciso di investire nella casa editrice, la Racconti Edizioni, nata proprio quest’anno con l’intento di pubblicare… beh, di sicuro non saggistica! Ho apprezzato il tentativo di puntare su un mercato, quello appunto dei racconti, che sembra, per qualche ragione oscura, perennemente in crisi in Italia, nonostante vada più o meno a gonfie vele altrove –in America, ad esempio, dove la tradizione del racconto è solida e può vantare delle vere punte di diamante, dal buon vecchio Hemingway fino a sua maestà Raymond Carver.
Dal momento, quindi, che ho sempre apprezzato i racconti, che ne ho recensito delle raccolte anche qui, che amo moltissimo scriverne (e tra poco ci sarà una sorpresina a tal riguardo…), ho deciso dunque di avventurarmi in questo “Sono il guardiano del faro”.
Il libro, una raccolta di racconti cronologicamente sparpagliati nell’ultimo ventennio o giù di lì, parte molto bene. Lo stile di Faye è da subito pulito, scorrevole ma non semplicistico. Al contrario, le storie sono intricate, soprattutto inquietanti. Compaiono panorami vacui, indefiniti, tanto misteriosi quanto angoscianti. È inevitabile il pensiero a Buzzati, autore che (come già saprete) amo particolarmente, e che peraltro viene citato dallo stesso Faye in uno dei racconti, come una sorta di omaggio. Racconti come “Mentre viaggia il treno” e “Frontiere” non possono non far pensare a Buzzati, e li ho apprezzati proprio per questo motivo. Sebbene mi abbiano dato un senso di al confine tra deja-vù e citazione, mi sono piaciute quelle frasi secche, quello stile asciutto e un senso incombente di minaccia e solitudine dietro ogni paragrafo.
Mi è piaciuto meno il lungo racconto che dà il titolo al libro. “Sono il guardiano del faro”, che chiude la raccolta, sembra un po’ la summa degli altri racconti, e sicuramente la storia in cui Faye ha potuto sperimentare di più a livello stilistico –riprendendo però temi che già aveva toccato. Purtroppo, dopo un po’ ho risentito della fatica. Non ho mai avuto particolare interesse per i racconti troppo lunghi, perché ho sempre visto la forma-racconto come congeniale ad una brevità (e incisività) che il romanzo non può permettersi. Una storia lunga va bene solo se sostenuta da una trama adeguata e da personaggi interessanti. Qui ci si trova davanti ad un soliloquio che, per quanto interessante e carico di simbologie e significati e tutto il resto, alla lunga fa smarrire. Il che, probabilmente, era uno degli scopi dell’autore, ma in questa maniera si rischia anche di perdere il messaggio stesso della storia.
In definitiva, una raccolta elegante, curata e ben scritta, ma senza slanci particolari. Adatta ai fan puri e duri del racconto (e del racconto lungo).

lunedì 7 novembre 2016

"Lettere alle amiche" - Louis-Ferdinand Céline


Lei m’informa che raccontano delle cose su di me. Credevo m’avessero dimenticato. Io non vedo nessuno. Non leggo nulla. Non so. E non parlo. La mia vita è finita Lucie, il mio non è un esordio, è un epilogo nella letteratura, una cosa ben diversa –o piuttosto le mie vite, poiché insomma ne ho avute almeno tre o quattro ch’io sappia.

Céline era uno scrittore tosto, che di sicuro ha vissuto anche più delle “tre o quattro vite” che si attribuisce in queste lettere. C’è il Céline soldato, il Céline medico, il Céline romanziere. E poi quello che è stato più volte ricordato nel tempo, il Céline antisemita e controverso degli ultimi anni, che ha gettato un’ombra su una produzione letteraria con i controcoglioni, che come poche altre ha saputo illustrare tutti gli inghippi del Nocevento.
Tutti questi Céline si ritrovano nelle lettere che lo scrittore inviò a diverse amiche negli anni immediatamente successivi all’uscita di “Viaggio al termine della notte”, il suo capolavoro indiscusso. Céline, a quel tempo legato all’americana Elisabeth Craig (alla quale dedicò il “Voyage” e che quasi sposò, prima che lei decidesse di tornare negli States in pianta stabile), intrattenne una fitta corrispondenza con diverse altre donne –qualcuna come amica e confidente, altre come qualcosa in più. Al di là del puro pettegolezzo (che sarebbe irrispettoso in qualunque caso, specialmente nel caso di una personalità introversa e riservata come la sua), queste “Lettere alle amiche” (Adelphi) sono una lettura interessante per capire uno dei più grandi scrittori del secolo scorso, di cui tanto si è scritto –a torto o a ragione- e finalmente si dà la parola al diretto interessato. Le “Lettere”, infatti, coprendo gli anni che coprono l’avvento del nazismo e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, servono a cercare di capire quello che tantissimi studiosi di Céline si sono chiesti negli anni: perché mai lo scrittore decise di prendere una posizione politica così netta e controversa, che finì solo per danneggiarlo sotto ogni punto di vista?
La domanda, in realtà, non riceve una risposta precisa nemmeno in queste lettere, e anzi diventa ancora più spiazzante. In quasi nessuna di queste lettere, infatti, trapela questa virata antisemita dello scrittore. Perché mai una scelta così importante come questa, tale da scriverci sopra i libri che gli hanno poi causato l’esilio e l’arresto, non viene mai menzionata in queste lettere in cui, pure, Céline si metteva a nudo? Il tono è spesso scherzoso, altre serio e contrito, ma quasi mai si parla di politica –pure in un momento in cui la politica stava per diventare il suo enorme passo falso.
Céline si limita a lamentarsi delle conseguenze di quei libri, del bando, della povertà, dell’esilio, della censura, degli anni di carcere vissuti tra gli stenti.
La domanda, quindi, resta irrisolta e anzi assume toni ancora più tragici e incomprensibili quando si legge la corrispondenza con N., donna ebrea con cui lo scrittore aveva intrecciato una relazione durata anni –proprio quegli anni in cui Céline versava il suo inchiostro contro gli ebrei. L’ultima lettera a N., in risposta a quella in cui lei lo informava che il marito era appena morto in un campo di concentramento, lascia davvero sbigottiti, e da forse la misura di quanto Céline fosse confuso al limite della disumanità.
Le “Lettere” restano comunque una lettura interessante, che fanno approfondire la psicologia di un autore profondamente rivoluzionario e affascinante, senza però rispondere alle tante domande che restano sospese. Non ci sono giustificazioni, nemmeno postume, che tengano. Consiglio questa lettura a chi conosce (e apprezza) già Céline –e per tutti gli altri, correte ora, adesso, in questo secondo, a comprare una copia di “Viaggio al termine della notte”, e lasciatevi sedurre dalle parole –che quelle, a differenza degli uomini, non deludono mai.


Di Louis-Ferdinand Céline ho recensito:
-Viaggio al termine della notte (Corbaccio)







sabato 5 novembre 2016

Mi fai incazzare, Sydney, e mi sei mancata


Dopo 3 mesi passati fuori, non appena arrivo all’aeroporto, supero gli agenti terrificanti e gentili, trascino il mio bagaglio fino all’auto nell’alba accartocciata e mi infilo nel traffico insonnolito, penso subito: Sydney, mi sei mancata.

Mi è mancato il tuo traffico perfettamente incolonnato, giudiziosamente in attesa, quell’aria di santità che piomba su tutti noi in coda mentre radio show rumorosi esalano gag e rumori e canzoni che non dureranno fino alla meta, sentendoci santi al punto tale che puniremo mentalmente chiunque oserà trasgredire anche per sbaglio anche per un istante le Sacre Regole della Strada –che qui a Sydney, suonano come le Sacre Regole della Vita.
Mi è mancata la tua santità, Sydney, non appena varchi i cancelli e dimentichi i tuoi precedenti da pressappochista, da vabbè-che-sarà-mai, dal “lo fanno tutti, che sono io l’ultimo scemo?”. Mi è mancata la tua aria battesimale che tutti investe e tutti purifica, annullando i peccati del passato in nome dell’intransigenza del presente.
Mi sono mancati i tuoi autobus con le pubblicità cubitali che invitano a denunciare chiunque osi gettare una cicca per strada. Mi è mancato vedere il buonsenso, che altrove è andato a farsi benedire.
Mi è mancata, questa gabbia in cui abbiamo rinchiuso pensieri e comportamenti, in nome di un benessere che è prima di tutto mentale.
Mi è mancata, questa città che può passarla liscia a denunciare gli Orribili Gettatori di Cicche mentre si dimentica di facce e braccia a Nauru e Manus Island.
Mi è mancata la tua finta ingenuità, Sydney, con la quale ci hai sedotto tutti, con la quale continui a fregarci tutti.

Mi sei mancata. Mi sono mancate le tue facce rossastre, sorridenti, come se tutto andasse sempre bene.
Mi sono mancate le tue giornate che sembrano sempre a lieto fine, anche quando in tasca ti restano solo i soldi per la prossima birra.
Mi sono mancate le tue strade ariose, i tuoi parchi con la paletta dei colori posizionata al massimo, mi è mancato l’oceano che continua a fare sempre il suo lavoro, malgrado tutto.
Mi è mancato il tuo cielo, che a vederlo ogni volta è come se fosse la prima. Mi è mancato chiedermi se quel blu così intenso lo vedi solo tu o lo notano anche altri, e anche altri si domandano se c’è qualche senso dietro tutto quel bagliore.

Mi sei mancata, Sydney, coi tuoi caffè che fanno pessimi caffè, che fanno pagare carissimo i loro pessimi caffè, e ognuno siede al suo tavolo, perfettamente contento, perfettamente distante, ingoiando un pessimo dollaro alla volta dalla tazza, parlando di case che non si potranno mai permettere, di vacanze che una volta hanno fatto, di case ancora, di vacanze ancora –come se tutto quel che conta non fosse lì, in quel caffè. Non è mai nei caffè, o nei pub, o nei club, nemmeno in quelle bettole che servono alcol oltre l’orario consentito, quando il weekend è diventato ormai un umore fumoso, un occhio stanco e una pisciata impellente.
Mi sei mancata, Sydney, coi tuoi discorsi sempre gli stessi, con le tue case che scenderanno di prezzo mentre i figli diventano padri e tutto resta uguale. Mi sei mancata, con la tua attenzione sempre all’ombelico, a quello che succede dentro confini vastissimi e troppo stretti, mi è mancata la tua disattenzione costante a quel che succede intorno, alla politica che non sia solo gossip, alle emergenze sociali che diventano cartelloni della metropolitana ben studiati ben progettati ben fotografati con ottimi slogan che tutti vediamo per qualche secondo prima di salire in carrozza incontro ad una giornata esattamente identica a quella prima e a quella dopo.
Mi è mancato il tuo ripeterti che non hai storia per dimenticare che una ce l’hai, che probabilmente non sempre è stata piacevole –nemmeno in tempi recenti- ma saperlo forse servirebbe a qualcosa –a godersela, a capire, a buttare giù tutto. Mi è mancata la tua noncuranza mentre ti costruivano intorno orribili palazzoni uno dietro l’altro, ti appesantivano di casinò e grattacieli, e la sola cosa che ti interessava era la lista dei dieci locali migliori dove fare il brunch la domenica e le vacanze al mare e azzeccare il prossimo cavallo alla Coppa mentre ti ubriachi e al ritorno in treno ti addormenti senza più sognare.

Mi sei mancata, Sydney, con la tua aria da multiculturalismo, con le tue opportunità, con un sistema che sicuramente non è ancora per tutti, ma stiamo lavorando per voi. Mi è mancata la tua pietà e la tua ferocia, come braccia di uno stesso corpo che non sai mai se proteggerà o colpirà, se è lì per aiutare o per punire.
Mi è mancata la tua inflessibilità, mi sono mancate le tue uniformi così strette che non lasciano più nemmeno respirare, mi sono mancate le tue migliaia di regole procedure policies avvertenze restrizioni, mi sono mancati i tuoi consigli costanti su come dovrei vivere la mia vita in armonia, mi è mancata la tua impassibilità con cui vieti e tassi e punisci chi beve e poi costringi tutti seduti dentro un pub.
Mi è mancata, la tua assenza di interesse per queste leggere sfumature di contraddizione.

Mi sei mancata, Sydney, coi tuoi coprifuoco e i tuoi locali tutti uguali e la tua cultura sporadica e tutti a letto presto che domani si lavora.
Mi sei mancata, con la tua baia che tutti almeno una volta dovrebbero vedere per ridiventare bambini per qualche minuto.
Mi sei mancata, con le tue solitudini per chi arriva, per chi prova a starci, per chi è solo di passaggio e non capisce perchè non si riescano mai ad abbattere queste mura, a vedersi davvero senza doverlo progettare settimane prima.
Mi sei mancata, con la gentilezza della gente anche in mezzo al caos, con un sorriso che non si nega mai a nessuno, con quell’aria docile, marina, che sembra voler riconciliare tutte queste Sydney diverse tra loro.
Per tutto questo, per molto altro, mi fai incazzare, Sydney, e mi sei mancata da morire.
Sono tornato a casa.

giovedì 27 ottobre 2016

Ogni tanto

ogni tanto
mi sento vecchio
come se ogni anno
fosse stato 100 guerre
e ogni guerra
mille battaglie
mi sento che non
è ancora finita
che non finirà mai
mi sento di stare qui
a guardare la gente
che esce dalla chiesa
dopo la messa
e toccarmi
sentendomi in colpa
sentendomi niente

mi sento come se
dovrei fare qualcosa
mi sento come se non so
cosa cazzo sia
mi sento che questo malditesta
mi ucciderà
insieme a incubi umidi e
notti col fucile puntato
mi sento come se il mio capo
ha ragione
a dirmi cosa fare e
a farsi succhiare dalle segretarie
mi sento come se hanno ragione
tutti
mentre la messa finisce
ancora una volta
e loro possono tornare a
casa.


Marco Zangari © 2009

martedì 25 ottobre 2016

"Il rumore del tempo" - Julian Barnes


Destino. Giusto un nome magniloquente per dire qualcosa che non si può modificare. Quando la vita ti dice “E dunque…”, tu annuisci e chiami quel dunque destino.

Dopo il bel romanzo “Il senso di una fine” (che avevo recensito qui), mi sono incuriosito leggendo in giro di questo nuovo “Il rumore del tempo”, sempre di Julian Barnes, e nell’ultimo giro in Italia ho deciso di acquistarlo.
Il libro racconta dell’esperienza del compositore russo Šostakovič (è evidente che per scriverlo bene ho fatto copia e incolla da Wikipedia, NdA), in una biografia romanzata che si incentra, soprattutto, sui rapporti tra l’artista e il Potere –non a caso, indicato sempre con la maiuscola nel romanzo.
La storia inizia con Šostakovič in piedi sul pianerottolo di casa, mentre fuma una sigaretta dietro l’altra, in mano una valigetta con poche cose, in attesa che lo vengano a prendere. Da poco, infatti, la sua rivisitazione del MacBeth, che tanto successo aveva avuto in patria, era incorsa nella disgrazia più grande di tutte: aveva infatti irritato il Capo Supremo, Stalin, accorso a vedere lo spettacolo insieme ad altri funzionari. Che si trattasse, come suggerisce il libro, di motivi superficiali, quasi grotteschi, come la cattiva acustica della sala e il nervosismo di orchestrali, o che fosse legato al gusto di Stalin o che altro, poco importa: in quel periodo, bastava molto meno per finire al bando o, peggio, rischiare la testa.
L’articolo sullo spettacolo apparso l’indomani sulla Pravda, organo del Potere, sancirà una delle tante fini artistiche di quello che, contro ogni divieto e censura, era considerato il più grande compositore russo di quell’epoca.

Da qui si dipana la storia di una figura estremamente controversa, vissuta ora come traditore ora come eroe della patria, oggi campione del comunismo e domani critico del Sistema. Barnes racconta questa storia col suo stile chiaro, accattivante, senza cedere alla tentazione di scavare troppo nelle stanze segrete, più private, del compositore, riuscendo comunque a restituirne un ritratto umanissimo. La sua prospettiva, così dichiaratamente “di parte” da non voler nemmeno essere tirata dentro il dibattito se Šostakovič fosse un eroe o un coniglio, aiuta invece ad identificarsi nella vicenda del compositore, al punto tale che viene da chiederti: cosa farei IO in quella situazione?
“Il rumore del tempo”, oltre a dare un ritratto potente di cosa davvero voleva dire vivere in un regime feroce come quello staliniano, ti pone domande non scontate, che fanno dubitare delle risposte. Che cosa è, in fondo, l’arte? Come può definirsi libero un artista? E a chi appartiene ciò che egli crea, in questo o quel periodo storico?
Soprattutto: fin dove arriveresti per proteggere ciò a cui tieni di più –la tua adorata moglie, i tuoi figli, la tua musica?
In un passo provocatorio del libro, Barnes fa dire a Šostakovič che ad essere eroi ci vuole poco –basta un attimo di luce, un momento di rivolta. Per essere vigliacchi, invece, ci vuole costanza, tempo e spalle larghissime.
Perché in quei tempi, solo un vigliacco poteva difendere ciò che amava più della sua vita.

La storia di Šostakovič non è una storia semplice. A vederla a decenni di distanza, con l’ottusa convinzione di aver capito tutto, di aver etichettato tutto, sembrerebbe il contrario. Barnes invece ci fa vedere il dramma di un uomo, costretto a combattere per poter dare vita all’unica cosa che aveva senso per lui: creare musica. Nel fare questo, mette in luce l’ipocrisia di chi non aveva capito, allora, la ferocia della dittatura sovietica, di chi ci era arrivato tardi, di chi giustificava e di chi lo attaccava senza pietà, anche solo per poter fare carriera. A noi lettori di oggi sembrerà pura invezione romanzesca, immaginare un periodo in cui bastava scrivere della musica non abbastanza conforme ai gusti del Potere per poter rischiare la vita.
Questo libro ci ricorda che è successo, nemmeno troppo tempo fa, nemmeno in circostanze così assurde da essere irripetibili in futuro.
Per questo e per molto altro, consiglio di dare un’occhiata a questo nuovo romanzo di Julian Barnes.

martedì 27 settembre 2016

Restare lì, seduti, ad aspettare



Un giorno qualsiasi. Estate. Terza settimana.
Le apro lo sportello e poi la aiuto a infilarsi dentro la macchina, resa irrespirabile dall’afa, dopodichè partiamo. Non ci diciamo molto, ma per me è normale non parlare appena sveglio.
Nonostante tutto, nella strada verso l’ospedale sono io che parlo. Le chiedo se vuole un sorso d’acqua, se l’aria condizionata le dà fastidio. Lei annuisce o scuote la testa. La radio che lei mette in sottofondo, con le sue canzoni già scadute e i discorsi sui rientri e sul bisogno di vacanza, pur se a un volume basso sembra comunque un intruso, che ci coglie in un momento che non vorremmo rivelare a nessuno, perchè nessuno capirebbe.
Nessuno, a parte ovviamente gli altri dello scantinato.

Un giorno qualsiasi. Estate. Seconda settimana.
Siamo in autostrada, di ritorno dall’ospedale, e ci mettiamo a cantare. A lei piacciono quelle canzoni vecchie di Ligabue, che ricorda sorprendentemente a memoria (e che a Ligabue dovrebbe far capire molte cose sul suo futuro da rocker). Cantiamo tutte e due, col sole che ci piomba in faccia e il mare che brilla in fondo all’autostrada –e anche se quel mare lo vedremo solo da lontano, ci mette allegria già così, perchè per oggi è finita.
Un’altra mattina è andata.

Un giorno qualsiasi. Estate. Terza settimana.
Ho imparato a conoscerli giorno dopo giorno, quelli dello scantinato, anche se non ci siamo mai presentati. Non ci ho nemmeno parlato granchè. Si chiacchiera da quelle parti, ma non gli accompagnatori come me. Noi siamo un elemento inutile, come il contenitore per il disinfettante perennemente vuoto e l’ascensore che va sempre troppo piano. Noi li portiamo qui, li riportiamo a casa –e fra l’uno e l’altra, navighiamo in un grande mare di zeri. Dopo aver parcheggiato (a fatica), preso l’ascensore (e anche se si tratta di un solo piano, qui tutti lo prendono), percorso un paio di cunicoli, sbuchiamo in questo scantinato privo di finestre o di aria condizionata –una trappola in mattoni che celebra un agosto diverso da quello che tante persone ci affibbiano. L’afa rende l’aria ancora più immota, come stoppata nel tempo –e l’orologio fermo da sempre di sicuro non aiuta.
Ci sediamo, aspettiamo. Non c’è altro.

Un giorno qualsiasi. Estate. Prima settimana.
Navigando tra gli zeri dello scantinato, preferisco immergermi in un libro –il primo che trovo, qualunque cosa che mi permetta di far finta di non sentire i discorsi intorno a me, discorsi che finisco per assorbire a livello subliminale, con un impatto ancor più devastante. Li respiro insieme al caldo, quasi mi bloccano le narici, mi fannno pulsare le vene della fronte, e mentre mi penetrano tra i pori sudati della pelle, capisco che potrei metterci una vita a dimenticarli –e allora, forse, potrebbero diventare i miei.
Ci sono tutti: il vecchietto un po’ rimbambito che ogni mattina sbaglia l’orario e poi si lamenta che gliel’hanno cambiato, che sbuffa e bestemmia e poi si siede accanto a me con le narici che quasi gli fumano, gridando: “SE TORNO A VENT’ANNI MI FACCIO CRIMINALE, PORCO *IO!”; c’è la signora appostata all’inizio dello scantinato, che come un’abile portinaia tiene un bollettino delle condizioni dei vari frequentatori: stabile, un po’ meglio, peggiorato parecchio (inutile dire che l’ultima opzione è la più gettonata); c’è il marito che stringe la mano alla moglie e non gliela lascia quasi nemmeno quando lei deve entrare; c’è la signora cinese che entra con un sorriso e va via sempre con lo stesso sorriso, e sembra ormai la mascotte del gruppo.
Io? Io scompaio dietro il mio libro, che siano pagine piene di Josè Arcadii o elenchi della spesa per l’anima. Per questo non sempre collego le facce alle voci che ormai non mi mollano nemmeno quando ho parcheggiato e richiuso il mare fuori di casa.

Un giorno qualsiasi. Estate. Seconda settimana.
Stamattina non riesco a posteggiare, ma non perchè sia affollato. Capita che delle macchine occupino deliberatamente due, anche tre parcheggi alla volta. Fare una cosa del genere davanti al reparto di oncologia, vuol dire gridare al mondo senza vergogna che sei una testa di cazzo e fiero di esserlo. Sto già pensando a che Paese del cazzo possa educare della gente così, quando si libera un posto. Vado per raggiungerlo quando una Mini fa una manovra del cazzo e quasi mi prende. Non penso nemmeno che potevo aspettare un attimo anch’io, lasciare che la Mini finisse la sua manovra. In quest’abitacolo, col sole che picchia e un mondo giallo e doloroso là fuori che aspetta, non ho tempo da perdere per pensare. Suono il clacson una volta sola, la Mini si ferma e io vado verso il mio parcheggio. Solo mentre mi incammino verso lo scantinato, mi rendo conto che sono stato coglione due volte: una, perchè ho suonato in un ospedale (e non sono tipo da fare queste cose), e due, perchè se quella persona stava parcheggiando lì, forse si trovava in qualche modo coinvolta con lo scantinato –e allora il mio colpo di clacson sudato, arrabbiato, non le serviva di certo.
Mi giustifico con me stesso. Sono stressato, mi dico. Solo io so quanto lo sono. La gente intorno –quella più distratta, quella più concentrata su se stessa- nemmeno percepisce quanto io possa esserlo. E se in mezzo a questo caldo e a questa aria ferma mi scappa un gesto di nervosismo, beh che cazzo, me lo posso permettere.

Un giorno qualsiasi. Estate. Seconda settimana.
Siamo in auto, di ritorno, e mia madre mi dice: ah, sai che la signora X ieri ti ha visto nel parcheggio?
Chi è la signora X?
Quella con la parrucca, dice mia madre. Ci pensa un attimo e si corregge: effettivamente, qui hanno TUTTE la parrucca.
Non trovo niente da dire, resto in silenzio.
Comunque, la signora con i... con la parrucca riccia, biondo scuro.
Che macchina ha?, chiedo.
Una Mini, risponde mia madre.
Poi mia madre continua a canticchiare Ligabue e io guido in silenzio, fissando distrattamente il mare là in fondo, pensando a tutti i luoghi che avrebbero dovuto insegnarmi qualcosa, di quelle che contano davvero nella vita, e mai avrei pensato che un giorno sarebbe toccato ad uno scantinato di merda.

Un giorno qualsiasi. Estate. Prima settimana.
Ammalarsi d’agosto è una pacchia. Nessuno in autostrada, parcheggi quanti ne vuoi. Uno dovrebbe farlo di proposito, a rischiare la vita quando la gente è tutta al mare. Ci sono degli indubbi vantaggi. Grandi zeri invece di salvagenti, per restare tutti a mollo in un oblìo pacifico, necessario.
Mia madre, come al solito, è ciarliera, vispa nonostante le prime sedute e le prime pillole. Io ho ancora nella bocca il sapore di una doppio malto di ieri sera, ma tutto sommato va bene, ho il mio libro e al ritorno a casa chiamerò finalmente la mia ragazza, ho un posto dove tornare, una donna e un coniglio che mi aspettano e tanto cielo ancora da farmi piovere e poi farmi asciugare. Quando l’infermiera esce, gli si avvicina una coppia sulla cinquantina, insieme ad un uomo più anziano dall’aspetto dimesso, triste, quasi imbarazzato.
Ha vomitato prima di arrivare qui, dice la donna, ad un volume che mi fa capire che lei è la nuora e non la figlia. Ho paura che potrebbe fare dell’altro, aggiunge dopo.
L’uomo mantiene lo sguardo basso. All’inizio penso che si vergogni, ma non è così. Non c’è proprio niente di cui vergognarsi qua sotto. Dovremmo vergognarci noi accompagnatori, portatori (poco) sani di quel mondo là fuori, quel mondo becero, urlante, superficiale, quel mondo che al momento mette le chiappe a mollo e se ne fotte di tutto il resto, quel mondo che combatte scaramucce e le scambia per epiche battaglie, e non sa –e nemmeno vuole sapere- che qui in uno scantinato reso ardente dalla canicola, ci sono uomini e donne che con una pistola di legno in mano combattono guerre enormi di cui solo loro e i loro cari sapranno mai.
No, lo sguardo dell’uomo non è di vergogna, ma di stanchezza. Combattere è una fatica mostruosa, troppa per uomini e donne che all’improvviso devono farsi le spalle larghe e lo stomaco d’acciaio, che fino al giorno prima credevano che avrebbero vissuto per sempre, che il loro grande giorno, anche se avanti con l’età, sarebbe arrivato, e ora il grande giorno è solo quello successivo, e quello dopo, e quello dopo ancora.
Non sapevo che avrei rivisto quello sguardo in mia madre, quando qualche settimana più tardi non sarebbe riuscita a mangiare, non sapevo che avrei rivisto quella fatica sovrumana.
Leggevo. Galleggiavo. Aspettavo.
Come tutti.

Un giorno qualsiasi. Autunno. Quinta settimana.
Questa domenica ci trasferiamo all’improvviso, rapidamente, nella casa in città, per essere più vicini all’ospedale. Mentre saluto i miei amici che partono per Milano e percorro il lungomare che, come da copione, si scurisce di nuvole come fronti pensierose, rifletto: l’estate finisce sempre così, di botto. Non è questione di calendario, ma di volume di emozioni, di colori che cambiano totalmente.
Poi ci penso meglio: l’estate, in fondo, non è mai arrivata. Lo so, l’ho sempre saputo. Abbiamo saltato un turno. C’è chi lo salta per molti anni, a volte tutta una vita.
Lo sapevo, e lo sapevano gli amici a cui l’ho detto, quelli che hanno capito. Non l’ho detto a tutti, e non perchè fosse un segreto. Chiunque mi conosca, sa che conservo un certo pudore nelle mie tempeste. Il dolore, per me, è più sacro di un dio –quel dio che in queste settimane era in fila in autostrada verso l’ennesima spiaggia, e la condensa del suo motore faceva piovere gocce distratte su noi pendolari inconsapevoli. Il dolore va rispettato, se si vuole in cambio rispetto. Non tutti quelli a cui l’ho detto hanno capito, ma sapevo anche questo. Lo capisco anche: la gente non sa mai cosa dire, come comportarsi. Non capisce che non bisogna dire nè fare niente di particolare. Non ci sono parole, i gesti stanno a zero -come gli zeri dello scantinato che avvolgono tutto e svuotano ogni consuetudine del suo significato, denudandola, irridendola. In questi casi, l’unica cosa è far capire: io ci sono. Perchè in quei zeri, certi giorni, si rischia di annegare. In questo autunno prematuro, in queste nuvole che promettono pioggia senza ascoltar ragioni, io rischio di annegare.
E allora non chiedermi come sto. Lo sai come sto.
Chiedimi piuttosto: ti va di prendere una birra?
Di birre ne sono arrivate, ma di compassione, quella quanta ne vuoi. Non c’è deserto più arido di quello del compatito.
Mi lascio il lungomare alle spalle ed entro dentro una nuova stagione della miei 37 anni.

Un giorno qualsiasi. Autunno. Ottava settimana.
Sono al portatile del salottino, sul sito di Alitalia. Trovo il giorno, l’orario. Ogni tanto lancio un’occhiata a mia madre, che da più di un mese ormai si trova su quel divano. Penso per un attimo a chi dice a quelli che partono, che fortuna che avete, ma lascio perdere. Inserisco i dati, clicco invio.
Mi controlli a che punto è la flebo?, mi chiede mia madre.
Io la vedo anche da qui ma mi alzo lo stesso, la osservo e poi le ripeto la frase che più uso con lei in questi mesi.
Ci siamo quasi.

Un giorno qualsiasi. Estate. Terza settimana.
Sappiamo tante cose, qui nello scantinato. Che nel bagno non ci sarà il sapone come al solito. Che quando pioverà, l’acqua comincerà ad infiltrarsi tra le mattonelle e a gocciolare, tanto che dovranno mettere sotto tutti i posaceneri che riescono a trovare.
Sappiamo anche quando qualcuno è entrato nella fase critica del trattamento. Lo sappiamo, anche se non ce lo diciamo. Ho visto gente arzilla fino al giorno prima, arrivare quasi strisciando fino alle sedie della sala d’aspetto. Donne combattive con bandane e mariti spaventati, uomini che si appoggiavano ad un bastone, un passo alla volta.
Adesso tocca a mia madre. Il percorrere i corridoi a braccetto, che prima era piu che altro un gesto carino, è diventato una necessità.
Come va signora?, chiedono le altre quando lei si siede, sapendo già la risposta. Mia madre gliela da comunque. Sa anche lei che solo là sotto potranno capirla. Là fuori tornerà in un mondo dove devi urlare che stai male per poter essere ascoltato davvero –senza renderci conto che se stai davvero male, allora urlare è l’ultimo tuo pensiero.
E poi, in un mondo dove tutti lamentano le ingiustizie e le sofferenze più atroci, chi ha più ragione? E’ davvero rimasto qualcuno che sta male davvero?
Allo scantinato ne sanno qualcosa.
Quando mia madre entra, mi ritrovo seduto accanto alla signora X (quella della Mini) e un’altra donna, una di quelle con la bandana invece della parrucca. Non conosco bene la signora, ma è di quelle che vedo sempre vivaci, quasi allegre –per quanto si possa esserlo qui sotto, comunque.
Adesso la signora sta parlando alla signora X.
Io non credo di farcela, dice in tono basso, da confessione.
Ma che dice, signora? Certo che ce la farà. Mi creda.
No, io lo so che non ce la posso fare. Io... è troppo.
La signora X si prende un attimo, senza scomporsi. Queste piccole sedute di auto-aiuto sono comunissime qui sotto. Abbiamo reso gli psicologi oncologici un lusso, e ognuno si arrangia con quello che ha.
Si deve fare forza, dice X, con un tono pacato ma resoluto. Lo deve fare per i suoi figli, per suo marito.
Lo so che ci sono loro...
E allora!, dice la signora X, fingendo buonumore.
La verità, riprende l’altra, è che io ho paura. Tanta, tanta paura.
Quando la signora finisce la frase, è come se gli zeri intorno a noi si aprissero in gorghi di silenzio che ci tappano le orecchie fino a far male, ricacciandoci ogni parola in gola. E’ come un’oscurità fredda, minacciosa, apertasi all’improvviso lì tra le sedie sporche del Policlinico, che lascia tutti attoniti –la signora X, perchè alla paura della signora pùo rispondere solo con la sua paura, che non conosce parole ma le inonda le vene ogni giorno; io, perche mi sento un maledetto intruso, per essere stato lì in quel momento poetico e devastante, così intimo da farmi vergognare, così spiazzante da farmi sentire piccolo come mai in vita mia.
La paura della signora dello scantinato, che non sa se mollare o andare avanti. La sua paura senza voce riempie lo stanzone, l’ospedale, la città intera. La sua paura, quella che ci ha condotti attraverso ere ed evoluzioni, e che non abbiamo mai imparato ad affrontare –che ci spoglia, che piscia su tutto quel poco che abbiamo piantato, che ridicolizza qualsiasi cosa, e che ci rende così fragili che il solo pensiero ci è intollerabile.
Le persone dello scantinato sono come punti di demarcazione di una coscienza potente e inascoltata, che guida un corpo che ormai sembra completamente scollegato da essa.
Poi mia madre esce. La riprendo a braccetto e usciamo, un passo alla volta, dall’ospedale.

Un giorno qualsiasi.
Perchè è sempre un giorno qualsiasi, quando stai male. Il dolore mischia il prima e il dopo, le cause con gli effetti, fino a non farti capire più niente, a rivestire di una patina metallica le ore e i minuti, le facce e le voci. Perchè non importa nemmeno il quando, dal momento che viviamo sotto un cielo che promette tempesta, e nonostante tutto ci facciamo cogliere sempre impreparati dal temporale, e più ancora dal fulmine che, talvolta, sembra colpire qualcuno di noi. Ma il dolore non è per alcuni, purtroppo. Resta una delle costanti dell’uomo, mentre quello che cambia è il modo in cui ogni uomo può affrontarlo. Io, che qualche esperienza intensa l’ho avuta, ho costruito un’autodifesa simile ad una fortezza medievale, dove tutto penetra ma niente fa male fino in fondo –anche se col tempo ho capito che il sangue trova vie alternative per uscire, ma deve comunque uscire. Necessariamente.
Mia madre, invece, fino a quando il dolore non si è fatto così estremo da possedere un odore e un colore tutti suoi, immediatamente riconoscibili a lei e a tutti quelli intorno, ha fatto quello che sa fare meglio, e che ha insegnato anche a me: ci ha riso sopra. Ogni giorno, facendo avanti e indietro da quel maledetto scantinato, in quel micuglio di giorni che erano tutti uguali e tutti ugualmente infiniti, riusciva ad amare, a sorridere, perfino a ridere –di me, di noi, di tutto. Il coraggio che ho visto in lei era così assoluto e spiazzante, che mi sembra qualcosa di troppo bello da non condividere. Non sono solito parlare di queste cose, ma ho capito che non era questione di pudore: se non posso scrivere anche della bellezza e della forza che incontro, specie nei posti meno prevedibili, allora preferisco non scrivere affatto.
Le parole servono anche a celebrare, ed io oggi le voglio usare per il sorriso di mia madre, anche quando il dolore ha provato a piegarlo verso il basso, senza mai riuscirci.
Voglio usare queste stesse parole per ringraziare chi mi è stato accanto in questi mesi complicati, a partire dalla mia ragazza che mi ha sostenuto lungo il cammino anche a 15.000 chilometri di distanza, per passare dal ruolo importante di chi mi è stato accanto tra Sydney e Messina –e caro Bro, non saprai mai quanto quelle serate assurde a cantare ubriachi gli 883 in piena campagna mi siano serviti in quei momenti pieni di zeri.
Alla mia famiglia voglio solo dire: avete avuto due coglioni così.
Ora so da chi ho preso.
A chi non ne sapeva niente: come avrete capito, mi è più facile scrivere di certe cose piuttosto che parlarne. Per loro e per tutti gli altri, sottolineo che non volevo esibire un dolore: volevo provare a capirlo, e, se possibile, a smontarlo.
A provare ad averne meno paura, come la signora dello scantinato.
Perchè in quello scantinato, presto o tardi, metaforicamente o meno, ci passiamo tutti –perchè il dolore, come l’energia, non si disperde mai, ma trova sempre nuovi modi di trasformarsi. Possiamo imparare a conviverci, cercare di gestirlo, e qualche volta, quando ci dice bene, perfino a dimenticarlo.
Poi a volte diventa troppo, e tutto quello che possiamo fare è restare lì, in quella sala d’aspetto.
Restare lì, seduti, ad aspettare.


Un giorno qualsiasi. Estate. Prima settimana.
Siamo di nuovo in autostrada, rilassati. Le prime sedute sono andate bene, tanto bene che pensiamo che forse, se siamo fortunati, la botta non sarà poi così terribile come immaginavamo. Mia madre è contenta, felice che io sia qui e non dall’altra parte del mondo.
Voglio venire a trovarti in Australia quando starò bene, dice lei.
Assolutamente. Il mio coniglio non vede l’ora di conoscerti.
Mi bastano già i nostri sei gatti, ride lei.
Che altro vorresti fare quando starai bene?, le chiedo.
Lei ci pensa su un po’, prima di cominciare una lista disordinata di crociere, viaggi, ristoranti, spiagge, cene. Le brillano gli occhi mentre parla e sogna, ed io sogno insieme a lei, e improvvisamente non siamo più di ritorno dallo scantinato, ma in partenza verso quel mare che vediamo lì in fondo, brillante sotto quel cielo d’oro, quel mare blu che inghiottirà tutte le nostre ferite, che ci avvolgerà e ci farà restare in silenzio, sospesi come neonati, pronti ad una vita finalmente senza più dolore.
Mi dirigo verso quel mare blu con un groppo in gola, gli occhi lucidi.
Sono felice.



Marco Zangari © 2016

sabato 9 luglio 2016

Kafka, Hemingway e il mio vicino



Il mio vicino è venuto a vivere qui poco più di un anno fa. Sarebbe difficile definirlo per certo, dal momento che non lo vedo quasi mai. La casa in cui abito è una di quelle vecchie costruzioni da semi-periferia australiana, quelle che spuntano come i funghi e se ti distrai per un paio di weekend poi te le ritrovi sotto il naso all’improvviso. Le pareti di carta, il pavimento pieno di fessure, una mano di pittura data di fretta da una mano inesperta a coprire tutto. La casa è divisa in due, in maniera asimmetrica –io vivo nella parte più grande, il mio vicino nell’altra. Solo uno strato di compensato sottilissimo ci divide, eppure non lo sento quasi mai. Non sapevo nemmeno che faccia avesse finchè un giorno non mi è spuntato all’improvviso alle spalle, mentre mi trovavo nella piccola baracca esterna, in giardino, adibita a lavanderia.
«Ciao» disse, «io mi chiamo Ken»
Passato il momento di palpitazioni dovuto a sentirmi spuntare qualcuno alle spalle in un posto isolato e dove –ai tempi- vivevo da solo, mi presentai. Ebbi il tempo appena di notare che Ken aveva un forte accento australiano ma dei tratti che potevano essere asiatici –nato qui? trasferito qualche anno fa?- che lui già era sparito.
Ken era una presenza più che discreta: evanescente. Dividevamo l’ampio giardino sul retro, ma non credo di averlo mai visto lì. Ogni tanto, se stavo alla finestra della cucina, lo vedevo camminare velocemente, a testa bassa, verso la lavanderia. Dunque anche lui lava i vestiti, pensai. Da quando era lì, non aveva mai usato, nemmeno una volta, il comodo (e patriotticamente australiano) stendino girevole che avevamo in giardino. Le poteva appendere sempre dentro le sue cose, d’accordo, ma perchè farlo quando aveva tutto lo spazio del mondo là fuori, e mentre appendeva i vestiti poteva vedere il fiume poco sopra la palizzata, e osservare la sera di Sydney che si spegneva e lasciava spazio ad un indaco che sembrava un’ultima tregua prima della notte –o un’ultimo sforzo prima della pace?
Facevo le congetture più assurde su Ken. D’altronde, mi riesce abbastanza bene. Lo vedevo tornare quando già era buio e ficcarsi in casa. Indossava una camicia bianca che sembrava sempre la stessa. Quando andavo a buttare la spazzatura nei bidoni che dividevamo, potevo vedergli perfettamente dentro la casa illuminata. L’ex inquilina si era portata dietro le tende, e lui non si era mai preso la briga di comprarne di nuove. Vedevo muri spogli, un vecchio poster del Sydney Morning Herald che ritraeva un bulldog con dei muscoli ridicoli, e nient’altro. Ken non lo vedevo quasi mai. Ogni tanto coglievo la sua presenza mentre si muoveva di fronte alla cucina, ma me lo diceva soltanto l’ombra sul selciato.
Dividevo la casa con un fantasma.
Mi misi in testa che probabilmente Ken era un tossico. Mi venne in mente dopo che una volta bussò a casa mia. Avevo amici a cena e ci zittimmo tutti. Ken non bussava MAI alla mia porta, e di certo non l’avrebbe fatto sapendo che ero con altra gente. Doveva trattarsi di un’emergenza. Mi alzai e andai ad aprire.
«Ehi amico» disse, «mi serve una mano per avvitare una lampadina. Potresti venire un attimo di là?»
Indossava la solita maglietta grigia e pantaloncino blu che indossava sempre quando era a casa. Io avevo addosso una felpa e un jeans, visto che ci trovavamo quasi in inverno.
«Certo» dissi, interrogativo.
Salutai i miei amici con uno sguardo del tipo “se non torno entro 10 minuti, chiamate la polizia” e andai verso casa di Ken. In realtà c’ero già stato, prima che Ken si trasferisse. Pamela, la vecchia inquilina, una volta mi aveva chiesto di badare al suo gatto mentre era a Cuba. Era un po’ fissata col suo gatto. No, Pamela era fissata con molte cose. Comunque quella volta mi fece accomodare nella cucina straripante di mobili vecchi e nuovi, mi fece vedere dove teneva i giocattoli del gatto, mi spiegò come nutrirlo, e come ricompensa mi promise mezza bottiglia di vino bianco che aveva nel frigo.
«Non posso accettare» dissi, sforzandomi di non riderle in faccia.
«Mi offenderei a morte» fece lei serissima.
Una volta entrato a casa di Ken, mi resi conto che era un po’ cambiata da quando ci stava Pamela. In cucina non c’era più nessun mobile a parte il lavello e un vecchio tavolo dalla superficie opaca e incrostata. Il salotto, senza tutti quei mobili, sembrava enorme –una distesa di moquette grigia con al centro un divano, un televisore e un tavolinetto, stop. Non c’era altro. Sembrava così vuota, così messa insieme all’improvviso, che mi chiesi seriamente se Ken avesse un letto sul quale dormire. La luce era ovviamente spenta, quindi la stanza era rischiarata solo dalla tv, messa in silenzioso. La luce della tv illuminava un gigantesco bong piazzato sul tavolino sporco.
«Ecco» disse Ken, «adesso io salirò sul divano e proverò ad avvitare la lampadina. Tu potresti tenermi dalle gambe così non cado?»
Ci misi un po’ a capire quello che mi stava dicendo, perchè ero impegnato a non vomitare per la puzza. Un fetore di chiuso, fumo e marcio si sollevava a zaffate continue, ostinate, dalla moquette e da qualunque angolo della casa. Sembrava che le finestre non fossero mai state aperte, e probabilmente era così. Era difficile respirare. Trattenni il fiato, feci sì con la testa. Ken salì a piedi nudi –neri- sul divano dal colore indefinito. Si appoggiò a me con una mano, con l’altra armeggiava con la lampadina. Mi guardai un attimo da fuori, pensai ai miei amici di là, mollati a metà della cena, e quasi scoppiai a ridere.
«Ecco fatto» disse Ken. Saltellò pesantemente sulla moquette, andò a premere l’interruttore, e finalmente quel grigio squallore fu illuminato per bene.
«Non so come ringraziarti» disse.
«Figurati. Se non ci si aiuta tra noi» dissi. Evitai accuratamente di dargli la mano e tornai alla mia cena. I miei amici concordarono con me: Ken era evidentemente un tossico. Come spiegarsi sennò quei silenzi, con qualche raro sabato sera a notte fonda, con lui che faceva strani urletti, come se fosse impegnato in qualche videogioco o fosse semplicemente fuori di testa?

Tutto intorno a Ken era decadenza & degrado. Non gli importava di niente, al di fuori di quel che faceva nel suo salotto spoglio. Una volta un suo amico venne a stare a casa sua, un weekend che lui non c’era. L’amico, prima di andare via, sciacquò le lenzuola del letto –dico così perchè le immerse in una bacinella di acqua e poi le appese così com’erano- e le stese fuori in giardino. Ken tornò a casa e le lenzuola rimasero lì. Ci furono un paio di settimane di sole abbagliante, e le lenzuola rimasero lì. Al sole seguì un periodo di piogge e... insomma, avete capito. Le lenzuola rimasero appese per più di due mesi. Io e la mia ragazza le guardavamo volteggiare nel vento della sera, o pendere come impiccate poco dopo l’alba gelida. Facevano così puzza che facevamo il giro largo per evitarle. Soprattutto, ci chiedevamo una cosa: ma uno come Ken, quante paia di lenzuola potrà mai avere? E se quello lì appeso fosse l’unico?
See, dicevo, e allora che fa? Dorme sul materasso?
La mia ragazza mi guardava seria, e io non sapevo cosa rispondere.
Quando le lenzuola cominciarono a cadere sul prato, rendendo impossibile anche tagliarlo o muoversi, decisi di andare a parlare con Ken. Gli bussai un buio martedì pomeriggio.
«Sì» fece lui, tra lo scocciato e il sorpreso.
«Ciao Ken, scusa, ma hai presente le tue lenzuola?»
«Che lenzuola?» fece lui, sinceramente sorpreso. Lo ero anch’io. Dicevo alla mia ragazza –ma tu vuoi che che in due mesi, DUE MESI, non si sia mai accorto che quelle lì appese sono le sue lenzuola? Vorrebbe dire che non si è mai affacciato alla finestra in tutto questo tempo!
Possibilissimo, diceva la mia ragazza. Ancora una volta, aveva ragione.
Ken guardò sopra la mia spalle. Disse solo “Oh, yeah”, poi salutò e andò a prendere le lenzuola gonfie di due mesi di sole e pioggia, e tornò nel suo deserto di moquette grigia.

Non sapevamo davvero cosa pensare di Ken. Era un fantasma che ogni tanto a notte fonda si muoveva con passo pesante, e che forse si ammazzava di bong e chissà che altro. Però non disturbava e non faceva troppo rumore –qualità che in un vicino sono sempre ben accette. Anzi, era così silenzioso che probabilmente nessuno si accorgeva di lui. Sgusciava tra i marciapiedi, si muoveva a scatti nervosi, e appena poteva si rifugiava nel suo deserto di moquette grigia. Forse io e la mia ragazza eravamo gli unici a chiedersi se fosse tossico o meno –il che era già superiore all’attenzione che sembrava ricevere dal mondo.
L’altro giorno ero seduto in cucina, a guardare il fiume da lontano, quando lo vidi passare come sempre di corsa e mi venne in mente di quando una volta, mesi prima, stavo cucinando sul barbecue e Ken, che era appena tornato dal lavoro, mi salutò e, cosa stranissimo, si avvicinò.
«Sembra buono quello che stai facendo» disse.
«Niente di che» sorrisi.
«No no, ogni tanto sento questo odore, quando cucini qua fuori, e mi viene l’acquolina. Mi chiedo come dev’essere, quello che stai cucinando»
Dopodichè mi salutò e schizzò dentro. Io restai a fissare la sua parte di casa che piano piano si accendeva. Pensavo alle sue parole. Parlava di cibo, ma non si riferiva al cibo. Era come se stesse chiedendosi com’era mangiare qualcosa che non fosse takeaway (si nutriva solo di quello), sedersi a tavola con la tua ragazza dopo una lunga giornata, e permetterti di tornare umano almeno un po’.
Forse non era tossico, o magari solo in parte. Quello che capii è che Ken era, soprattutto, un uomo solo.

Seduto in cucina, col sole che scendeva sul fiume, cercai di ricordare se l’avevo visto mai con qualcuno, se qualcuno –a parte l’amico delle lenzuola- era venuto a fargli visita. Sì, forse qualche volta era successo, ma raramente. Non abbastanza perchè un uomo non facesse di un deserto di moquette grigia il suo rifugio dal mondo.
Visto che stavo provando a scrivere, pensai ad altri grandi scrittori che in vita erano stati uomini soli rinchiusi in una stanzetta male illuminata. Mi venne in mente Bukowski, ovviamente, ma soprattutto mi venne in mente Kafka –forse perchè sto rileggendo i suoi racconti per ora. Kafka mi ha sempre dato l’impressione dell’uomo solo che, dopo una lunga giornata di grigiore e sopraffazioni, si rinchiude nella sua stanza e si mette alla scrivania per cavare un po’ di senso da tutto quel vuoto, da quella confusione. Mettere ordine, cercare di capire, ma anche trovare compagnia dopo una giornata solitaria. Trovare conforto. Kafka tornava da un lavoro che odiava e la sera si perdeva tra righe piene di corridoi oscuri, stanze vuote, personaggi implacabili e penombre significative. Non c’era amore per i suoi protagonisti, e non ce n’era nemmeno nella sua vita, costellata di fidanzamenti interrotti e donne perdute. Alla sua morte, era così deluso che aveva ordinato al suo amico fidato di bruciare i suoi romanzi incompleti (tra cui “Il processo”, oggi diventato classico della letteratura), perchè non ne era contento. Era arrivato infelice, se ne andava infelice.
Kafka mi ha sempre fatto pensare a qualcuno che si svegliava da un sonno agitato pieno di incubi, che poi cercava di dimenticare durante la giornata senza mai riuscirci. L’unica cosa che gli restava da fare era tornare a casa la sera, nelle stanze solitarie, e provare a mettere quegli incubi su carta –inchiodarli, imprigionarli, forse perfino capirli.
Lo immagino correre schivo e veloce per le strade di Praga, guardando di nascosto gli abitanti, tutto teso al suo ritorno a casa. Così geniale, così solo. Non so se Ken sia geniale –tutto è possibile- ma ho rivisto nelle sue camminate, nelle sue nottate solitarie, quelle del buon Franz. Come lui, a portarsi dietro incubi che non riesce mai a sciogliere, nemmeno in mezzo ad altre persone.

Ho fatto un respiro. Il sole stava ormai scendendo. Forse ad alcuni scrittori quella stanzetta è servita come ispirazione –anche se il prezzo da pagare è stato spesso troppo alto. Guardando il fiume, ho pensato ad altri che in quella stanzetta sembrano non esserci mai stati. Hemingway, per esempio. Non se ne sarebbe stato mica seduto come me lì, no, lui sarebbe sceso al fiume, avrebbe camminato a lungo, magari si sarebbe messo a pescare nella sua maniera esperta e virile, avrebbe preso un tonno da 20 chili a mani nude, avrebbe incontrato qualche personaggio brillante come lui, avrebbe preso come sempre la vita per la gola e l’avrebbe baciata con foga, e poi avrebbe riso con tutto se stesso. Avrebbe irradiato positività e forza, curiosità e voglia di avventura. Niente in lui era solitudine e incubo.
E allora perchè era finito in una stanzetta anche lui, con un fucile puntato alla testa? Dopo le corride, i viaggi, la boxe, gli incontri, le donne, i successi, perchè aveva scritto un romanzo banale come “Il vecchio e il mare” per liberarsi da tutto quell’orrore?
Perchè anche lui aveva incubi e si sentiva solo –come Kafka, come Ken, come me, come te. E forse lì al fiume avrebbe fatto tutte quelle cose, o invece si sarebbe svuotato una bottiglia di rosso e avrebbe visto il sole spegnersi in fondo, così come faceva a Parigi dopo le corse, quando ancora era giovane e tutto sembrava nuovo e ancora i sogni superavano gli incubi. Prima che gli incubi avessero la meglio sui sogni.
Che poi, probabilmente, sta tutto lì.
Così, mentre la sera scendeva, ho pensato che scrivere fosse, forse, riuscire a prendere un po’ di questi sogni che Hemingway faceva volare nell’aria mentre dormiva ubriaco in riva al fiume, riuscire a far sì che i sogni di Hemingway e gli incubi di Kafka non smettessero di fare il loro giro. Riuscire a vedere tutte la luce e tutto il buio, riconoscere la desolazione di chi ci vive accanto e la speranza di chi ha sempre combattuto e ancora combatte.
Poi mi sono aperto una birra, sono uscito fuori, ho acceso il barbecue e sono andato a bussare alla porta di Ken.




giovedì 7 luglio 2016

"Doctor Sleep" - Stephen King


L’Overlook Hotel è uno di quei luoghi in cui, che avessimo letto il libro o visto il film, mai pensavamo che saremmo tornati. Eppure, dopo 35 anni, è successo nuovamente.
Mai dare niente per scontato, specie quando di mezzo c’è il Re.
Nel 2012, infatti, Stephen King, dopo una consultazione via internet con i suoi fans –e un’idea che gli girava in testa da qualche anno- ha deciso di scrivere il seguito del leggendario “Shining”. Il compito, ovviamente, non era di quelli propriamente semplici. “Shining”, uscito nel 1977, ha venduto milioni di copie, facendo entrare i Torrance e l’Overlook (gemelle comprese) nell’immaginario di tutti –complice, ovviamente, l’omonimo film girato da un altro Re, Stanley Kubrick, nel 1980. Il film di Kubrick è ancora considerato uno dei grandi classici della filmografia horror (e non solo) –anche se, come molti sapranno, a King non è mai andato troppo giù, per motivi che ha esposto più volte ad intervistatori che lo guardavano costernati.
Insomma, tornare all’Overlook –ripreso in mille riferimenti e parodie, dai Simpson a Caparezza- era un’operazione molto rischiosa, di quelle che fanno temere sempre il peggio ai fan storici. Timori, alla fine, abbastanza infondati, per quanto mi riguarda.
Doctor Sleep” (Sperling & Kupfer) comincia proprio lì dov’era finito “Shining” (il libro, non il film, che ha un finale diverso), con Danny e Wendy Torrance che cercano, con fatica, a riprendersi dalla tragedia che il padre Jack aveva causato, spinto dai fantasmi dell’Overlook. Fa uno strano effetto ritrovare gli stessi personaggi (fa una breve comparsa anche Dick Hallorann, l’inserviente amico di Dan che, a differenza del film di Kubrick, nel libro precedente si era salvato), un bel senso di familiarità, come tornare a casa. King trasmette l’attaccamento che ha a certi suoi personaggi, nonostante dopo qualche pagine ritroviamo il piccolo Danny cresciuto, diventato ormai Dan, alcolizzato come il padre e che vive alla giornata. Per soffocare la “luccicanza” che gli permette di vedere e sentire al di là di quello che normalmente percepiamo, Danny infatti si è costretto a sopire questo suo potere con alcol e droga, finché un giorno non capisce di aver toccato il fondo. Decide quindi di trasferirsi in una cittadina del New Hampshire, a cui arriva casualmente (ma niente capita casualmente alla famiglia Torrance), e ricominciare daccapo nonostante i suoi fantasmi. Il piano sembra funzionare, finché nella sua ormai tranquilla routine non fa il suo ingresso Abra Stone, una ragazzina inseguita da un gruppo di strani individui che gira l’America da centinaia di anni, e che si fa chiamare Vero Nodo. Inutile dire che le speranze di tranquillità di Dan vanno a farsi benedire, così come non è difficile immaginare che l’Overlook tornerà a far visita (ma non aggiungo altro per non spoilerare).
“Doctor Sleep” è un libro piacevole da leggere, in puro stile King. La storia scivola via bene, i personaggi sono ben tratteggiati, e Dan Torrance, nonostante i timori, non delude. Il Vero Nodo funziona bene come “cattivo”, e la linea che, tramite la luccicanza, unisce Dan a quello che è avvenuto nello scorso libro, è interessante. Non l’ho trovato pauroso come altri libri del Re, ma come lui stesso scrive nella post-fazione del libro: Adoro illudermi di essere ancora piuttosto bravo in ciò che faccio, ma niente può essere all’altezza del ricordo di un forte spavento, e sottolineo niente, specie quando si è giovani e facilmente impressionabili. (…) E poi la gente cambia. L’autore di “Doctor Sleep” è parecchio diverso dall’alcolista pieno di buone intenzioni che ha scritto “Shining”, ma entrambi sono interessati a una sola cosa: raccontare una storia formidabile.
Beh, direi proprio che il Re c’è riuscito ancora una volta.
Buon ritorno all’Overlook a tutti.


Dello stesso autore ho recensito:
-Revival
-La storia di Lisey

lunedì 4 luglio 2016

A volte scendi e spingi


Mi è venuto un pensiero l’altra notte, tra la quinta e la sesta birra. Mi è venuto da pensare che non dovremmo mai credere al nostro Presidente, al nostro Dio, al nostro Sistema di Rappresentanza, al nostro Capo, al nostro Idolo delle Masse, al nostro Grande Artista.
Non per motivi ideologici, no, non per anarchie o ribellioni adolescenziali.
Non dovremmo credergli perchè, anche se sono nostri, di noi non sanno niente. Non sanno una beata mazza di cosa ci passa per la testa una notte che non dormiamo, quando montiamo in macchina verso nessun posto, ed esattamente a metà tragitto, in piena oscurità e senza nessun cartello stradale, ci rendiamo conto di aver finito la benzina.
A questo punto, in questo buio senza respiro che nè il Presidente nè Dio nè il Grande Artista condividono con te, ti viene da pensare solo una cosa.
E adesso?

Ho scritto l’ultimo pezzo per il Morgana (recensioni a parte) ben 4 mesi fa. Dopo, più niente. Avrei dovuto scrivere della vita, e invece la vita è spuntata di notte mentre provavo a dormire & dimenticare, mi ha fatto vestire in fretta e mi ha detto di salire in macchina, senza troppe spiegazioni.
Mentre guidavo, all’inizio, ho cercato di pensarmi altrove. Il sonno mi aiutava ad immaginarmi camminare su un campo erboso, perfettamente curato, mentre in una mano reggevo un vassoio pieno di ostriche, nell’altra tenevo un contenitore con ghiaccio e vino, sulla spalla una salvietta bianca immacolata, e intorno a me esplodevano colpi di mortaio. Io li scansavo senza pensarci, prendendo traiettorie zigzaganti, assolutamente casuali e piene di grazia, mentre le schegge mi finivano sul braccio e sulle gambe ma non spostavano di un mllimetro le ostriche o il vino. Il sole splendeva alto ed io camminavo senza meta, circondato da piccole sorde esplosioni. Era sempre andata bene, perchè non sarebbe dovuta continuare così? Impari un trucchetto e poi lo utilizzi ogni volta con gli stessi risultati.
La vita, seduta dietro, ha cominciato a ridere. Mi sono voltato, e in quel momento ho capito di aver messo qualcosa sotto.

Sono sceso e ho controllato. Naturalmente non c’era niente sotto, nonostante il buio lo capivo lo stesso, ma qualcosa c’è sempre comunque. Può essere il tuo tempo, o qualche ideale ammaccato, o quella cosa che ti piaceva fare –quella persona che ti piaceva pensare di essere. Qualcosa, in questo buio, finisci sempre per metterla sotto.
Sai come va: la gente intorno comincia a guardarti male –riesci a distinguerla anche in questa oscurità che stordisce. Non sono interessati alla tua versione, non gli interessa sapere se eri entro i limiti o se ti hanno attraversato all’improvviso: vogliono un colpevole per le loro sere fredde, e adesso ce l’hanno. Qualcuno che valorizzi ogni loro sorriso forzato con un po’ di dolore reale.
Niente, ti conviene risalire in macchina e partire. Inutile stare lì a spiegare: c’è così tanto buio che potrebbero non capire.

In macchina cominci a raccontare qualche storiella per far passare il tempo. Provi a ridere di qualcunque cosa, e ti riesce sempre meno a poco a poco che i chilometri aumentano. La strada è piena di fossi, alcuni così grandi da non crederci, ma tu scherzi e questo sembra farti sentire meno i colpi, sembra ammortizzare le botte che arrivano –ma che bisogno c’è di essere seri? Ridi, dai, ridi! Oggi siamo qui in giro, domani chi lo sa! Ahahahah! Ridi passando panorami deserti, case con le luci spente, auto ferme e con la batteria ormai scarica –e tu ridi!- mentre fai finta di non aver visto che il livello della benzina sta scendendo, che la batteria non è messa benissimo –ridi, dai!- come hai sempre fatto, un altro trucchetto che ha funzionato alla grande, finchè un sobbalzo non ti fa sbattere contro il volante, e adesso sorridi e senti sulla lingua il sapore del sangue, e negli occhi seri, un po’ umidi, quel buio che sembra non finire mai.

Va bene, adesso basta. Hai provato a far finta di niente, hai provato a ridere, ma ne hai abbastanza di girare a vuoto senza meta. La vita è ancora seduta dietro a guardare fuori dal finestrino, in silenzio, tutto quel nulla.
Ti poni una meta in mente, la prima raggiungibile –una cena, un viaggio, il primo giorno di ferie- non dev’essere grande, solo fuori da questo nero. Cominci a dirigerti, a progettarla e poi a desiderarla, a vederla come oasi, come sosta in tutto questo guidare senza meta –e una volta lì, capisci che finalmente ti potrai fermare, scendere, sgranchirti le ossa, cominciare a respirare. Distogliere la vita da quel finestrino che osserva con morbosa compassione. Sali di marcia e vai, vai, cazzo vai. Ti torna quasi il sorriso. Uscirai da quel buio, è deciso.
Poi vedi qualcosa davanti a te. Cavalletti, transenne, fiaccole. Di qui non si passa. E’ successo qualcosa, più avanti. Cosa? Una malattia, un licenziamento, una donna, un litigio, i soldi che non ci sono. A volte un piccolo tamponamento, a volte qualcosa di molto peggio –sufficiente sempre, comunque, per farti fare una deviazione. Solo che tu quella deviazione non te la puoi permettere. La prendi lo stesso perchè non hai alternative, e a un certo punto finisci la benzina.

Sei fermo lungo la strada. Forse la cosa migliore è aspettare che passi qualcuno, perfino che arrivino i soccorsi. Intanto guardi il fuoco alto, lì sopra le transenne, che danza nel buio illuminando rughe trucchi e facili rimedi. Ti lasci quasi ipnotizzare da quel calore, da quell’orrore. La tua possibilità di fuga e di ristoro è andata. La cosa migliore è aspettare, ti dici.
Qualcuno, alla fine, dovrà pur passare.

Probabilmente il nostro Presidente, il nostro Dio, il nostro Capo, il nostro Grande Artista, sapranno molte cose –ma sono abbastanza sicuro che non sappiano cosa provate in quella macchina ferma a bordo strada, lontano dalla salvezza, persi nel nero e con l’incendio che minaccia di bruciare tutta la foresta.
Allora io preferisco tenermi le Cose Piccole, quelle che danno gioie che è difficile spiegare a chi non è tornato a casa un giovedì sera con le ossa a pezzi e ha trovato una sedia e un sorriso, o a chi si fa prendere dall’esaltazione di una domenica mattina di sole che parla con parole di canzone, o di gente che sta bene a stare seduta intorno ad una tavola senza bisogno di molto altro.
Le Cose Piccole, che ho cantato e spero di continuare a cantare, nel poco che ho pubblicato e nel tantissimo che ho qui sepolto, nato per piacere e necessità, e che mi ricorda dove ho le braccia, dove le gambe, dove la testa, dove tutto il resto.
Le Cose Piccole, come un sorriso di passaggio in un giorno che sembra la fine del mondo.

Potresti aspettare, certo. Potresti invocare, pregare, potresti incazzarti, mandare tutti affanculo, potresti prendertela con qualcuno, con gente a cui vuoi bene, potresti essere ingiusto come i Grandi, distante come i Grandi. E a volte resti lì bloccato per ore e anni, incapace di fare un passo, in eterna attesa.
A volte, invece, scendi e spingi.
Massacrante, perfino insensato. La vita resta seduta a fare zavorra. In più ti allontani dalla strada che sai, non sai se raggiungerai la salvezza che ti eri prefissato e intanto l’incendio sembra squarciare la notte dal di dentro.
Tu però continui a spingere.
A volte, è tutto quello che ti resta da fare.




lunedì 27 giugno 2016

"La colazione dei campioni" - Kurt Vonnegut


Questo è il racconto dell'incontro di due uomini bianchi, solitari, macilenti e abbastanza anziani, su un pianeta che andava rapidamente morendo.


Kurt Vonnegut è folle. I suoi libri sono folli. Questo “Colazione dei campioni” è, tra i suoi che ho letto, quello più folle. Non sembra nemmeno un romanzo, e forse non è nato come tale. Vonnegut diceva di averlo scritto un po’ qui e un po’ lì.
Direi che si nota abbastanza.
Il libro racconta, in termini estremamente generali, dell’incontro tra Kilgore Trout, scrittore di fantascienza sconosciuto ma destinato a fama planetaria, e Dwayne Hoover, venditore di auto usate che ha sempre condotto una vita tranquilla finché un giorno non gli si è allentato qualcosa in testa e, complice proprio un libro di Trout, si lancia in una serata di violenza, tanto gratuita quanto insensata.
Parlare di trama, riferito a questo “Colazione dei Campioni”, suona come un azzardo linguistico. La storia va liberamente a destra e sinistra, su e giù, seguendo ora Kilgore e Trout, ora uno dei tanti personaggi più o meno secondari, che durano una pagina o un capitolo, e che però riescono sempre a lasciare il segno grazie all’umorismo, alla ferocia e all’umanità di Vonnegut. Una volta abbandonato ogni tentativo di seguire un percorso, o anche di scovare chissà quali significati reconditi, potrete godervi il viaggio scombinato di Kilgore o la lenta quotidiana follia di Dwayne.
Il tutto, come se non bastasse, pieno delle classiche ripetizioni di Vonnegut (“e così sia”, “Ecc…”), quasi ipnotiche, e dei suoi disegnini (leggendario quello del buco di culo).
Poi all’improvviso, mentre si sta avvicinando il momento clou del libro, cioè l’incontro tra i due “protagonisti”, ecco spuntare proprio lui, Vonnegut. Se ne sta seduto al bar, a sorseggiare un Black and White con acqua, proprio lì dove Dwayne uscirà definitivamente di testa. Il libro a questo punto diventa fortemente autobiografico. Lo scrittore si inserisce nella storia che sta scrivendo e comincia a parlare di sé: il suicidio della madre, il rapporto col padre, la depressione e gli psicofarmaci. “La colazione dei campioni” è stato scritto da Vonnegut al compimento dei 50 anni, e non nasconde il fatto di essere una sorta di bilancio, sia artistico che esistenziale, di quel cinquantennio. Non a caso nella storia si ritrovano personaggi di altri libri di Vonnegut (tra tutti, il Kilgore Trout di “Mattatoio n. 5”, capolavoro antibellico che ho recensito qui), come se li avesse tutti invitati a questa lunga, bislacca, malinconica festa di compleanno.
Incontrando “di persona” i soggetti a cui ha dato vita con la sua penna, è come se Vonnegut volesse affrontare se stesso, le sue paure –e al contempo le paure di una società che, già dal titolo, l’autore prende ferocemente in giro, con quell’ironia e quel candore che ci aiutano a vedere questo mondo con gli occhi disincantati di un bambino, che non può che restare stupito di fronte a quel che vede. E non nel senso buono.
“La colazione dei campioni” si conclude con il bellissimo incontro tra l’autore e la sua creature, Vonnegut e Trout. Dopo aver parlato di come solo l’autore, come un dio capriccioso, ha il potere di rendere Trout famosissimo o cancellarlo per sempre, alla fine Vonnegut decide di parlare col suo personaggio e concedergli, come ultimo, fondamentale dono, quello del libero arbitrio.
E non è in fondo quello che fa ogni dio?


(Di Kurt Vonnegut ho recensito anche "Madre Notte" qui)