domenica 24 gennaio 2010

Where I'm calling from

Premetto che questa è la prima e probabilmente ultima recensione che mi accingo a scrivere. Non credo molto nelle mie capacità, parlando di un libro, di sedurre chi non l'ha letto e di esaurire le aspettative di chi invece l'ha già fatto.
Questa non è una recensione classica. Non farò il sostenuto e non userò (credo) paroloni.

Inizierò dunque col parlare del libro che ho letto. Non del suo contenuto, che è comune a tutte le copie della tiratura e quindi a chiunque ne prenda in mano un esemplare, ma del preciso e unico esemplare che è arrivato tra le mie mani. Quello che ho preso, quello che ho letto e sfogliato, è un libro che è speciale già in partenza. Un libro che ho sempre sospettato, sin da quando ne sentii parlare e anche mentre sfogliavo le prime pagine, mi avrebbe cambiato.

Era a casa di una ragazza con cui sono stato. Lo trovai in mezzo ad altri libri su una mensola della sua camera. Mi colpì il suo ingombro (quasi seicento pagine). Era in verticale, naturalmente, e il nome dell'autore lì per lì non mi disse nulla. Poi però lo afferrai e rimasi conquistato dal blu e dal disegno della copertina. "Carver...Carver...ma certo!", mi dissi. Un mio amico mi aveva parlato di lui. Secondo il mio amico era uno scrittore che rappresentava un ideale punto di riferimento per la narrativa breve. Per i racconti, insomma. Per me, che ogni tanto ne scrivo uno, doveva probabilmente essere una tappa obbligata per imparare qualcosa. La proprietaria mi disse che potevo prenderlo, che comunque a lei non era piaciuto poi tanto. E io lo presi.
E dico subito che è strano, leggere un libro che è stato letto da una ragazza che è stata la tua ragazza. Una ragazza con cui le cose sono velocemente precipitate e alla quale ancora adesso, comunque, voglio molto bene. Non c'è solo il suo nome, scritto dentro al libro, ma ci sono anche i suoi segni. Ha sottolineato a matita delle espressioni, forse quelle che più le sono piaciute o che l'hanno fatta riflettere. Forse quelle frasi cerchiate sono quelle in cui si è più ritrovata. E io lì a leggere e a pensare a lei, a cosa avesse pensato mentre l'aveva letto lei.

Veniamo al libro inteso come opera, adesso.
Secondo me è una grande opera. Una raccolta ben varia e potente, innanzitutto. Ci sono decine di racconti, scritti molto molto bene. Lo stile è veloce, le frasi sono brevi e spesso colgono nel segno. Nei racconti di Carver c'è molto di più di quel poco che molti lo accusano di scrivere. Ci sono le paure, ci sono le emozioni, ci sono le tragedie e le gioie, ma sono quelle della vita reale. Non quelle finte ed esasperate che siamo abituati a vedere sullo schermo. Non c'è nulla di cinematografico in Carver, da questo punto di vista. Ed è una fortuna. Specie in tempi dove tutto ciò che è molle e falso, artificioso, non passa solo in tv nelle fiction ma anche sulla più nobile carta. Non c'è nulla di questo schifo, in Carver. Nulla che pretenda di essere e dare di più di quello a cui realmente serve. Ammesso che serva. Perché in fondo nella vita reale, quella di tutti i giorni, le cose vanno così e accadono spesso senza motivo, a volte persino senza significato. Non siamo dentro a una fiaba Disney, nessuno piange per un'unghia rotta o per un giocattolo rubato. Se lo fa, comunque può passare per stupido.

Oggi ho sentito improvvisamente il bisogno di sapere qualcosa sulla vita di Carver. Il MINIMALISTA, come molti lo appellano. "Minimalista un cazzo", dico io. C'è tutto, nei suoi racconti. Se manca qualcosa, è perché forse non è necessario. Specie all'inizio della lettura, quando non ero entrato ancora nello spirito giusto, sono rimasto a volte sorpreso da come il racconto di colpo si tronchi. Stop, taglio netto. Finale e sotto con un altro. Ci sono rimasto un po' male, all'inizio. Non capivo che poteva starci tutto. Certo. Prendete una foto. Non cominciate ad immaginare che questa foto porti l'anteprima di quelle future o qualche macchia di quelle passate. C'è da uscire fuori, dal meccanismo della cinepresa. E' solo una foto. Una foto sola.
Ci sono due persone che si dividono un bambino. Ognuna tira il piccolo per un braccio, e dalla foto pare che un braccio sia teso e l'altro no. Come si fosse strappato e chi tirava dalla sua parte avesse mollato la presa. Perché quei due litigavano? Quali erano stati i loro primi amori? Si erano mai amati, quei due? Questo nella foto non c'è. E' una foto, non un filmato. Non possiamo mandarlo indietro e conoscere tutta la loro storia. Non possiamo mandarlo avanti e vedere se seguiranno altre tragedie. Stop, taglio netto. La foto è quella. Punto.

La sensazione che ho avuto leggendo i racconti è quella di una limonata in una giornata estiva. Mettiamo che un uomo sia per strada, che abbia la gola molto secca e che trovi un chiosco che vende limonata fresca. Razionalmente è chiaro che un bel bicchiere basterà, a reidratare il corpo. A far passare la sete. Così quell'uomo prende il bel bicchiere fresco. Ora, succede che la limonata è così fresca e così buona che, se anche l'uomo volesse farla durare un po', non ce la fa. La tracanna tutta d'un fiato giù per la gola e restituisce il bicchiere vuoto. Era buona, fresca, ma in un certo senso non se l'è gustata per niente. Sente come un qualcosa di incompiuto, quell'uomo accaldato. Cosa può fare, allora, se non prenderne un altro bicchiere? Questo è l'effetto che ho avuto. Di volerne ancora, di volere un altro racconto. Così, d'istinto.

Quali sono le tematiche? Mi viene da sorridere.
C'è la pesca, in DA DOVE STO CHIAMANDO. C'è la provincia statunitense divisa tra fanciullezza ingenua e maturità consumata e fallita. C'è l'alcol, Dio quanto ce n'è. Ci sono coppie, tantissime coppie. Coppie che litigano, che si separano, che si sentono ancora dopo essersi separate e che si soccorrono. Coppie che vorrebbero qualcosa di più di quello che hanno, ma che in fondo hanno pur sempre una storia da raccontare. Ci sono padri e figli. Figli che vorrebbero essere come i propri padri e padri che si ritrovano ad essere come i propri figli. C'è la nostra vita, quella che viviamo tutti. Niente di più, niente di meno.

Insomma è evidente che mi sia piaciuto. Spero che chi lo leggerà lo trovi bello quanto l'ho trovato io.
E c'è da tenere presente che non sono un fan delle mezze parole, non sono uno che bada solo ai fatti e che è molto cinico. Sono un sentimentale del cazzo, io.



3 commenti:

mary ha detto...

Beh terrò in considerazione il consiglio...visto che il sentimentalismo appartiene anche a me...

Edoardo ha detto...

beati i sentimentali, poiché avranno la meglio anche sul cinismo

mary ha detto...

come sei profetico...ahahahahah