lunedì 9 maggio 2011

Waiting for the miracle





Ultimamente, la mia vita sembra sia fatta più di attese che di altro. Probabilmente è sempre stato così. Devi aspettare per tutto, portare pazienza, rassegnarti. Verrà il tuo turno, dicono, e intanto tu aspetti, in questa situazione da racconto di Buzzati, una dimensione ripetitiva, illogica, frustrante.
Ti dicono di star buono lì, che è così che si fa, e tu ti chiedi, in quelle ore infinite buttate nel cesso –ma sarà davvero così? In migliaia di anni, non siamo davvero riusciti a pensare ad un sistema migliore?
E aspetti. 5 anni di superiori, 5 di università (salvo il fuoricorso). E poi? Altro anno di tirocinio. Aspetta ancora 12 mesi, dai. E alla fine? Beh, alla fine c’è un esame. Tre mesi ad andar bene, sennò sei. Ma ecco che fai il tuo ingresso nel mondo del lavoro. Hai aspettato così tanto che quasi non ti ricordi per quale cazzo di motivo hai cominciato, ma finalmente adesso ci sei.
Beh, ci sei, per modo di dire.
Ma non è solo questo. Ci sono attese di tutti i tipi. Alcune ce le creiamo noi, fino a farle diventare delle vere e proprie fughe, perché non ne vogliamo sapere di scegliere. Altre volte ce le impongono le altre persone, i nostri rapporti con loro, la nostra volontà di salvare le cose o mandare tutto affanculo. La tua capacità di attesa misura il tuo coinvolgimento.
Un’amica oggi mi ha detto che si era stancata di aspettare, che voleva “tutto e subito”. Mi è sembrato perfettamente sensato. Ma noi sappiamo bene che non funziona così. C’è una fila da fare, ci sono dei documenti da timbrare.
Un altro amico si impigrisce e aspetta un lavoro che tarda ad arrivare. Io ormai ne ho fatto uno stile di vita. Se non mandassi tot curriculum al giorno (senza risposta, ovviamente), non mi sentirei a posto. Aspetto e aspetto, mentre le stagioni cambiano e la vita presenta il suo conto, che tu abbia mangiato oppure no.
Un altro amico ancora aspetta risposta da quella ragazza che lo fa penare da anni. Aspetta, dice lei. Non le viene in mente che, mentre lui aspetta, le budella gli si intorcigliano, i secondi pesano come anni e gli anni si perdono in un attimo, per non tornare più. Eh no, qui bisogna pensarci bene caro, mica si possono fare le cose in fretta.
E tu aspetti.
Siamo il popolo di quelli in sala d’attesa, ore e ore a fissare un buco nella parete e fare finta di non ascoltare i pettegolezzi del vicino di sedia. Quelli che tornano stanchi solo per essere stati seduti un pomeriggio intero, perché aspettare debilita corpo e anima senza che ce ne accorgiamo.
In quello devo dire che sono sempre stato bravo. Aspettare mi riesce bene. Forse perché da sempre ho questo pilota automatico che innesco in tante situazioni. Originariamente serviva per le disgrazie, ma funziona ottimamente anche con questi momenti fatti di niente. Così, anche se sono un inquieto, riesco a reggere anche l’attesa più lunga e inutile. Lascio che il mio corpo resti lì per me. Le emozioni vanno in stand-by, le sensazioni sono attenuate, le interazioni ridotte a zero. Vado nel mio mondo, qualunque esso sia. Funziona.
Però ora mi sono rotto il cazzo di aspettare. Uno che aspetta è uno che non sa di che morte morire. Non fa per me. Non voglio la vita pianificata secondo per secondo, ma nemmeno montare di guardia in questo turno nella notte infinita. Voglio sapere dove sto andando, che cazzo sta succedendo. Voglio rivedere lei il prima possibile, e non lasciarla più andare via. Voglio trovare questo lavoro, questo posto, questo libro che ancora non nasce.
Voglio tutto e subito, cazzo.
Ma la mia amica di prima (quanti siete oggi con me in quest’attesa!) mi ha detto di non scrivere sempre post tristi, e allora voglio chiuderlo diversamente. Sono incastrato in questa attesa enorme, che cerca da me risposte che non ho, ma che forse posso trovare. Oggi ho capito di avere gli strumenti.
Oggi è stato un primo giorno. Uno di quei primi giorni che aspetti da quando, pivello e pieni di sogni, fai la tua prima fila (altre attese!) in segreteria all’università per immatricolarti. Studi così tanto e così a lungo, che dimentichi quasi che un giorno tutte quelle stronzate, in un modo o nell’altro, ti potranno servire. Aspetti la tesi, poi la laurea, e poi hai dimenticato tutto.
Oggi mi è tornato tutto in mente. Beh, proprio tutto no. Diciamo che mi è tornato in mente il perché ho aspettato tanto questo momento. E quando è arrivato, mi sono fatto trovare pronto.
Non so perché ve l’ho raccontato. Forse mi andava di condividerlo, o cercavo una scusa per offrire a tutti voi del Morgana un giro di tequila giù al bar.
Qui però niente file, promesso.
Alle nostre attese, fanciulli.

4 commenti:

Edoardo ha detto...

Preferivo il finale tristi. Lo aspettavo dall'inizio e poi l'ho aspettato invano. È la vita.
Ma in effetti non vuol dire essere tristi per forza.

Sempre salvo fuori corso,
tuo amico eburneo.

Anonimo ha detto...

e se ad aspettare fosse quello che c'è al di là dello sportello? la voce dice:"avanti il prossimo!" e tu lo fissi, stiracchi le gambe e le braccia, sorridi e nn ti alzi.e lui si spazientisce.sempre di più sempre di più e tu, intanto, diventi sempre più forte e ti accorgi che non hai bisogno di niente.

Marco ha detto...

Allora vorrebbe dire che aspettare ti ha reso abbastanza forte da non dover aspettare più... sarebbe una cosa che non si aspettano, che scompiglierebbe file e logiche. Mi piace...

Alabastrino, forse hai ragione tu, forse ce l'hanno tutti, ma non è tristezza, non in questo caso almeno: è amarezza, no, è stanchezza, perchè a stare in piedi ad aspettare poi ci si esaurisce... allora ogni tanto mi serve capire che non dovrò aspettare per sempre, o che quando questa fila finirà, mi ricorderò perchè l'ho fatta...

Edoardo ha detto...

secondo me quello allo sportello è un tipo che non aspetta. Apsetta l'orario di chiusura, certo, ma c'è sempre qualcuno dietro di te pronto a passarti avanti. E per quanto tu non approvi e ti illudi di essere diverso, sei lì per lo stesso motivo.

Caro amico. C'è una cosa che aspettiamo tutti anche se non ce ne accorgiamo. Forse siamo in fila per quello strapiombo, ed è una fila che non possiamo evitare di fare. Però la vita serve proprio a quello che dici tu, cioè capire PERCHE' siamo in fila.
Quello fa la differenza.
Ti voglio bene.