domenica 5 settembre 2010

Ritorno all'Opg

Sono salito in macchina alle otto, solo quattro ore dopo essere tornato a casa. Mi sono messo alla guida con ancora un retrogusto di Tennent’s in bocca, e una bottiglia d’acqua sul sedile passeggero. Gli occhi quasi mi si chiudevano, ma lo stesso non ho avuto difficoltà a ricordare la strada.
Erano due mesi che non mettevo piede nel manicomio criminale, quel castello pieno di crepe dal moderno nome di Opg, una sigla che ha un significato ma alla fine non vuol dire niente –esattamente come quel posto.
Ho pensato parecchio al ritorno. Sapevo sarebbe stato breve, per sbrigare alcune formalità, ma m’interessava vedere che reazione avrei avuto, che ricordi si sarebbero risvegliati. Se avrei visto, da qualche parte, il me stesso di un anno fa, lasciato al di qua di muri e celle.
Una volta lì davanti, ho provato una sola cosa: niente. Niente mentre parlavo con la guardia al block-house, niente mentre camminavo per i vialetti che conoscevo bene, niente mentre mi dirigevo verso quegli uffici dove le mattine diventavano notti presto. Non una sola, singola emozione. Tutto era familiare e detestabile, come se fossi stato lì il giorno prima.
All’inizio ho dato la colpa al doposbronza feroce che mi prosciugava labbra e parole, al sonno che mi incollava le palpebre.
Sono entrato in biblioteca, mi sono seduto in silenzio e ho lasciato che lo sguardo vagasse intorno. Come fosse acqua. Ho sospirato e sono andato verso gli uffici. No, non c’entrava il doposbronza, e nemmeno il sonno.

Ho sbrigato le mie cose, con la solita assurda difficoltà che si incontra in ogni minima virgola burocratica, in quel posto e in questo Paese. Alla fine però avevo tutto quello che mi serviva. Potevo rilassarmi. Parlare con qualcuno che mi conosceva, guardarmi intorno con l’aria di chi pensa, quante ne abbiamo passate qui. Invece, volevo solo andar via.

Sono uscito, sempre senza provare niente. Non mi sono mai guardato indietro. Avrei rischiato di vedere qualcuno di quelli rimasti dentro. Non negli uffici, intendo nelle celle sporche, nei corridoi senza luce. Non ne avevo visto nemmeno uno quella mattina. Forse era un caso, ma forse avevo fatto in modo che fosse così. Non avevo chiesto di loro. Non sapevo che fine avessero fatto quelli che conoscevo, come fossero quelli nuovi. Vorrei dire che l’ho fatto perchè non me ne importava. Chissà, magari è così. Magari ho accelerato il passo per lasciarmi tutto dietro, per lasciare loro alle violenze, all’abbandono, ai pianti la notte, alle domande senza risposta. Per mettere tutto da parte come se non fosse mai esistito, e andare avanti con la mia vita.
In fondo, in tanti sono passati di lì, e tutti hanno finito per andare via. Perchè io dovevo essere diverso? Il mio tempo era finito, il loro no. Ecco perchè io potevo salire in macchina, accendere la radio e sentirmi umano, e loro no.
Eppure avevo questa strana sensazione, ora che ero già in autostrada. Non capivo cosa fosse. Forse, quando passi un anno lì dentro, cominci a sentirti anche tu un po’ come quelli dietro le sbarre. Solo che tu non hai fatto niente per finirci, quindi stai espiando una colpa ingiusta, e non hai fatto niente per meritare la libertà, quindi ti stai godendo qualcosa di non tuo. Non c’è modo di uscirne bene, alla fine. Nessuno degli uffici mi aveva battuto sulle spalle e detto, hai fatto un buon lavoro figliolo. Ma non mi sarebbe servito comunque, anche se fosse stato vero.
Avevo questa sensazione, concretizzatasi dopo i caselli: lì dentro, alla fine, perdevano tutti. Chi stava di là dalle sbarre, e anche chi stava di qua. Avevo condiviso progetti e speranze con altri come me, di qua e di là, e cosa era rimasto di tutto quello? Chi era dentro restava dentro, gli altri se ne andavano per i fatti loro. L’inutilità di quella struttura era anche la nostra, il loro tempo rubato era anche il nostro. Avevo un foglio timbrato e firmato che confermava soltanto quell’ennesimo imbroglio.
E noi non pagati, noi che avevamo fatto il bagno nel dolore altrui ogni giorno, che cercavamo di ridere ogni volta che spuntava il sole, sapevamo un’unica cosa, alla fine di questo viaggio sempre troppo lungo: che essere coscienti dell’esistenza di un posto del genere, l’averlo toccato annusato sentito, non ci avrebbe più permesso di credere a nessun paradiso.

Ero quasi a casa. Vedevo il mare dalla strada. Settembre, nuvole cariche di pioggia, vento e desolazione. Ma era pur sempre mare, alla fine.
Misi la freccia. Per l’ultima volta.

1 commenti:

Edoardo ha detto...

Sono commosso, ragazzi.
Bello questo posto chiamato Morgana.