lunedì 14 febbraio 2011

Notte della Cultura: Angeli e Demoni (parte 2)




Superata la calca della piazza, ci eravamo infilati dentro il Duomo. Anche lì c’era la folla, dalla quale stavo scappando. Mi piaceva quell’energia, quel movimento, ma la folla non la posso soffrire. E’ una cosa mia, e la prendo così com’è.
Però, al di là della fila chilometrica per il Tesoro, della gente seduta ad ascoltare un concerto, al di là dei flash e delle chiacchiere, c’era questa cappella sulla sinistra. Senza dire niente, ho lasciato i miei amici e sono andato lì.
Non so cosa cercavo. Le chiese, per quanto belle, non mi hanno mai fatto un bell’effetto. Tutti quegli sguardi, quei giudizi, quegli anni di sensi di colpa e morali rigide che venivano fuori da ogni affresco. E c’è chi si vanta di averci fatto delle sveltine dentro. Le chiese, per me, sono sempre state un anticoncezionale davvero potente.
Insomma, arrivò lì e non c’è nessuno. Respiro a pieni polmoni. Mi sento bene, anche meglio di quando ho bevuto quel Jack in mezzo alla calca. Va bene la Notte della Cultura, le esibizioni e i concerti e tutto il resto, ma le mie pile sono scariche, al momento. La gente, me le fa scaricare. Ho bisogno di un attimo per me, solo uno, per poter ripartire.
Così mi siedo ad una delle panche, mi guardo intorno. Visto da fuori, potrei sembrare assorto nella preghiera. Effettivamente, sto pregando, ma non mi sto rivolgendo a nessun Dio, non sto ripetendo nessun salmo.
Osservo i quadri, le statue, le volte e le cupole. Che secolo? E chi lo sa. So solo che tutta quella gente lì, che ci ha lavorato sopra per mesi e anni, che si è impegnata, che ha voluto lasciare un messaggio, ora è tutta morta. Cosa ci insegna, questo?
Non lo so. Non so tante cose. Questo silenzio azzera le altre voci e mi fa risentire la mia. Sapete, a volte me la perdo, in mezzo a quello che mi circonda. Sono uno che preferisce ascoltare, che di sè non dice mai niente. I miei amici pensano che lo faccia solo con loro. Non è così. Non parlo di me nemmeno con me stesso.
Ma ora sono in pausa, mi sono allentato la cravatta dell’anima e insomma sono lì, in quel silenzio pieno che si trova solo in una chiesa, in quella semioscurità dove comincio a vederci chiaro. Così le parole cominciano a venir fuori, rimbalzano sui marmi e le croci e mi tornano indietro, in modo che possa sentirle solo io. In quel momento, mi rendo conto che sono stanco. Che sto correndo da un pezzo in mezzo a genti e correnti storte, ma non è forse vero per tutti? No, non è solo questo. Sto correndo via da me stesso. Ecco. Già ci siamo.
In un attimo capisco che sono in una fuga disperata che sa d’evasione, e durante questa fuga strappo e porto con me pezzi di notte, frammenti di frasi, sorrisi svaniti all’alba, insonnie, progetti nati per crollare, felicità impossibili. La mia stabilità è stata la crisi, il mio momento buono è stato quello meno peggio, la mia salvezza è stata il peccato. Solo mentre cadevo mi sentivo vivo. E’ sempre stato così.
Avevo bisogno di sanguinare, per sapere che ero vivo. Dovevo camminare in bilico sul precipizio per capire cos’era l’equilibrio.
Scappavo da me stesso, perchè la ripetizione è la morte di tutto, perchè speravo di trovare un senso solo muovendomi di corsa, perchè non c’era tempo per fare niente e io volevo fare tutto. Mi mangiavo le parole perchè la lingua non stava dietro a tutto quel che avevo da dire. Non scrivevo da mesi perchè la penna ce la faceva a seguire le parole. Avevo bisogno di bruciarmi in una fiammata, e non pensarci più.
Ma siamo giusti. Non ero solo. Avevo accolto nella mia Notte senza Fine una persona speciale dagli occhi verdi, un fratello che ora era lontano, e poi erano entrati altri amici, altrettanto importanti. A loro non avevo che da offrire la mia confusione, le mie risate folli, i miei ragionamenti contorti e le mie montagne russe dell’umore. Loro, stranamente, sembravano accettarlo. Nel buio della cappella, decisi che era una cosa buona.
Mi voltai e loro erano lì, seduti in disparte. Mi lasciavano solo, perchè sapevano che lo volevo. Ecco perchè erano importanti.
Mi alzai e guardai un’ultima volta il Cristo che avevo davanti. Beh, grazie anche a Te per non aver detto niente, nel mio delirio di riepilogo.
Mi avviai verso l’uscita, passando davanti ad un confessionale. Da psicologo, quella sarebbe tecnicamente la concorrenza. Magari dovrei lasciare dentro qualche bigliettino da visita. Non si sa mai.
C’era una parola sul confessionale. PECCAVI. Ci pensai un po’ sopra e poi uscii e mi lanciai di nuovo tra la folla, pronto a fuggire nuovamente, a peccare nuovamente. Ma stavolta il peccato, mi sa, me lo faccio fare doppio. E senza ghiaccio.
Buona Notte a tutti.

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Quando le emozioni si lasciano toccare..