giovedì 21 ottobre 2010

UN PRODOTTO DI QUALITÀ È LA MIGLIORE PUBBLICITÀ

Ho in mano un libro di F.C.Verrina. È un copywriter/tante altre cose che ha scritto un libro sul FARE PUBBLICITÀ (questo il titolo). L'ho comprato per approfondire le mie conoscenze sulle tecniche, i meccanismi e gli effetti del mondo della pubblicità. Questo per dire che non sono uno che compra i libri perché è un sapientone e vuole solo criticare gli autori.
Però in questo caso non potevo non incavolarmi. Lo ripeto: più che quello di un critico, il mio giudizio è quello di un consumatore che ha acquistato a prezzo pieno un prodotto fallato, viziato. Quello che mi spinge a dire la mia non è un dibattito culturale sulla divergenza di opinioni tra me e l'autore in materia di pubblicità. Quello che muove le mie accuse è semplicemente - lo dico terra terra - il rodimento di culo di chi si accorge di aver preso una fregatura, di essere stato trattato senza rispetto.

Veniamo al fantastico fenomeno del BOOK ON DEMAND, o del PRINT ON DEMAND.
Oggi va molto. Le moderne tecnologie di stampa hanno diminuito moltissimo i costi di pubblicazione, abbattendo il muro tra l'autore e la pubblicazione. Case editrici e società che offrono servizi editoriali hanno così solleticato l'orgoglio delle centinaia di autori all'ombra, dicendo loro "Ehi dai! Davvero hai scritto un libro? E non te l'hanno voluto pubblicare? Che cattivoni! Tranquillo. Ci pensiamo noi!". In realtà ci pensi tu, nel senso che la pubblicazione te la paghi tutta tu. È BOOK ON DEMAND, mica beneficienza.
Sta avendo successo perché non siamo più il paese dove tutti sono allenatori. Ora tutti siamo tutto. Soubrette parlano del testamento biologico, pastori eletti sindaci investono i soldi dei comuni  in derivati finanziari. Tutti parliamo di tutto, e chi vuole scrivere scrive di tutto. È la tv, è internet, sono i blog. SIAMO NOI.
Non ricordo più chi mi ha detto che TUTTI DOVREBBERO SCRIVERE, MA SOLO POCHI DOVREBBERO PUBBLICARE.
Be' il BOOK ON DEMAND si scusa davvero tanto con la qualità generale dei suoi prodotti, ma DOVEVA liberare questi poveri autori, vittime delle crudeli case editrici, schiavi delle loro insicurezze creative.

Ma ora torniamo a FARE PUBBLICITÀ, che prendo ad esempio ma che non sono affatto sicuro costituisca un caso isolato.
Nella mia breve esperienza pubblicitaria mi sono accorto che il "fumo" che l'advertising spara negli occhi dei consumatori dà qualche risultato solo quando è supportato da un "arrosto" reale e concreto che ha un sapore quantomeno accettabile.
Insomma il potere del passaparola. Un consumatore davvero soddisfatto vale da sé mezza campagna pubblicitaria.
Ecco, questo è il punto.
IO non sono soddisfatto del libro. Del prodotto. Il mio giudizio è dovuto ai frequenti refusi nei quali mi imbatto durante la lettura. Una vergogna.
Un libro che a leggerlo ti viene voglia di prendere penna rossa e segnare, segnare, segnare. Ci sono parole dove l'ultima lettera diventa inspiegabilmente grassetto, ci sono "sé" senza accento. Cosa non c'è? Gli articoli, a volte.
Verso la fine c'è una foto dell'autore. Sotto la foto c'è la sua massima. "La creatività, più che arte, è abilità: è come riuscire a mettere il dito in un occhio a moscerino senza fargli male".
Manca qualcosa, secondo voi? Ci metti pure la faccia sopra una frase del genere? Ma cristo santo non potevi rileggerla? Forse un russo parlerebbe così. Ma se dovesse scrivere un libro, probabilmente, quel polacco si farebbe aiutare da qualcuno.

Alla faccia del SOGNO DI PUBBLICARE UN LIBRO. Voglio dire, quanto si deve essere superbi per non rileggerlo e farlo rileggere più volte, visto che deve essere pubblicato? No, la questione è molto semplice. "Io ho i soldi, io me lo produco e me lo pubblico".
Ma allora, visto che è un tuo sogno, ora che lo hai realizzato rimettitelo nel cassetto, no?

Mi vengono in mente le tante persone di talento che trovano la strada sbarrata dal mercato. Tutti i settori sono saturi.
Ma attenzione, all'interno di ogni settore c'è gente che fa le cose a cazzo. E se invece è competente? Io dico MOLTO PEGGIO. A quel punto dovrebbe solo metterci un po' di impegno. Affidarsi a qualcun altro, magari. E invece no. Nel paese delle raccomandazioni gli errori si pagano, ma li pagano solo quelli in fondo alla catena, quasi mai gli stessi ad averli commessi.
Mi viene in mente un amico che ha scritto un romanzo che leggo quando posso, alla ricerca di errori. Gli faccio questo favore, alla stregua di altri a cui l'ha dato, ben sapendo che non sono un correttore di bozze professionista, né tantomeno un editor.
A volte ne trovo, di errori. GLI ERRORI SCAPPANO SEMPRE.
Però attenzione, lui ha già superato la quarta stesura. Insomma ci dà dentro di labor limae. Il punto è che se controlli puoi legittimamente dire che quell'errore ti è SFUGGITO. Se non gli dai la caccia, a cosa sarebbe SFUGGITO mai?
Se questo amico avesse i soldi e non fosse un esordiente, ma sopratutto se avesse una faccia da culo grande come il mondo, potrebbe pubblicare il suo romanzo domani stesso, e vederlo esposto alla FELTRINELLI.
E invece no. Lo legge e lo rilegge. Lo controlla e lo ricontrolla. Lo ha scritto e poi lo ha imparato a memoria, e adesso lo gira a qualche amico perché sa bene che usare solo i suoi occhi non lo aiuterà più di tanto.
Non vi pare un idiota? Come mai il BOOK ON DEMAND non è riuscito a liberarlo?
No, è solo umile. Sa che un libro pubblicato, indipendentemente dal canale, deve essere ogni volta la migliore opera possibile. Come si scrivono i "sì"? E i "be'"? Non è che ho sbagliato un congiuntivo? Non è che magari ricontrollo il grassetto? Non è che magari dovrei avere un dizionario vicino, quando scrivo? Così, tanto per chiarirmi i dubbi...
Questi sono veri i dilemmi di chi crea, di chi materialmente scolpisce un'opera non solo per se stesso. L'utopia della perfezione, alla quale bisognerebbe cercare di avvicinarsi.
L'artista dovrebbe essere sicuro, ma non spavaldo. Umile, non timoroso.


http://www.lafeltrinelli.it/products/2120004713206/Fare_pubblicita_nell%27epoca_del_sesto_senso/Verrina_Francesco_Cataldo.html?prkw=fare%20pubblicit%C3%A0&srch=0&Cerca.x=16&Cerca.y=10&cat1=&prm=

4 commenti:

ex-tension ha detto...

L'hai detto. E' il dovere di chi scolpisce un'opera non solo per se stesso.
Ma guardati attorno, Edoardo. Questo è un mondo in cui tutti parlano e nessuno ascolta. Gente che guida senza mai guardare nello specchietto retrovisore, come fosse sola al mondo.
E' un mondo distratto e sfuggente, spesso pago dei suoi onanismi, collettivi e generalizzati.
Miliardi di voci sul web gridano "sono qui, sono qui!". Miliardi di persone che hanno almeno un talento in tasca da spendere, per affermare di esistere.
A questo rispondono i libri on demand. Versione aggiornata della tipografia in crisi che stampava per te mille copie, te le faceva pagare, te ne dava venti gratis per gli amici e ti illudeva che le altre sarebbero andate via come il pane, diosacome.
Ma anche l’uomo ignoto che mise per primo in piedi un dolmen aveva la stessa ambizione. Esistere, anche dopo di sé.
Il vero scandalo non risiede però nell’illudere un’ambizione. Semmai sta nel coltivarla scavalcando a piè pari la responsabilità di sostenerla, agli occhi dell’universo mondo.
Gli strumenti del "fare arte" sono più che mai a disposizione di chiunque e chiunque, solo possedendoli, pensa di essere per questo artista. E tanto basti.
L’espressione cosiddetta artistica, e da tempo, si è chiusa nel suo dorato solipsismo: l'artista si esprime, sbadigliando o smanettandosi sulla sua tela. Poi se tu non lo apprezzi o non lo capisci, beh, quello è un tuo problema, lui mica ti deve spiegare niente. Non lo fa per me, lo fa per sé.
Così il discorso artistico finisce col rivolgersi solo a se stesso, e senza critica si imbarbarisce. Senza dialogo si impoverisce, come un vecchio vedovo non si rade più, e nemmeno si cambia le mutande.
Da qui l’incuria, e la sua arroganza, narcisistica e solitaria.
Questo è il tempo in cui il complemento di specificazione, molto più del suo soggetto, si arroga il diritto di reggere il verbo, dove i verbi servili, per una malintesa interpretazione di democrazia grammaticale, non soggiacciono più alla coniugazione degli ausiliari, dove, morto il congiuntivo, ci si limita ad un presente, od al massimo un imperfetto, e spero si intenda la metafora.
Altro che refusi. In questa assenza di cura, di rispetto per chi riceverà il mio prodotto, c’è un’intera visione del mondo.
Di’ al tuo amico, quello che legge e rilegge, che lo amo già, solo per questo.

GianKa ha detto...

non lo so,
mi sembra tutto un discorso inutile, uno sfogo?
critica alla possibilità?
il demand non aggiunge nulla, ma permette di fare meno tirate rispetto alla stampa tradizionale.
La critica a chi è rivolta?
se lo scrittore pubblica stronzate se ne assume le responsabilità e si becca insulti e critiche, quindi? ma poi prima di comprarlo non hai letto una decina di pag per capire il livello? ultima domanda, ma almeno le teorie e le idee del libro erano interessanti?

Edoardo ha detto...

Caro GianKa, innanzitutto mi preme ammettere che non sono stato così ligio come tu hai osservato bisognerebbe essere. Ero in fase di sperimentazione del meccanismo "acquisto online" e non mi è passato per la mente che non potevo sfoglierlo, prima di comprarlo.
Per quanto riguarda il resto, hai pienamente ragione sul discorso del consumatore, che in fondo può prendere una fregatura salvo dare un feedback negativo sull'autore (che nel caso in questione è anche il produttore, l'editor e quant'altro). E in effetti il mio post è prima di tutto uno sfogo e un feedback negativo, una cattiva pubblicità (come il titolo stesso dice).
In seconda battuta, criticavo soprattutto la responsabilità non solo del consumatore, ma del produttore stesso. Scrivere un libro è una responsabilità. Se non vogliamo assumerla verso gli altri, perché magari siamo artisti incompresi, dobbiamo farlo verso noi stessi. Verso quel "codice" comunicativo (rifacendomi all'ultimo post di MARCO) che permette di trasmettere il contenuto. È qui che la superficialità e lo scarso impegno nascondono la superbia, è qui che al di là della spesa resta l'amaro in bocca. Perché magari c'è chi ci mette molto impegno, davvero molto di più, ma vuoi per i mezzi o per il nome (in parte è un "mezzo") non ha la possibilità di trasmettere le proprie idee, il frutto - comunque - della sua vita.
Detto questo il libro è, per un semidigiuno di pubblicità come me, abbastanza interessante.

GianKa ha detto...

Io la penso come te :D, ma anche no, il mio problema è questo, non riuscire a prendere posizione. Da un lato soffro il pressapochismo, la mancanza di professionalità e il tutti sanno fare tutto dall'altro però amo ogni forma di "espansione di libertà" o "entropia di possibilità"...