giovedì 28 ottobre 2010

Sometimes you can't make it on your own





Sulla Freeway non si vede niente. Colpa della pioggia. Non ha smesso un attimo, da quando siamo partiti. Un giorno poco australiano, ma in qualche modo ci sta con quello che stiamo facendo.


Reg, il padre della mia ragazza, è alla guida. Sam, il figlio, è dietro che dorme. Ieri è tornato alle quattro. Lavora ad un pub, e ancora ha addosso la puzza di birra vecchia e sudore. Il deodorante, per fortuna, fa il suo dovere.


Siamo in viaggio da due ore sotto la pioggia martellante. Quando vede il cartello che indica l’uscita per Newcastle, Reg mette la freccia e gira. Mi mostra i vagoni lunghi, interminabili, alla nostra sinistra, pieni di carbone. Una delle cose per cui è famosa Newcastle, sai? No, non lo sapevo. So però che non siamo venuti fin qui per il carbone. Grazie a Dio, aggiungerei.



Giriamo a lungo, e tutto quello che abbiamo davanti è grigia periferia sotto un grigio cielo. Non c’è molto da dire al riguardo, non c’è nemmeno molto da ricordare. Eppure Reg parla, parla, parla. Erano giorni che non lo vedevo così attivo. I pensieri tristi, che questa pioggia gioca a stuzzicare, sembrano messi da parte. È il suo viaggio, questo. È giusto che sia così.



Arriviamo nel centro di Newcastle. La situazione non sembra cambiare granchè. Questa città, come mi ha ripetuto mille volte Reg, era il primo porto in Australia. Di sicuro, guardando dal finestrino bagnato, penso che qualcosa deve essere andato storto. Sam si sveglia, si stiracchia e guarda fuori anche lui.


“Merda, questo posto è morto e stramorto” dice.


“Sta passando solo una fase” dice Reg.


“Questo posto è deprimente” dice Sam.


E ha ragione. Case in mattoni rossi sotto il cielo cupo, strade vuote, negozi chiusi, porte sbarrate, palazzi abbandonati. Questa è una città che ha mollato. Fa venire voglia di mollare anche a te. La pioggia non aiuta.



Ci fermiamo davanti ad una costruzione abbandonata, tanto per cambiare. È lì, dice Reg, che sua madre aveva il suo night-club per italiani, negli anni ’50. Guardiamo dal finestrino mentre piove, facciamo qualche foto, ripartiamo. Reg ci racconta un po’ di storie. Ha avuto una vita avventurosa, piena. Anche il suo rapporto coi genitori è stato pieno, anche se più di cose negative che delle altre. Ora però mi racconta solo quelle positive. Le altre le so, le sa, le sappiamo. Ce le ricorda questa pioggia, questa città deserta, questo viaggio.



Ci fermiamo davanti ad un palazzo diroccato, con le crepe dell’unico terremoto della città.


“E’ lì che vivevamo” dice Reg.


Siamo sul marciapiede, ci stiamo bagnando e abbiamo freddo. Reg guarda in alto, racconta una storia, un’altra ancora. C’è tenerezza nel suo sguardo, c’è una risata sincera nella sua voce. C’è commozione nel suo ricordo.


Prendiamo un caffè in un bar lì sotto. Il caffè fa schifo. Ripartiamo.



Dopo essere passati davanti al mare in tempesta, alla casa dello zio campione di rugby e a quello ubriacone, alla zia gentile e a quella stronza, ci fermiamo in un pub della zona per mangiare. Ordiniamo anche una bottiglia di vino, e tutti siamo ben lieti del bicchiere che abbiamo davanti. Beviamo guardando le gocce sul vetro dell’ingresso. Chiunque conosce Reg, sa che è una persona solare, leggera, spiritosa. Eppure anche le persone solari, leggere e spiritose hanno brutti ricordi, fanno brutti sogni la notte, soffrono di insonnie e cattive digestioni, e a volte si sentono perse. Capita. Sarebbe assurdo se non capitasse.



“Tutto è diverso” dice Reg, mentre passiamo dalla vecchia scuola che è diventata una caserma, dal negozio del padre che è diventato un take-away thailandese. La sua intera infanzia, adolescenza, quello che era e che lo ha fatto diventare quello che è, è qui davanti. Niente di patetico, non vi fate strane idee. Guardiamo fuori dal finestrino mentre diciamo queste cose, e subito dopo spariamo qualche cazzata per sdrammatizzare. Sam ci fa ridere. Reg non capisce Sam. Il padre di Reg non capiva Reg. È la stessa faccenda, ripetuta sempre e sempre. Non per questo ti sembra meno ridicola o dolorosa.



Le parole di Reg hanno funzionato. Piano piano cancelliamo via la Newcastle abbandonata, e torniamo a quella di tanti anni fa. Nessuno di noi è a favore di questi viaggi della memoria, eppure cose così servono. Ogni tanto, cazzo, servono.


Sarebbe assurdo se non servissero.



Passiamo davanti al pub dove il padre di Reg ha passato gli ultimi anni della sua vita. Aveva già divorziato dalla madre, e viveva con una donna che è ancora qui, due strade più giù del pub. Passiamo davanti alla sua casa senza dire niente. Le cose positive da dire su suo padre sono finite. Forse Reg sta pensando a quelle altre.


Sarebbe molto meglio se non ci fossero.



L’ultima parte del tour è la casa dei nonni. È qui che Reg ha passato un periodo importante della sua vita. Sono successe cose. Qui si è rifugiato, in tempi in cui questa pioggia sembrava venir giù ogni giorno.


“Andiamo dentro?” dice.


“Ok” fa Sam.


So che non scherzano. Ci vive altra gente, adesso, ma questo non ha fermato Reg dal farlo altre volte. Suonare, chiedere ai nuovi inquilini se può visitare la casa e quelli gli dicono di sì, mentre si grattano la testa e cercano di trovare un senso.


Ma stavolta è diverso. La macchina è ferma e noi tre siamo dentro a guardare. Guardiamo quella casa, chiusi in una macchina tempestata dalla pioggia battente. Osserviamo le ampie finestre, quel colore giallo, chiaro, vivo. Non parliamo, solo il rumore delle gocce. È una bella casa, accogliente. Le finestre devono creare un’atmosfera calda, luminosa, là dentro. Di sicuro, lì dentro si sta bene. Tutti vanno d’accordo. Tutti sanno di poter contare sugli altri. Niente di male può succedere. Non ci sono grida, liti, abbandoni. Non ci si distrugge a vicenda. Sì, si sta bene lì dentro. Ce ne convinciamo in silenzio, ognuno a modo nostro, mentre restiamo lontani, chiusi in una macchina sotto la pioggia, incapaci di dire qualcosa.






(Questo post è dedicato a tutti quelli in lotta coi loro padri –voi sapete chi siete. È dedicato anche a quelli che lo sono, ma non lo sanno –anche in questo caso, sapete di chi sto parlando.


E’ dedicato ai padri che si sono accorti tardi, ma almeno se ne sono accorti. E’ dedicato ai padri che sono ancora in tempo, e speriamo bene. E’ dedicato a chi quel tempo lo ha sprecato.


E’, soprattutto, dedicato ai figli. Perchè, se è vero che essere padri è una cosa complicata, essere figli lo è ancora di più.


A voi.)



1 commenti:

Anonimo ha detto...

cuore strizzato come da uno schiaccianoci.tutto il silenzio, le mezze parole, l'odore di macchina e di sam.la pioggia veemente.