mercoledì 4 marzo 2015

Retrogaming

Avevo resistito ad ogni tipo di nostalgia. Mi faceva un po’ senso e un po’ ridere, pensare che stavano cercando di vedermi il mio passato spacciandomelo per buono, con qualche fiocco piantato qui e lì. Di ricordi belli e brutti ne ho come tutti, ma ho assistito troppe volte alle degenerazioni a cui porta l’idealizzazione dei giorni che furono. Gente che allora sopravviveva giorno per giorno, maledicendo l’adolescenza e tutto quello che comportava, e adesso si incontra e dice –AH, QUELLI SI’ CHE ERANO BEI TEMPI!
Ma ognuno si sceglie la sua morte, e se riscrivere il passato serve loro a dormire la notte, amen.
Per quanto mi riguardava, resistevo ad ogni tipo di revival, di rigurgito vintage. Non me ne fregava niente di Beverly Hills o dei pantaloni a vita bassa. Soprattutto, non vedevo un NOI con cui identificarmi: i miei anni Novanta erano stati diversi, tutto lì.
Poi, qualche giorno fa, il mio amico Miky ha postato un articolo riguardante The Games Machine, la SECONDA rivista di videogiochi dei primi anni ’90. L’ho letto, ne ho parlato con lui, un discorso tira l’altro, e qualche ora dopo ero davanti al computer guardando tutorial su Youtube, per capire come minchia far funzionare l’emulatore (che, per chi non lo sapesse –come me prima- serve a far andare i vecchi giochi sui nuovi computer). Anche solo vedere il led del Dos, in attesa di istruzioni, è stata una scossa di –ahimè- nostalgia.

E dire che il Dos arrivava per me in una fase avanzatissima della mia intensa vita passata da videosmanettone. Ho vaghi ricordi di come il Commodore 64 fece la sua comparsa a casa mia, ma ricordo benissimo che sconvolse completamente il mio tempo libero. Era come se quel futuro visto tante volte in tv, fosse finalmente arrivato. Le ore infinite passate ad aspettare che caricasse la cassettina (e spesso non caricava bene e bisognava ricominciare daccapo). La tv che da un certo punto in poi impazzì e mi costrinse a giocare a International Soccer con lo schermo in varie tonalità di rosa. I floppy grossi come banconote degli anni Cinquanta. Le cassettine comprate all’edicola, con dentro 100 giochi 100, di cui 99 facevano assolutamente cagare, ma poi trovavi quell’unico giochino che sembrava essere stato messo lì dai programmatori solo per te, come un segreto condiviso con lo schermo rosa, e allora te lo portavi dietro per anni.

Alle medie arrivò l’Amiga, che sembrava andare anche oltre il futuro. Ricordo quel giorno di giugno, mio padre che sollevava la scatola ed io che vedevo quella tecnologia facendo oooh come i bambini di Povia.
Con l’Amiga, la mia carriera da videogiocatore entrò nella fase da scimmia in spalla. Con Miky, Gaetano e Giampiero passavamo i pomeriggi da Office al Duomo, a comprare floppy su floppy di giochi vecchi e nuovi stampati su liste in perfetto ordine non alfabetico. Passavamo così tanto tempo lì dentro che avevamo dato un nomignolo ad ognuno: il Rossino, il Gellaro, Dentone... Dopo il dominio delle console, erano arrivati gli anni del boom dei videogiochi per home computer. Per capirci qualcosa, un giorno all’edicola comprai il mio primo numero di K, poi Miky mi seguì a ruota.
K non era solo una rivista di giochi, ma parlava di un’intera filosofia di vita –quella che, senza saperlo, ci eravamo scelti al momento. Il mondo dei videogiocatori nei primi anni ‘90 si divideva tra chi aveva l’Amiga e chi il Pc, chi preferiva i platform e chi le avventure grafiche, perfino tra chi leggeva K e chi TGM (a tutt’oggi non ho capito come la gente potesse leggere quella merda di TGM), eppure avevamo tutti in comune due cose: una quantità ENORME di tempo libero, e la curiosità.
Avevamo resistito alle peggiori schifezze che ci avevano propinato, e adesso entravamo in un mondo fatto di Monkey Island, Populous e Sensible Soccer. Non giocavamo solo per occupare il tempo, e non ci concentravamo solo su un gioco. Volevamo scoprire, vedere, provare. Dieci anni prima non esistevano nemmeno, gli home computer, e adesso sulle schermo si vedevano delle opere d’arte.
Mentre la Russia cadeva, la Germania si univa e la Prima Repubblica in Italia si sfracellava sotto gli inizi di Tangentopoli, noi giocavamo. Tutto stava cambiando intorno, in un'epoca ingenua che stava imparando per la prima volta la malizia, e noi giocavamo. Nonostante le accese dispute sulle pagine di K tra video-alienati, noi non stavamo fuggendo. Sentivamo che tutto mutava, anche nelle nostre vite –piano, ancora molto piano- ma noi eravamo tutti presi dallo schermo. Non era solo un hobby. Ricordo la sensazione del provare un nuovo gioco, del non sapere cosa aspettarmi, di confrontarmi poi con gli altri. Era la stessa che provavo quando compravo un cd musicale -e a quel tempo, con zero moneta in tasca, li compravi col contagocce, prendevi solo QUELLI che volevi, e te li ascoltavi e riascoltavi fino a consumare il disco. Era una sensazione di SCOPERTA, di trovare qualcosa che fosse TUO e che parlasse direttamente a TE.
Alla fine pero' cedetti a quelli che dicevano che dovevo fare qualcosa di piu' serio della mia vita e smisi di giocare.

Eppure adesso, nel 2015, risfogliando online i vecchi numeri di K o giocando ai vecchi giochi sull’emulatore, vedo le cose in altra maniera. Forse abbiamo davvero passato troppe ore davanti allo schermo (e ancora nelle orecchie sento mia madre urlare che la cena è pronta da mezz’ora ed io, dieci minuti mamma, solo dieci minuti e arrivo...). Però sapete cosa? Ci stava. Quelli eravamo noi, o meglio, noi siamo stati ANCHE quello. Abbiamo solo fatto giochetti del cazzo, se volete, o abbiamo anche vissuto un momento stimolante della tecnologia mondiale.
E poi, in fondo, voi facevate qualcosa di più furbo?
No, non mi sentirete dire AH, QUELLI ERANO BEI TEMPI. Ma come detto prima, ho ricordi belli e brutti. Ricordo le ore passate con mio fratello, ipnotizzati da Populous o a scannarci con Dynablaster. Ricordo i pomeriggi passati con Miky e gli altri a casa di qualcuno di noi, a cercare di capire come finire quel cacchio di Indiana Jones 3. Ricordo le partite a Jimmy White Snooker con mio nonno, o quelle a Pinball Dreams con mio padre. Ricordo i tentativi con Miky di fare il gol definitivo a Sensible Soccer, massacrando un joystick dietro l’altro. Ricordo che l’influenza era solo una scusa per giocare a Cannon Fodder, e che non era Natale se non passavo il pomeriggio a cercare di finire l’ultima avventura della Lucas. Ricordo la lettera da spedire a K, sul fatto che Kick Off facesse schifo, che io e Miky abbiamo cominciato mille volte e non abbiamo mai finito. Ricordo che parlavamo dei redattori della rivista come fossero gente che conoscevamo davvero, e che ora ritroviamo su Twitter. Loro, a quei tempi, avevano l’età che abbiamo noi adesso.
Adesso, che sono passati venti anni da allora.

Venti anni prima di quel 1992, non esistevano (quasi) videogiochi. Ci sembrava un tempo immenso, che finiva in un passato così remoto da diventare preistoria.
Adesso che sono passati 20 anni, non sembra certo che siano stati pochi, ma nemmeno tanti come immaginavamo. A pensarci, è comunque un bel po’ di tempo. Ed è quello che mi manca davvero di allora (oltre a qualcuno che non c’è più): il tempo. Averne a disposizione così tanto come allora, senza sapere quanto prezioso sarebbe diventato. Il tempo a disposizione davanti, tutto quel cazzo di tempo, da usare costruttivamente o da grattarci la schiena, da accarezzare o da strangolare, da bruciare o da conservare. 20 anni, 20 cazzo di anni.
No, non sono stati bei tempi, ma sono davvero contento che ci siano stati, e che ci sia stata tutta quella gente insieme a me. Ogni partita è stata ben spesa, perfino a quella ciofeca di Double Dragon.
E poi c’è sempre tempo per parlare del tempo.
Ora scusatemi, vado a vedere che combina Guybrush Treepwood su quella cazzo di isola.

Never stop playing.

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