lunedì 8 ottobre 2012

Diaz, Freud e noi


Non possiedo una tv e vado al cinema due volte l’anno, ma ogni tanto guardo qualche film che ne vale la pena. Ieri mi è successo con “Diaz – Non pulite questo sangue”.

Premetto che, all’epoca dei fatti, non stavo seguendo il G8 da vicino. Ero distratto dai miei cazzi personali, che, prosaicamente, hanno sempre la meglio su tutto il resto. Però avevo sentito di Giuliani, dell’aggressione alla Diaz, ed in questi 11 anni ho seguito le vicende giudiziarie per quanto la scarsissima rilevanza sulla stampa me lo permettesse.
Il film non aggiunge molto a quello che già si sa, e che altri documentari passati in tv (quando ancora ne avevo una) hanno già mostrato.
Eppure ha l’impatto di un pugno nello stomaco. La telecamera segue diverse storie, racconta senza giudicare troppo, e poi viene investita anch’essa dalla raffica di manganellate di quel 21 luglio 2001.
La potenza di “Diaz” è questa: che, a prescindere dal proprio credo politico, dalle proprie opinioni su quei giorni, sui black block, sui no-global, sugli scontri, su zone rosse e via dicendo, ti trascina dentro quelle quattro mura, in una scuola buia con le pareti che piano piano si tingono di rosso neanche fosse un horror, e ti lascia lì inerme. Ti fa sentire come devono essersi sentiti quei ragazzi, col buio e le urla che crescevano e questa mandria accecata che colpiva tutto e tutti e cominciava a venire verso di te.
No, non dev’essere stata una passeggiata essere stati in quella scuola, quella notte.
Il film ti porta al di là del bollettino da guerra del giorno dopo, dei feriti e contusi (ma feriti quanto? contusi come?), in un panico crescente dove una parte della tua mente ripete che quello è successo realmente, e un’altra parte si rifiuta di crederlo. Si rifiuta di pensare che nel Duemila possa essere successa una cosa del genere.

Molti tirano fuori la storia del poliziotto buono e quello cattivo. Io ho avuto le mie esperienze, specie quando prestavo servizio in un altro territorio senza regole. Diciamo che ne ho incontrati più di un tipo che dell’altro. Anzi, quasi sempre di un solo tipo.
Ma queste distinzioni non m’importano. Come diceva De Andrè, bisogna star attenti a non diventare tanto coglioni da non capire più che non esistono, in fondo, dei poteri buoni. Il potere è (perdonate il bisticcio) sempre una sopraffazione in potenza. Presuppone che qualcuno stia sopra e qualcun altro sotto.
Il potere, una volta che c’è, ha connotazioni divine, sembra che sia esistito da sempre e che c’é perchè ci deve essere, e tutti devono accettarlo. La nostra democrazia si basa sull’esile assunto che chi riceve il potere DAL popolo, poi lo amministrerà PER il popolo.
Certo, come no.
Sono pero' perfettamente d’accordo sul fatto che quelli siano i tutori dell’ordine.
Bisogna poi capire di quale ordine si sta parlando.

Ma qui entra in gioco anche un altro valore del film, non coscientemente ricercato, ma legato invece alla vicenda in sè. Un discorso più inconscio, psicologico, quasi primordiale.
Vedendo il film, si capisce cosa accade qualora le convenzioni e le regole che ci siamo dati non sono più validi, e l’istinto è lasciato a briglie sciolte. Non più incanalato, non più legato alla necessità di trovare una giustificazione, viene fuori in tutta la sua potenza devastatrice. No, l’uomo non è un animale, per fortuna. Ma l’uomo è ANCHE un animale, e al momento giusto questa parte, sepolta sotto strati di superficiale civilizzazione, viene fuori, cieca e sorda, pronta solo ad auto-soddisfarsi.
Sparisce il rispetto, il senso dell’altro, l’etica, l’altruismo, sparisce tutto. Lo spregio per la vita umana del “nemico” contrapposta al farsi forza l’un l’altro, quel violento noi contro di voi, dove noi siamo quelli con la divisa e voi no, e questo in qualche modo ci rende diversi, ci mette sopra - ti fa capire come un fenomeno imcomprensibile della nostra storia recente come l’Olocausto, in fondo, non è poi così incomprensibile. Faceva leva sulla stessa parte inconscia, quella che aspetta sempre nell’ombra, la parte assassina che perfino le persone più miti portano con sè. Ed è questa la parte più sconvolgente: quelle persone che hanno fatto irruzione nella scuola non erano spietati serial-killer, nè torturatori di professione. Erano persone qualunque, che fanno la spesa, pagano le rate del mutuo e tifano per qualche squadra del cazzo. Si sono nascosti dietro la divisa per dare sfogo a quella parte che, solitamente, di solito tengono a bada come tutti noi.
In una scena del film, uno degli agenti discute divertito al telefono con la moglie del prossimo concerto di Ricky Martin –poco prima di dare vita a quella che lui stesso poi definì “macelleria messicana”. L’eclissi della ragione che si è abbattuta su quella sera è solo una mezza verità. Non erano ubriachi, non erano incoscienti: sapevano cosa stavano facendo, e la loro metà oscura, come la definiva Stephen King, stava dicendo loro come farlo.

Il tutto mi ricorda un esperimento di psicologia sociale degli anni Sessanta, dove si voleva studiare l’interazione di alcune persone con ruoli diversi, assegnati a caso. Un gruppo di volontari venne diviso in guardie e prigionieri, che dovevano recitare per pochi giorni, studiati dalle telecamere. Una specie di Grande Fratello, insomma.
L’esperimento venne sospeso prima del previsto. Si era visto che i finti prigionieri, calati nella parte, mostravano segni di depressione e abbattimento, mentre i finti poliziotti avevano cominciato ad essere violenti e vessatori nei confronti dei prigionieri. Ed era solo un gioco.

L’Es profetizzato da Freud si muoveva libero nei corridoi della Diaz, manganellando ragazzi con le braccia alzate, giornalisti, gente che non c’entrava nulla con niente, accanendosi, gridando, quasi ululando. Si parlerà di vendetta, ma quella non basta. Niente di quello che è successo là dentro può avere alcuna giustificazione logica.
In questo senso, è ancora più giusta l’indignazione per il fatto che, dopo 11 anni, i veri mandanti di quello schifo non siano stati ancora identificati e puniti. Loro erano fuori da quelle mura, erano quelli “a mente fredda”, e anzi sapevano bene cosa stavano andando a sguinzagliare dentro la scuola. Sono loro che, in tutta coscienza, lucidi, hanno premuto il famoso pulsante rosso. Sono loro che sono venuti la mattina dopo a spiegarci cos’era successo a telegiornali riunificati, a mostrare le finte prove, a insabbiare, a depistare, a mentire. Sono loro che continuano per la loro strada, impuniti, cambiando leggi e falsificando testimonianze. Sono loro che hanno fatto carriera, mentre i ragazzi della Diaz continuano a fare incubi.
Sono loro, che ci hanno governato con quel famoso potere sceso dal cielo.
Sono loro, che quella sera di luglio hanno scatenato il loro piccolo esercito contro un gruppo di ragazzi coi rasta, un’orda famelica che dimostrava che noi ammiriamo così tanto gli eroi perchè, forse, la vera natura dell’uomo, tolta la scorza, è quella del vigliacco.

No, non siamo tutti come quei poliziotti della Diaz, nè noi nè gli altri in divisa. Ma quella scuola è stata uno schermo su cui è stato proiettato tutto l’odio di cui l’uomo, in fondo a sè, è capace. Come la mettiamo allora con la parabola ottimista dell’uomo buono, dell’uomo che, anche nelle avversità, mantiene valori e affetti? Siamo davvero, come sosteneva il buon Sigmund, bloccati tra uno spirito primitivo, fatto solo di istinto, e un ideale che non potremo mai raggiungere? Cosa porta l’uomo a soccombere a quella parte di sè atavica e senza freni, e al contempo, cosa porta l’uomo a NON cedervi, qualora se ne presentasse l’occasione?
Cos’è che ci permette di guadagnarci quella U maiuscola davanti alla parola “uomo”?

Il discorso è lungo e complesso, religioni filosofie e psicologie ci si sono dedicati con risultati diversi. Questo film toglie un po’ di risposte di mezzo, lasciandoti solo in mezzo a troppe domande. Ti sfila di sotto le certezze sul nostro vivere civile, sulle nostre regole, sulla giustizia e anche sulla Giustizia. Toglie i vestiti a molte idee che avevamo e le lascia lì nude, in piedi contro un muro come quei ragazzi di Bolzaneto.

Perchè allora un persona dovrebbe pure pagare per assistere a tutto questo, per uscirne turbata com’è successo a me e alla mia amica, che ha pianto di vergogna per mezzo film?
Perchè sì, rispondo io. Perchè è importante e, come si suol dire, ci riguarda tutti. Perchè il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza. Perchè le certezze sono possibili sono dopo miliardi di dubbi, e anche allora sono solo di passaggio.
Perchè non bisogna dimenticare mai quello che siamo, e non dimenticandolo, possiamo lottare per essere persone migliori.
Perchè l’innocenza non è qualcosa che si perde, ma qualcosa che si può solo guadagnare –ma richiede tempo e sforzo.
Perchè uscire turbati dalla sala è segno che qualcosa pulsa ancora in voi, che non vi hanno tramortito l’anima, che siete ancora vivi. Ed è sempre bene controllare, di tanto in tanto.
Perchè l’animale non ha ancora vinto sull’uomo, ma per evitare che succeda bisogna stare sempre in guardia, bisogna riflettere e star male, bisogna portare avanti la propria personale rivoluzione, e non aver paura di ricominciare.
Perchè non deve vincere quell’Italia lì, quell’inconscio lì, quella gente lì.
Perchè essere uomini è un mestiere difficile, come diceva Hemingway, e solo pochi ci riescono.

Per tutti questi motivi, non perdete questo film.
E pensate, perdio pensate, non smettete mai di pensare.




1 commenti:

Cervello Bacato ha detto...

Guarda mi sono fatto parecchie domande anch'io guardando questo film. Un pungo allo stomaco vero è proprio è stato. Ricordo le scene in cui la polizia era lì lì per sfondare le porte della scuola, e il cuore batteva all'impazzata. Provavo paura anch'io, non oso immaginare chi c'è stato davvero lì... Riguardo l'abominevole comportamento dei poliziotti non so che dire. Certo erano in uno stato d'animo e di coscienza alterato, dovuto forse al lavoro che fanno, alle pressioni che subiscono e all'assuefazione alla violenza che ne consegue. Ciò non toglie che si siano trasformate in bestie. Vergognoso lo Stato Italiano poi, che per quanto riguarda le punizioni prese c'è da stendere una trapunta pietosa...