martedì 9 marzo 2010

From Stockholm with love...

Il mio racconto inizia poche ore prima della fine. Sono cose che capitano, quando passi la notte in aeroporto aspettando un aereo che partirà solo tra diverse ore e che ancora non è arrivato.

Ho questa immagine dei miei jeans. Ho appena detto loro addio. Hanno vissuto il loro tempo, all'altezza del cavallo si è fatto un buco che cresce col passare delle ore e in fondo nel trolley bisogna fare spazio per mettere quattro magliette comprate durante il soggiorno.
Ce l'ho lì in mano, quei jeans. Li guardo sorpreso, sorpreso dall'ora della loro fine che è arrivata così all'improvviso. Non l'avrei mai detto, che ci saremmo separati così di colpo, in Svezia, in un aeroporto a pochi chilometri da Nykoping e in mezzo alla neve.
Momenti significativi.
Non avevo mai pensato a come sarebbe stato il giorno in cui ci saremmo separati. Non lo volevo in un modo preciso, in fondo era solo un paio di jeans e di jeans è pieno il mondo. Però vederli lì tra le mani, in quel cesso fetido di piscio ma con più tecnologia della mia intera casa, mi faceva un certo effetto. Decidere la sorte di qualcosa, persino della più insignificante, è un potere immenso. Un potere divino che trascuriamo, presi dall'abusarne in continuazione. Stessa cosa col nostro destino. I nostri nonni e i nostri padri (ma parlo solo di alcuni, dei più fortunati) hanno sofferto, per avere anche una singola chance di cambiarlo e sentirsi liberi. Ora noi ne abbiamo migliaia e le usiamo addirittura senza accorgercene, ciechi al punto di non vederle e senza pudore al punto da lamentarci di non averne.

Svezia. Stoccolma.
Le strade sono larghe e belle. Qualche genio ha pensato che servisse spazio, alle persone, per vivere semplicemente la loro vita. Le macchine filano a non più di 50 all'ora, ma l'idea è che nessuno faccia tardi per colpa del traffico. E cosa dire di quelli (tanti) che se ne vanno in bicicletta a -8° come se fossero in un assolato dipinto di un pomeriggio lungo una costa meridionale italiana? Sono vestiti più leggeri di me, e se la pedalano tranquilli e sicuri su percorsi tutti loro, con tanto di neve e ghiaccio, che arrivano spesso dove le macchine non possono andare. In bici portano la posta, i pacchi, le cose della vita.
Qui se pensi di consegnare oggetti in bicicletta ti chiedono se sei matto o cosa. E in fondo hanno ragione. Ma non per la pioggia, per il vento, per le salite, come dicono loro; bensì per gli automobilisti stressati e scattosi che ti metterebbero sotto per guadagnare un pugno di metri, per l'aria irrespirabile che ti condanna più di tre vite da fumatore incallito, per le buche sull'asfalto che se ci cadi è meglio se hai fatto testamento.
Certo che noi però siamo di più. Sia in Italia piuttosto che in Svezia, sia a Roma rispetto a Stoccolma. Se il problema fosse davvero solo questo, auspicherei una drastica diminuzione delle persone attualmente in vita.
Gli autobus sono più larghi, e messi tutti assieme inquinano meno di uno solo de nostri. Anche qui forse dipende dal fatto che la zona centrale di Stoccolma fa circa 800mila abitanti, un po' pochini. Eppure hanno tanti autobus quanti ne abbiamo noi. Che se ne fanno, però? Se ne fanno che ci mettono più posti riservati. Magari agli anziani, ai portatori di handicap (ops, pardon..i diversamente abili), alle mamme e ai papà coi passeggini. Questo se ne fanno. Che se entra una donna con un passeggino, chiunque stia in piedi nella parte centrale dell'autobus si sposta e glielo fa parcheggiare. Magari non è così stupido, che il trasporto pubblico pensi prima e soprattutto a chi, per un motivo o per un altro, ha bisogno di una comodità in più. Chiedete a una mamma italiana perché prende la macchina, per portare il suo bimbo al parco.
Le metro? Qui parlare sarebbe davvero inutile. Dirò solo che venendo da dove vengo, basta che io veda qualcosa che funzioni e penso subito che sia perfetta.

Per strada le persone sono prese come tutti dalla loro vita. Magari alcuni di quelli che incontri hanno mille impegni, giri commissioni incontri di lavoro figli da andare a prendere a scuola, ma non sembrano mai afflitti. Come non lo sono dal freddo, che è tanto. Invece qui se la temperatura scende sotto lo zero, la nonna chiama dando l'emergenza, i tg urlano alla catastrofe e i riscaldamenti delle case vengono portati a 3mila gradi.
Hanno tutti uno sguardo più sereno, più leggero. Pare che la vita non pesi come da noi. Sarà che tutti lavorano e fanno bene il loro lavoro, e poi si scelgono come capo qualcuno di altrettanto serio e capace. Anni luce di distanza, eh? Eppure in aereo bastano meno di tre ore.

Gli svedesi.
Sono distinti, hanno una dignità che da noi forse è andata via negli ultimi anni o forse non c'è mai stata. L'idea è che seppure da loro ci fossero 30 gradi, le ragazze non sceglierebbero di mostrare il tanga dai pantaloni calati e i ragazzi non perderebbero tre secondi ogni dieci a tirarsi sopra il culo i pantaloni che hanno comprato apposta perché gli scendessero.
Magari stanno un po' troppo sulle loro, ma è anche bello vedere che un ragazzo non faccia continui commenti sulle tette o sul culo di una ragazza, magari in gruppo e magari ad alta voce. Dignità per lei che non si imbarazza, ma soprattutto per loro che si dimostrano diversi dagli animali, non solo per la loro postura eretta.
Le ragazze (con le dovute eccezioni) hanno capelli dorati e occhi chiarissimi, del colore di un cielo che io non ho mai visto ad altezza umana.

Gli italiani.
Mediamente li riconosci da lontano perché sono mori, o perché ne senti la voce nonostante cento metri di distanza. Al museo sono quelli che commentano ogni cosa e ogni altra persona, ma soprattutto sono quelli che portano anche al chiuso occhialoni fascianti e lo zaino viola coi teschi, convinti che sia una moda di nicchia.
Insomma sono quelli che non si contengono in casa, in patria, e che non hanno motivo quindi per farlo quando vanno a casa degli altri. Sono quelli a cui manca il concetto stesso di "contenimento". Quello giusto, quello che ha a che fare col rispetto per gli altri.
Sono i quattro ragazzi che al supermercato fanno in italiano battute volgari alla cassiera, sghignazzando perché lei non può capire. Non pensano che una ragazza svedese non sappia che farsene, dell'italiano. E non solo nel senso della lingua. Non pensano nemmeno che se in Italia qualcuno chiedesse loro qualcosa in inglese, loro ne capirebbero ancora meno di lei con l'italiano.
Sono le cinque ragazze che sul pullman per l'aeroporto guardano la città che si allontana e dicono di stare quasi per piangere, che però sono felici perché almeno a casa riabbracceranno il gatto. Dicono "Stoccolma non è un addio, è un arrivederci", dicono malinconicamente "Dasvidania". Sono sempre queste ragazze, che al controllo bagagli fanno avanti e indietro sei volte, ogni volta togliendo dai trolley una sola maglietta e poi supplicando lo steward di chiudere un occhio. Le LAGNE, più che le LASAGNE.

Per questo abbassi la voce, per questo non vuoi far capire che sei italiano. Non per paura di essere vittima di un pregiudizio, ma perché non vuoi che tali tipi, tuoi fieri connazionali, ti riconoscano e ti parlino. Allo svedese speri di risultare, almeno per un filo, diverso. Magari mostrandoti semplicemente più garbato ed educato. In fondo basta poco.

Il mio racconto in fondo è una cartolina. Di quelle dove si vedono i canali e le imbarcazioni ormeggiate, la neve per le strade e sull'acqua ghiacciata, la skyline dei palazzi e dei grandi negozi, le facce degli abitanti che camminano per le vie. I cappotti non troppo pesanti, i capelli alla moda, le scarpe leggere, gli zucchetti, le calze e le minigonne.

Sono ancora all'aeroporto.
Lo shop sta per chiudere e io ho ancora qualche corona da spendere. Alla cassa c'è una ragazza con i capelli a cipolla.
Decido, butto i jeans. In fondo è vero, mi serve spazio nel trolley e conservare un paio di jeans bucati non avrebbe senso. Solo per buttarli dopo a Roma, poi.
Se il cuore fosse un trolley, la vita sarebbe più facile. Potresti togliere e mettere, magari facendo attenzione e un po' di fatica a tenere tutto ordinato. Ogni volta che hai una nuova persona o una nuova emozione, basterebbe tirare la zip e buttarne una vecchia. Quella bucata, quella più usata, quella di cui potresti fare più facilmente a meno o quella che hai lì da più tempo. Col cuore invece è diverso. Hai sempre l'idea che si possa fare un po' di spazio, per quella nuova maglietta. Magari spingere in fondo qualcos'altro, ottimizzare meglio lo spazio occupato. Col cuore ogni volta hai idea che possa entrarci di tutto.

Li butto, basta. Se no il cambio per le emergenze che me lo sono portato a fare?
Scivolano nel contenitore per l'immondizia generica e sento quasi un nodo alla gola.


(E.Sorani)


2 commenti:

mary ha detto...

il concetto di buttar via non mi appartiene molto..io sono il tipo di persona che conserva ancora più di un jeans bucato..ho fatto spazio a delle cose nuove..ma spesso non riesco a sistemarle nel modo giusto..sono stufa però di fare sempre acquisti sbagliati..

Edoardo ha detto...

Il problema non era che fossero semplicemente bucati, ahimé. Portavano un pericoloso spacco all'altezza dell'inguine, offrendo una vista generosa (che cresceva ad ogni passo) sui boxer. E sì, magari il punto è che mettevano solo più in luce le mie vergogne, ma l'ho presa sul personale e li ho lasciati lì, dove forse avrei voluto restare anche io. Loro almeno potevano permetterselo.