giovedì 18 maggio 2017

Nel sogno - II parte: nato per rubare rose



Nel sogno mi trovavo in giardino. Era quello di casa, ma allo stesso tempo era troppo vasto per esserlo. Più che vasto, sembrava dilatato. Ogni volta che ne fissavo i contorni, parevano essersi spostati rispetto alla volta precedente. Solo le buche nel prato, le imperfezioni della staccionata me lo ricordavano, come se fosse una versione migliorata del mio giardino.
Un cane era legato alla staccionata, vicino al palo dove stendiamo i vestiti. Il palo era vuoto, nudo come un albero in autunno, con braccia metalliche supplicanti sotto un cielo colloso. L’aria era ferma, la luce uguale e senza colore. All’inizio pensai che fosse il mio cane, ma capii quasi subito che mi ero sbagliato, e mi diedi anche dello stupido per averlo anche solo pensato –come quegli abbagli del sogno, di cui quasi non registriamo memoria. Questo cane era molto più grosso del mio, non ne conoscevo la razza ma era massiccio senza essere grasso. Se ne stava tranquillo, a differenza del mio cane che è sempre in movimento. Quando mi vidi, cominciò a venire verso di me, finchè la corda che lo legava alla staccionata non arrivò al massimo. A quel punto ebbe un sussulto, che fu più di sorpresa che di dolore, e ricadde leggermente all’indietro. Era come se, per un attimo, avesse dimenticato della corda, e adesso la stesse ricordando all’improvviso.
Mi avvicinai con cautela, non sapevo come avrebbe reagito. Il cane invece restò lì, fermo. Quel tentativo sembrava aver esaurito ogni sua energia, perfino ogni sua gioia. Se ne restava lì, immobile e infelice. Ora che ero più vicino, potevo studiarlo meglio. Aveva un corpo voluminoso, ma non eccessivamente. Più che altro, pareva capace di scatti possenti a giudicare dai muscoli delle zampe posteriori.
Era un cane nato per correre, e adesso se ne restava mogio alla catena.
Un corpo atletico, scattante, e poi gli occhi più tristi che si potessero immaginare in un cane. Ci fissammo per qualche secondo, l’uno perso nello sguardo dell’altro. Una volta una mia amica mi avevo detto che avevo occhi da cane triste, intendendo farmi un complimento, ma il cane adesso mi batteva. Era come se tutta la sua consapevolezza di sprinter lasciato lì a marcire fosse nel suo sguardo, che non dava tregua. Dovetti spostarmi dal suo sguardo, non riuscivo più a reggerlo.
Fu allora che vidi la corda che lo teneva legato alla staccionata. Notai che il cane l’aveva mordicchiata nella parte vicina al suo collo, che era quella più spessa. La parte restante della corda, più vicina alla staccionata, era molto più sottile. Pensai che, se solo il cane l’avesse capito, avrebbe potuto mordere quella e liberarsi.
Il cane, però, non lo sapeva.
Lo fissai ancora un po’. Il cane restava immobile, come vinto da qualcosa che gli sembrava troppo più forte. Solo una volta camminò un poco, parallelamente alla staccionata. Andò verso alcuni soffioni che spuntavano dal prato, proprio come nel mio giardino. Da piccolo mi piaceva soffiare forte e far volare quelle minuscole stelle bianche nella luce del sole. La corda del cane decapitò alcuni soffioni, e le stelle bianche si sparsero sul terreno. Il cane si fermò di nuovo, e dopo poco cominciò a dormire.
Nel sogno il giorno diventò notte in un battito di ciglia, come spesso accade. Il cane non c’era più e mi trovavo ancora in giardino. Notai che, nell’angolo più lontano, si intravedevano delle forme rosse nell’oscurità. Mi avvicinai e vidi che si trattava delle rose del vicino. Nel sogno mi chiesi come mai non ci avessi mai fatto caso. Erano semplicemente bellissime. Perfino nel buio sembravano avere una loro luce, col rosso che si stagliava perfettamente nella notte. Anche a quella distanza ne potevo sentire il profumo, che era potente e miracoloso come mai avevo sentito prima di allora. Capii che dovevo prenderne una e mi incamminai. Nel farlo, mi sentii molto inquieto. Non solo erano nell’angolo più lontano e più difficile da raggiungere, non solo appartenevano al vicino e non a me; sentivo che, se mi fossi fatto sorprendere a cogliere quelle rose, qualcosa sarebbe successa. Qualcosa per niente piacevole.
Mi bloccai, incerto sul da farsi. Le guardai da lontano, ne ammirai quella bellezza rara, consolante. No, dovevano essere mie.
Mi avvicinai con circospezione. Non c’era anima viva in giardino, ma sentivo lo stesso che potevo mettermi nei guai. Ero costretto a muovermi come un ladro, nascondendomi alla stessa luna che pendeva su di me. Non potevo farne a meno, perchè solo a vedere quelle rose sentivo un pizzico in fondo alla gola, come di eco di un pianto per qualcosa di troppo bello da poter sopportare. Esistevano solo le rose, e solo le rose potevano riportarmi all’esistenza.
Mi avvicinai con calma, mi guardavo sempre attorno, col cuore in gola per paura che qualcuno mi potesse cogliere sul fatto. Sentivo il peso dell’ingiustizia: qualcosa di così bello che mi veniva proibito. Finalmente fui a un passo dal cespuglio. Mi guardai attorno un’ultima volta. Le case erano al buio, ma sapevo che da lì a poco si sarebbero accese tutte le luci, i cani avrebbero cominciato ad ululare, le porte a sbattere. Non m’importava. Con un gesto rapido, vergognoso ma deciso, estrassi la mano dalla tasca e la usai per strappare uno dei fiori, il più vicino. Poi, dopo aver rubato le rose, ritornai nella parte illuminata del giardino.
Nel sogno le rose sparirono, come aveva fatto il cane, e restai da solo di fronte alla casa immersa nel silenzio. No, non era propriamente silenzio: anche se c’ero solo io, sentivo come una presenza densa, tutto intorno a me. Erano vecchi discorsi, vecchie chiacchiere, vecchie parole che io e altri avevamo detto in quel giardino. Erano intorno a me, indistinguibili ma facili da avvertire, come un tonfo sordo. Sembrava il palcoscenico di un teatro alla fine di una rappresentazione, con le luci spente e gli attori e il pubblico ormai a casa. Nell’aria si sentiva ancora la loro presenza.
Mi incamminai verso la casa. Passai accanto al vecchio edificio della lavanderia, con la finestra sfondata come nella realtà. L’interno era immerso nell’oscurità. Dal momento che mangio film horror a colazione, mi aspettavo che da un momento all’altra passasse di tutto da quella finestra –un demone inquieto, un fantasma distratto, uno zombie sperduto, una presenza malvagia. Invece ci fu solo buio di fronte a me.
Ero dentro casa adesso. Le voci di fuori sembravano avermi seguito all’interno. Anche se erano tante, il fatto che fossero lontane, nello spazio e nel tempo, le rendeva astratte, quasi simboliche, e mi faceva pesare ancora di più il silenzio della casa. Proseguii e arrivai al corridoio. Lo fissai per un attimo.
Nel sogno, il corridoio sembrava più lungo e buio del mio. Non solo: mi ricordava, per qualche motivo, la strada che compievo ogni mattina per andare al lavoro. Come nei sogni, che senza un motivo apparente fanno collegamenti tra luoghi distanti e diversi, cominciai a camminare e ad avere la stessa sensazione che avevo andando al lavoro. Voglio dire, era come se stessi andando lì: come se quei pochi passi fossero come quel tragitto fatto di routine, attese al semaforo, panorami presto dimenticati. Mi guardavo intorno ed era sempre il mio corridoio, pur se più lungo e più oscuro, ma era anche qualcos’altro.
Su un mobile sulla destra vidi un telefono. Era un cordless nero, nella sua postazione, e sembrava funzionante. Mi sarei dovuto sorprendere, visto che nella realtà non possiedo un telefono. Invece allungai una mano e feci per prenderlo. Stavo pensando di chiamare qualcuno, ma poi mi chiesi: chi? Sicuramente stanno dormendo tutti adesso, anche quelli dall’altra parte del mondo. Mi sembrava che fosse notte ovunque.
Nel sogno ero l’unico sveglio, e quello che più di tutti avrebbe voluto dormire –bene, profondamente, a lungo. Tornando indietro passai da una stanza chiusa. Era una stanza che non esisteva a casa mia. Sembrava in tutto e per tutto come se fosse stata sempre là, eppure era la prima volta che la vedevo. Poggiai l’orecchio sulla superficie, ma non sentii alcun rumore. Mi spiazzava. Come negli horror, poteva essere un varco verso una dimensione infernale, un vortice nero che mi avrebbe risucchiato in una notte dal quale non sarei più potuto uscire. Poteva essere il rifugio di un assassino o la dimora nascosta di un povero cristo. Poteva essere una soluzione al mistero – o a parte del mistero di quella notte e di quella casa. Poteva anche essere piacevole, come un po’ di colore, un sollievo, una via di fuga. Dietro quella porta poteva esserci di tutto. Poteva essere decisiva.
Andai oltre. I sentimenti, in me, erano stati così forti e contrastanti da essersi annullati a vicenda. Sentivo di aver perso un’ottima occasione –nel bene e nel male- ma non era la prima volta.
Passai davanti ad una stanza che prima non avevo visto. Questa la riconoscevo. C’era una scrivania, e sopra una scrivania c’era una lampada accesa. La lampada era la prima luce che avevo visto quella notte. Mi avvicinai e vidi che, accanto alla lampada, c’era un vaso, e dentro il vaso, un’unica rosa.
Mi sedetti alla scrivania. Di fronte avevo una finestra. La guardai, e mi resi conto che la notte era finita.


Marco Zangari © 2017
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